Il dramma di Laocoonte, dall’Eneide al marmo
Se c’è un mito che è coinciso per sempre con la prima opera in cui è stato raffigurato, questo è quello di Laocoonte, il sacerdote troiano che cercò di impedire ai suoi concittadini di accettare il cavallo di legno portato in dono dai Greci, sospettando un inganno.

Biagio di Antonio, L’assedio di Troia, il cavallo di legno, 1490-1495, olio su tavola, cm 47×161, The Fitzwilliam Museum, Cambridge
«Timeo Danaos et dona ferentes», cioè «temo i Danai (denominazione dispregiativa per i Greci), anche quando portano doni», avrebbe detto Laocoonte dopo aver scagliato una lancia contro il ventre del cavallo e aver sentito che era pieno.

Giovanni Domenico Tiepolo, La processione del cavallo di Troia, 1760, olio su tela, cm 38×66, National Gallery, Londra
Ma il destino di Troia doveva compiersi e Laocoonte fu punito tragicamente: una divinità che parteggiava per i Greci (Atena? Poseidone? Apollo?) mandò due enormi serpenti marini che stritolarono i figli di Laocoonte, Antifate e Tymbreus, e lui stesso che era accorso in loro aiuto.

Affresco con Laocoonte, I sec. d.C., dalla Casa del Menandro, Pompei
Spaventati da quell’evento i Troiani portarono il cavallo dentro le mura e sappiamo com’è andata a finire…
La vicenda è stata tramandata con leggere differenze da tanti autori. Il primo sarebbe stato Bacchilide, poeta greco del V secolo a.C.; nella stessa epoca Sofocle gli avrebbe dedicato una tragedia andata perduta; nel I secolo a.C. è arrivata la celebre narrazione di Virgilio nell’Eneide mentre nel III secolo d.C. ne scrisse anche Quinto Smirneo nelle sue Postomeriche. Altrettanto numerose sono le immagini degli artisti ispirate alla vicenda.

Giulio Romano, Laocoonte, 1536-1539, Palazzo Te, Mantova

El Greco, Laocoonte, 1610-1614

Pieter Soutman (1601-1657), Laocoonte e i suoi figli morsi dai serpenti, olio su tela, cm 185×237, Musée des Beaux-Arts, Bordeaux

Francesco Hayez, Laocconte, 1812, olio su tela, cm 174×246, Pinacoteca di Brera, Milano
Ma, come si diceva all’inizio, Laocoonte coincide nel nostro immaginario con la sua prima rappresentazione conosciuta, una scultura ellenistica creata tra il 40 e il 30 a.C. dagli artisti di Rodi Agesandros, Athenodoros e Polydoros. Forse è una copia romana più tarda o forse è un originale, non si sa con certezza.

Agesandros, Athenodoros e Polydoros, Gruppo del Laocoonte, II secolo a.C., marmo, altezza cm 242, Musei Vaticani
Nel gruppo scultoreo il padre, al centro, si inarca secondo un moto a spirale, seduto su un blocco quadrangolare. Il suo volto è deformato dal dolore, i muscoli gonfi per lo sforzo. Il figlio di destra, che si è quasi liberato dalle spire mortali, guarda con paura il serpente mordere il fianco del padre. L’altro figlio, invece, si abbandona esanime alla morsa mentre il suo corpo perde l’equilibrio all’indietro. Il dinamismo, il pathos e il realismo sono portati a un grado mai raggiunto prima dalla scultura.

Ma come è giunta fino a noi quest’opera straordinaria? Tutto ebbe inizio a Roma, il 14 gennaio 1506. Da alcuni giorni Felice de Fredis, il proprietario di un vigneto sulle pendici del colle Oppio, stava facendo scavare il suo terreno per realizzare una costruzione. All’epoca – ma anche ai giorni nostri – era normale trovare monete, lapidi e sculture di età romana anche con scavi poco profondi. Ma quel giorno il ritrovamento fu a dir poco eccezionale: una camera sotterranea che conteneva un maestoso gruppo scultoreo in marmo di raffinatissima fattura.

Hubert Robert, Il ritrovamento del Laocoonte, 1773, olio su tela, cm 119×162, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond
Della straordinaria scoperta venne immediatamente informato papa Giulio II, risaputo amante dell’arte classica, che inviò sul luogo il suo architetto di fiducia, il fiorentino Giuliano da Sangallo. Con lui andò anche Michelangelo Buonarroti, che all’epoca era a Roma per progettare la tomba del pontefice.

Pierre-Nolasque Bergeret (1782-1863), Scoperta del Laocoonte, olio su tela, cm 71×105
A quanto pare Giuliano, appena visto il marmo, avrebbe esclamato: «Quello è il Laocoonte di cui parla Plinio!». L’architetto, infatti, davanti alla figura di un uomo dilaniato dai serpenti assieme a due ragazzi, ripensò al celebre Laocoonte e i suoi figli di cui si erano perse le tracce, descritto da Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia. Lo storico romano, che aveva visto l’opera nel I secolo d.C. nel palazzo dell’imperatore Tito, dichiarò che quella scultura era «superiore a ogni altra, anche tra quelle pittoriche e di bronzo. Da un solo blocco scolpirono lui, i figli e le straordinarie spire dei serpenti». L’identificazione della statua, dunque, fu immediata e mai più messa in discussione.

Morte di Laocoonte, ca. 400, da Eneide Cod. Vat. lat. 3225, Folio 18v.
Un pezzo del genere non poteva sfuggire a Giulio II, che lo acquistò da De Fredis il 23 marzo, due mesi dopo la scoperta, e lo collocò nel cortile del Belvedere appena creato da Bramante, l’altro architetto della corte pontificia.

Hermann Eichler (1842-1901), La scoperta del Laocoonte durante il regno di papa Giulio II, bozzetto a olio, cm 100×60, Liechtenstein collection, Vienna
La scoperta entusiasmò gli artisti dell’epoca lasciando su di loro una profonda suggestione.

Federico Zuccari, Taddeo Zuccari mentre copia le statue antiche di Roma, seconda metà del XVI secolo, disegno, cm 18×42, Galleria degli Uffizi, Firenze
In tanti lo disegnarono, nel Cinquecento e nei secoli successivi, affascinati da quella massa di muscoli e da quel volto così espressivo.

Parmigianino, Testa del Laocoonte, 1530, disegno, Derbyshire, Chatsworth House

Peter Paul Rubens, Laocoonte e i suoi Figli, 1608-1612, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano
Su Michelangelo, in particolare, quel marmo lasciò un’impronta indelebile, anzi cambiò completamente la sua concezione artistica e – potremmo ben dire – l’intero corso della storia dell’arte. Da quel momento le sue opere iniziarono a echeggiare continuamente il corpo possente e contorto del troiano. Dallo Schiavo ribelle e dallo Schiavo morente della tomba di Giulio II, agli ignudi della volta della Sistina, sino al Cristo del Giudizio universale, i corpi virili presentano la stessa drammatica potenza, la stessa linea serpentinata.

Alcuni anni fa è stato ipotizzato persino che il Laocoonte fosse un falso creato da Michelangelo per via di una vaga somiglianza con il bozzetto di un nudo di schiena precedente alla scoperta, la cui posa però è differente. A supporto di questa tesi c’era comunque un precedente: nel 1496 l’artista aveva prodotto un Cupido dormiente (oggi perduto) appositamente invecchiato per truffare il cardinale Raffaele Riario, un collezionista di opere classiche e reperti archeologici.

Quando il gruppo venne rinvenuto, la figura del padre era totalmente priva del braccio destro. Bramante, allora, indisse nel 1510 un concorso informale tra scultori per completare l’arto mancante.

Marco Dente, Laocoonte (prima dei restauri), 1515, incisione
Dopo un acceso dibattito, la scelta cadde su un braccio steso verso l’alto, in un ampio gesto eroico.

Alessandro Allori, Laocoonte, 1554-1556, olio su tavola, cm 72×56, Collezione privata
Lo scultore Baccio Bandinelli realizzò subito un primo braccio temporaneo, nonché alcune copie della scultura idealmente integra.

Baccio Bandinelli, Laocoonte, 1520-1525, marmo, h 213 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze
Il braccio definitivo venne realizzato nel 1532 in terracotta da Giovanni Antonio Montorsoli con la stessa posa.

Giovanni Battista Piranesi, Laocoonte, 1775-1778
Pare tuttavia che Michelangelo non fosse d’accordo con quella interpretazione, immaginando, al contrario, un braccio fortemente piegato verso la testa, a esprimere grande tensione, come quello del suo Cristo del Giudizio Universale.
Due secoli dopo, anche Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), il teorico del Neoclassicismo, fu un convinto sostenitore della tesi del braccio piegato, ma pare che dopo aver visto l’opera abbia accolto con entusiasmo la versione con il braccio disteso.

Gérard Audran, Laocoonte, fronte, 1683, Royal Academy of Arts, Londra
Per inciso, se una statua del genere venisse ritrovata oggi, nessuno si sognerebbe di completarla, anche in presenza di fonti certe sulle parti mancanti. L’attuale teoria del restauro non contempla infatti l’aggiunta di parti non originali se non per motivi di tipo statico. Nei secoli passati però questa concezione non esisteva e così, nel corso degli anni, furono realizzate almeno sette braccia distese, nel tentativo di interpretare correttamente il gesto di Laocoonte.

Giovanni Volpato e Abraham-Louis Ducros, Dalla serie delle 14 vedute del Museo Pio clementino, Roma, 1792
Uno dei bracci più “duraturi” fu realizzato in marmo tra il 1725 e il 1727 da Agostino Cornacchini assieme a un restauro totale del gruppo scultoreo, che versava in uno stato di forte degrado.
Come se non bastasse, nel 1798 il gruppo del Laocoonte venne prelevato dalle truppe francesi come parte delle spoliazioni napoleoniche seguite al Trattato di Tolentino dell’anno precedente, e portato in Francia. Sul Passo del Moncenisio rovinò al suolo danneggiandosi gravemente ma riuscì comunque ad arrivare al Louvre alla fine di luglio tra carri colmi di opere d’arte, un vero trofeo da esibire in trionfo.

Antoine Beranger, Entrata a Parigi delle opere destinate al Museo napoleonico nel 1798, 1813, porcellana dipinta
Poco dopo passò alla Galleria degli Antichi del Louvre, inaugurata nel 1800.

Hubert Robert, Laocoonte al Louvre, 1805
Rimase in quella sala, dentro una grande nicchia, fino al 1816, quando Antonio Canova la riportò al Vaticano in seguito alle restituzioni stabilite con la Restaurazione.

Benjamin Zix, Napoleone e Josephine de Beauharnais visitano la sala del Laocoonte al Louvre, ca. 1810
Ma le avventure del Laocoonte non erano ancora finite. Nel 1903 Ludwig Pollack, un archeologo e mercante d’arte ebreo di origini austroungariche, trovò un braccio di marmo nella bottega di uno scalpellino romano, dalle parti del colle Oppio: un braccio muscoloso, circondato da una spira di serpente, che si adattava alla perfezione alla postura del Laocoonte.

Inizialmente lo acquistò per sé ma poi prevalsero l’etica professionale e l’amore per l’arte e così fece un sopralluogo ai Musei Vaticani per provare il reperto sulla statua. Il pezzo venne riconosciuto come originale e così nel 1906, esattamente 400 anni dopo la scoperta del gruppo, lo studioso boemo donò il braccio alle collezioni pontificie.

La sua ricollocazione tuttavia avvenne solo cinquant’anni dopo, tra il 1957 e il 1959, grazie a un intervento realizzato da Filippo Magi con cui furono asportate tutte le integrazioni non originali, mentre il vecchio braccio di Cornacchini è stato fissato sul retro del piedistallo, a ricordare la posa mantenuta per secoli.

Non riuscì a vederlo Pollack che, nonostante l’età avanzata e i riconoscimenti professionali, venne arrestato con la famiglia dai nazisti nel rastrellamento del 16 ottobre 1943 e spedito ad Auschwitz, dove morì pochi giorni dopo. Ancor meno potè vederlo Michelangelo, al quale la storia aveva dato finalmente ragione: il braccio destro di Laocoonte è piegato, esattamente come lo immaginava lui.



Grazie! Sei sempre bravissima a presentare la storia dell’arte con una narrativa coinvolgente e piacevole da leggere.
Grazie a te per l’apprezzamento, Rosa Maria!
Bravissima! L’arte se ben raccontata e’ una grande evocatrice.
Ti ringrazio tanto, Edoardo 😀
Una bellissima analisi, grazie! Il tuo stile è veramente piacevole e divulgativo.
Grazie mille, Elena!
Fantastico racconto per questa bellissima statua. Tanti dei fatti esposti sono molto curiosi e assolutamente nuovi per me. Grazie
Mi fa molto piacere!