Charles Filiger e i volti col mandala intorno
A uno sguardo distratto potrebbero sembrare dei màndala, quelle strutture geometriche a simmetria radiale che nell’Induismo e nel Buddismo simboleggiano l’universo e invitano alla meditazione.

Ma guardandoli meglio ci si accorge che si irradiano attorno a un volto umano e che mostrano forme e colori non appartenenti alla tradizione orientale. Ma allora cosa sono?

Ebbene, si tratta di opere grafiche di Charles Filiger (1863-1928), un originale pittore francese simbolista che cercava nell’arte una forma di misticismo e nella geometria una via per l’ascesi. Chiamò questi disegni colorati all’acquerello “notazioni cromatiche“, un modo per mettere assieme il concetto della notazione musicale e quello del colorismo.

Tuttavia questi lavori – circa 52 disegni realizzati dal 1900 al 1920 con compasso e righello – non si presentano come opere compiute poiché hanno l’aspetto di bozzetti, né si conosce il motivo per cui realizzò queste sfavillanti composizioni. Non erano studi per vetrate né per gioielli e neanche disegni preliminari per oli su tela. Le poche certezze riguardano solo ciò che le precede.

Si sa, infatti, che Filiger proveniva da una famiglia alsaziana benestante (era nato a Thann il 28 novembre 1863), che intraprese da giovane gli studi artistici e che nel 1885, a 22 anni, si trasferì a Parigi dove iniziò a esporre al Salon des Indépendants. Il suo linguaggio di allora era influenzato da quello impressionista e i suoi soggetti erano piuttosto ordinari.

Charles Filiger, Natura morta con zucca, 1889, pastello e gouache su tavola, cm 16×22
Insofferente verso la frenetica vita parigina, si spostò qualche anno dopo a Pont-Aven, un paese sulla costa bretone dove si era riunita una piccola comunità di artisti in cerca di pace e primitiva semplicità.
Qui frequentò Gauguin, Serusier e gli altri artisti del gruppo assorbendo il linguaggio sintetista e spirituale di quegli autori, fatto di grandi campiture racchiuse dentro spesse linee di contorno con cui raffigurare visioni interiori piuttosto che impressioni esterne.
Un esempio di questo periodo è la vista dalla finestra di una casa che domina la costa di Le Pouldu, un’opera influenzata dalle stampe giapponesi, caratterizzata da sorprendenti accostamenti cromatici.

Charles Filiger, Paysage du Pouldu, 1892, gouache su carta, Musée des Beaux-Arts de Quimper
A quello stesso periodo appartengono anche opere tipicamente simboliste come il Giudizio Universale. Giusti e dannati sono suddivisi nei due pannelli che avrebbero dovuto affiancare un terzo pannello centrale mai realizzato. Sebbene l’ispirazione arrivasse dai Giudizi medievali, qui le anime elette e quelle dannate sono indistinguibili, quasi unite in un solo destino.

Charles Filiger, Giudizio Universale, 1892-1894, gouache, argento e oro su cartone, Indianapolis Museum of Art | Newfields
In quel periodo l’artista si manteneva grazie al generoso mecenatismo del conte Antoine de La Rochefoucauld. Ma già a partire dal 1894 iniziò a isolarsi dal gruppo e a sviluppare una pericolosa dipendenza dall’etere e dall’alcool. Tuttavia, nonostante le precarie condizioni psichiche, continuò a dipingere e a esporre fino al 1901, quando La Rochefoucauld smise di versargli l’assegno mensile di 100 franchi.

Charles Filiger, La Maison du Pen-Du, paysage parabolique, ca. 1890, Galerie Malingue
Gli rimase una misera rendita dall’eredità paterna che lo costrinse a peregrinare tra i paesini della Bretagna. Sempre più indigente e alcolizzato, Filiger muore l’11 gennaio 1928 dopo essere stato ritrovato alcuni giorni prima in una strada di Plougastel con i polsi tagliati.

Del suo lavoro restano circa 200 opere tra dipinti e disegni, espressione di una costante ricerca spirituale. Molte sono le immagini di Cristo, raffigurato con una semplicità di gusto medievale.

Charles Filigerr, Cristo tra gli angeli, 1892, gouache e oro su tavola, cm 28×26
Ma com’è passato da queste icone ai mandala che abbiamo visto all’inizio? In realtà gli elementi delle successive “notazioni cromatiche” ci sono già tutti: la tecnica del cloisonnisme (cioè la stesura di tinte piatte all’interno di contorni scuri), la ricerca cromatica sofisticata e uno spiccato gusto per la geometria. Non solo: molte opere di Filiger mescolano il linguaggio delle icone sacre a strutture decorative simmetriche basate sul cerchio e sul quadrato, come questa Madonna col Bambino del 1910.

Charles Filiger, Vergine e Bambino, 1910, gouache, cm 14×13
Lo schema che diventerà ricorrente è però quello con un volto centrale dalle fattezze schematiche, dal quale si irradia una struttura decorativa che ricorda certi motivi dell’Europa dell’est.

Charles Filiger, Notazione cromatica, Marcella II, acquerello e grafite su carta, cm 20×20, Musée d’Orsay, Parigi
In molti disegni prevale il giallo, un colore intenso che rimanda ai raggi del sole e alla potenza della luce.

Charles Filiger, Le rose, notazione cromatica, ca. 1920, gouache, acquerello e grafite su carta, cm 21×21
Filiger alternerà questi esemplari abbastanza semplici a composizioni straordinariamente complesse e vibranti.

Charles Filiger, Notazione cromatica, testa di uomo rossa, acquerello e grafite su carta
Il volto interno assume definitivamente una posizione di profilo, un tipo di rappresentazione con una forte connotazione spirituale.

Charles Filiger, Notazione cromatica, testa di donna con gli occhi chiusi, acquerello e grafite su carta, cm 29×23, Musée d’Orsay, Parigi
La sensazione che si ha guardando queste immagini è che ciò che circonda il volto sia una forma di energia vitale che si espande come un’aura o come minerali che si rapprendono in cristalli perfetti. È una ricerca di assoluto e di unità armoniosa con l’universo.

Charles Filiger, Notazione cromatica, testa di uomo rossa, acquerello e grafite su carta, cm 23×31, Musée d’Orsay, Parigi
Alla morte di Filiger nel 1928, la famiglia Le Guellec (che lo aveva accolto fin dal 1914) entrò in possesso delle opere del pittore, la maggior parte delle quali erano Notazioni cromatiche. Ma la riscoperta di questo sfortunato artista avverrà solo nel 1953, quando André Breton, il teorico del Surrealismo, si imbattè nelle sue composizioni geometriche rimanendone folgorato. Scrive così di «una pittura che mira a ricreare il mondo secondo l’intima necessità dell’artista. Non si dà più priorità alla sensazione, ma ai desideri più profondi della mente e del cuore».

Charles Filiger, Notazione cromatica (incompiuto), acquerello e grafite su carta, cm 23×29, Musée d’Orsay, Parigi
Breton racconta che Filiger «era molto gentile e così distante dalle preoccupazioni comuni… Si interessava a ciò che non interessava agli altri e non si interessava a ciò che tutti trovavano interessante. Era così diverso che superava tutti. E tutti lo trovavano “strano”, e in definitiva uno straniero… La posterità lo ha dimenticato, preferendo Cézanne, Renoir, Manet, Gauguin, Van Gogh, Rousseau, eppure, di tutti loro, Filiger era di gran lunga il migliore perché era il più intelligente. Ma la sua intelligenza eccessiva fu la sua rovina».
Dunque sì, quella di Filiger è una pittura interiore che nasce dalla curiosità verso i dettagli più inessenziali del mondo ma anche una terapia del cuore, un gesto lento che cerca nella bellezza dei colori e nella grazia delle forme un lenitivo per il dolore di vivere senza essere visti.




Che bello Emanuela, scoprire ancora e ancora artisti mai sentiti…anche se spiace così tanto per loro! Che se ne sono andati senza sapere quanto li avremmo apprezzati. Spero così tanto che dai mondi nei quali si trovano ne giungano a conoscenza.
Grazie!
Grazie a te, Monica! Mi piace molto andare alla scoperta di personaggi poco noti, specialmente quando sono riusciti a creare opere del tutto inedite.
Molto interessante, non lo conoscevo e mi ha davvero molto colpito! Anche per il Cristo e per qui due paesaggi, veramente notevoli! Un artista davvero grande ancora troppo poco noto: questo mi sembra. Grazie.
Mi fa davvero piacere, Giovanni.
Meraviglioso, grazie!
Grazie mille, Sandrina.