Paesaggi dipinti dalla natura: le pietre paesine

All’inizio non ci avevo neanche fatto caso. D’altra parte, quando si visita un museo mineralogico come la collezione “Luigi Bombicci” di Bologna, è difficile notare un singolo pezzo nella miriade di rocce e minerali allineati nelle teche.

Ma quelle pietre reclamavano a gran voce la mia attenzione, volevano a tutti i costi che le vedessi. E infatti qualcosa mi ha trattenuta davanti a un espositore e il mio sguardo è caduto su alcune piccole lastre, lucide e sottili. Erano sezioni di roccia con venature colorate orizzontali interrotte da fratture verticali nella parte inferiore.
Ma la vera particolarità è che quelle composizioni somigliavano in modo sorprendente a paesaggi naturali, a skyline di città, ad antichi canyon o a distese di ruderi.

Ovviamente si tratta di una pareidolia: l’immagine di un territorio umano che vediamo sulla superficie è tutta nella nostra immaginazione. Tuttavia è talmente evidente da aver dato a quelle rocce il nome di “pietre paesine“, in riferimento ai paesi che raffigurano.

Ma come nascono queste pietre? La loro genesi inizia 50 milioni di anni fa nell’Appennino Settentrionale, dal deposito di antichi fanghi marini. Compattandosi, questi fanghi si sono trasformati in una roccia stratificata, un calcare misto ad argille attraversato da sottili linee e incavi che costituiscono i punti più deboli del blocco. Successivamente, le spinte della crosta terrestre hanno aperto nelle rocce piccole fratture interne di forma irregolare.

Quando la roccia è arrivata sopra il livello del mare, l’acqua piovana si è infiltrata nelle fratture provocando lo scioglimento dei minerali di ferro e di manganese, dando così a quelle zone una colorazione bruno rossastra. Il resto della pietra, invece, è rimasto più chiaro e omogeneo. Tagliando i blocchi verticalmente e lucidando la superficie si ottengono sezioni che sembrano dei dipinti paesaggistici, creati però dalla natura.

Queste rocce si trovano soprattutto attorno a Firenze (infatti sono conosciute anche come “pietre di Firenze”), ma non esistono cave di pietra paesina. Le formazioni si manifestano sotto forma di massi grezzi sparsi sulle colline: solo dopo aver spaccato la roccia si può scoprire il suo disegno interno.

La casualità dei ritrovamenti e la non immediata riconoscibilità della roccia rendono le pietre paesine estremamente rare tanto che già a fine Cinquecento venivano selezionate dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e usate per mobili e suppellettili intarsiati (gli esemplari incorniciati, all’inizio dell’articolo, provengono probabilmente da mobili del genere).

La lastra in sé, tuttavia, non era vista come immagine compiuta ma come sfondo su cui dipingere a olio personaggi sacri o altri elementi. Negli esempi seicenteschi sottostanti, conservati proprio presso l’Opificio e restaurati di recente, si possono osservare, per esempio, una torre in fiamme, Maria Maddalena penitente e San Francesco in estasi.

In altri casi le integrazioni pittoriche sono più massicce, come in questa paesina ottocentesca con la veduta di un porto. Trattandosi di un lastra alta 10 cm e lunga 37, tutti gli elementi sono in miniatura.

Molte paesine, però, non hanno alcun bisogno di aggiunte di dettagli marini perché sembrano già mari in tempesta di un bel colore celeste con scogliere in primo piano e barche a vela tirate a riva.

Non sono da meno i cieli, spesso solcati da nuvole e striature particolarmente scenografiche.

Queste pietre, prive di aggiunte pittoriche, saranno però apprezzate solo a partire dal XIX secolo per il loro aspetto romantico di luoghi aspri e sublimi.

Le rovine silenziose e astratte delle paesine hanno ispirato persino Pablo Neruda, presente a Firenze nel 1951, che dedicò loro la poesia “Le pietre del cielo” del 1970.

Macchie arancione d’ossido
vene verdi sopra la pace calcarea
che la schiuma batte con le sue chiavi
o l’alba con la sua rosa,
son cosi’ queste pietre:
nessuno sa
se uscirono dal mare o al mare tornano,
qualcosa le sorprese mentre vivevano,
nell’immobilità si spensero
e costruirono una città morta.
Una città senza grida, senza cucine,
un solenne recinto di purezza,
forme pure cadute
in un disordine senza resurrezioni,
in una moltitudine che perse lo sguardo
in un grigio monastero
condannato alla verità nuda dei suoi dei.

Alcuni esemplari, come quello qui sopra, potrebbero davvero trarre in inganno per l’incredibile somiglianza con paesaggi reali, con tanto di prati, colline, castelli e nubi.
D’altra parte non sono le uniche “forme artistiche della natura“, giusto per citare la fortunata pubblicazione di Ernst Haeckel del 1904… Tra le cosiddette “pietre figurate” ci sono anche le pietre alberine, calcari con depositi di idrossidi di ferro o di manganese in forma arborescente. Sembrano eleganti opere di fattura orientale, con una composizione perfettamente equilibrata e un sapiente accostamento cromatico.

Insomma, se siamo amanti della pittura paesaggista, una visita in un museo mineralogico è altamente consigliata. Certo, tecnicamente non possiamo definire le pietre figurate come opere d’arte perché l’arte è un prodotto squisitamente umano, basato sull’intenzionalità dell’artista. E tuttavia è difficile considerare queste formazioni come semplici casualità, la tentazione di guardarle come quadri di raffinata fattura, realizzate forse da un’entità superiore, rimane troppo forte. La natura è davvero una grande artista!

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8 risposte

  1. Pier Francesco ha detto:

    Consiglio la lettura del libro di Roger Caillois
    La scrittura delle pietre

  2. Giovanni Grosskopf ha detto:

    Ho sempre adorato la pietra paesina! Anch’io ne ho una, un piccolo rettangolo che, senza interventi umani, ricorda un semplice profilo di monti con nuvole nel cielo.

  3. Remo Macrì ha detto:

    Davvero sorprendenti.

  4. angela mirto ha detto:

    Grazie Emanuela per questa passeggiata fra i quadri di pietra. Li ho sempre amati e mi fanno vibrare dentro lo stupore infantile della scoperta degli effetti casuali che vi si colgono. Ma non sono molto conosciuti. Buona domenica. Angela

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