I volti sfaccettati nei ritratti fotocubisti
Quando andavo all’università la tecnologia era quella che era. Anche se la fotografia digitale era già nata, negli anni Novanta usavo una reflex a rullino, quella che adesso chiamano “fotocamera analogica” ma che allora era semplicemente una “macchina fotografica”.

A quei tempi era normale non avere idea di come fossero venute le inquadrature e la luce fino a quando non si ritiravano le stampe dal negozio. E se non si possedevano obiettivi grandangolari portentosi, era normale anche realizzare viste panoramiche incollando tra loro le foto scattate in sequenza (per lo meno questo facevamo noi, studenti squattrinati di architettura).

Il problema era che in queste viste il cielo assumeva intensità differenti per ogni foto e i bordi non coincidevano mai alla perfezione, come potete vedere in questi esempi scattati a Mazara del Vallo.

Se poi non si teneva la macchina in verticale ma si inclinava l’obiettivo allora i problemi aumentavano perché il risultato era una sorta di ventaglio.

Per non parlare degli scatti notturni nei quali ogni zona assumeva una dominante cromatica diversa in base al tipo di luce che riceveva. Qui, per esempio, la parte superiore della facciata della Cattedrale era illuminata dalle lampade a vapori di sodio (che emettono soprattutto nei toni del giallo) mentre quella inferiore riceveva anche il flusso delle lampade a vapori di mercurio con la loro tipica tonalità livida.

Ma perché vi racconto delle mie antiche peripezie fotografiche? Il motivo è semplice: ho scoperto da poco una serie di opere dell’artista britannico David Hockney realizzate negli anni ’80 che si basano proprio sullo stesso principio, ma applicato in modo intenzionale e con una precisa volontà estetica.

© David Hockney, My mother sleeping, 1982
L’artista li ha chiamati joiners (letteralmente “assemblatori”), cioè collage di decine di foto 35 mm scattate da angolazioni leggermente diverse e sovrapposte in modo irregolare. Il risultato è un mosaico sfaccettato che supera il limite del punto di vista unico proprio della fotografia per offrire una molteplicità di vedute simultanee dello stesso soggetto e dello stesso luogo, raccontando anche un breve momento in una sola immagine.

© David Hockney, Paul spiega le immagini Mie Makigahara, Tokyo, 1983
È lo stesso principio che sta alla base del Cubismo. Non a caso la tecnica di Hockney è stata definita Fotocubismo. Come nell’Avanguardia ideata da Picasso e Braque, i piani vengono ribaltati su una sola superficie e gli oggetti esplorati da ogni lato.

© David Hockney, La scrivania, 1984
Un’altra serie di fotocollage cubisti è stata realizzata da Hockney accostando tante foto Polaroid secondo una griglia regolare. In questo caso l’ordine della maglia quadrata si contrappone allo sfalsamento del contenuto, che non prosegue mai in modo lineare tra due scatti adiacenti, producendo lo stesso effetto astratto e dinamico dei joiners ottenuti per sovrapposizione.

© David Hockney, Natura morta, chitarra blu, 4 aprile 1982
Ma le opere che mi hanno colpita maggiormente sono i ritratti, volti composti da innumerevoli scatti, che restituiscono se non le fattezze della persona ritratta, senz’altro ogni singolo dettaglio espressivo.

© David Hockney, My mother, 1985
C’è anche un autoritratto dell’artista, ottenuto con la stessa tecnica.

© David Hockney, Autoritratto, s.d.
Sembrano immagini assurde, eppure quando osserviamo un volto compiamo mentalmente una simile scansione compiendo le saccàdi, rapidissimi movimenti oculari involontari con cui esploriamo separatamente gli elementi principali. Nell’immagine che segue potete osservare la registrazione visiva delle saccadi sul volto di una bambina.

Ma torniamo al fotocubismo. Dopo Hockney altri fotografi hanno lavorato sul collage fotografico, ognuno con il proprio stile. Maurizio Galimberti ha scelto di distribuire in modo ordinato e vagamente simmetrico le foto fatte allo stesso volto in posizioni frontali e laterali.

© Maurizio Galimberti, Umberto Eco, 2002
Il tedesco Thomas Kellner crea invece i suoi ritratti frammentati accostando strisce di pellicola simili ai vecchi provini a contatto.

© Thomas Kellner, Ulrike, 2000
Ancora differenti sono i ritratti fotocubisti del francese Brno Del Zou. Nel suo caso gli scatti sono sovrapposti su livelli aggettanti in modo da creare una leggera ombreggiatura e ottenere un effetto quasi plastico. L’elemento più sporgente è quello che più ha catturato l’attenzione dell’artista, generalmente un occhio.

© Brno Del Zou, Fotosculture
Tanto tempo fa ho provato a imitare questa tecnica sovrapponendo in digitale alcuni scatti che mi sono fatta fare appositamente e creando le ombre con Photoshop. Ne è uscito fuori un autoritratto piuttosto semplice ma anche enigmatico.

Tuttavia credo che sia più divertente “giocare” con le stampe di carta, spostando le foto, cambiando le sovrapposizioni, ritagliandole o incastrandole tra loro.
Non solo, il fotocubismo può avere una forte valenza didattica: ci si lascia fotografare dagli altri che coglieranno i loro punti di vista sulla nostra persona, si devono selezionare gli scatti più utili per creare il collage, si impara a comporre le immagini in modo equilibrato e armonioso e, soprattutto, si scopre qualcosa in più di noi stessi. Che non fa mai male.




