Un post fatto coi piedi…

Sì, questo articolo è proprio fatto coi piedi, con tutti quelli che ho raccolto nel tempo: piedi antichissimi, piedi contemporanei, piedi dipinti o piedi scolpiti; realizzati con qualunque tecnica, basta che siano piedi.

No, non sono feticista. Non nutro per i piedi un’attrazione diversa da quella verso le altre parti del corpo. Ma trovo che, a livello artistico, siano stati sempre (e ingiustamente) messi in disparte.

È vero: non hanno la profondità di uno sguardo né la loquacità delle mani, ma hanno una loro espressività!

Solo verso la fine dell’Ottocento cominceranno ad apparire alcune opere che vedono nei piedi gli unici protagonisti.

Prima di allora i piedi sono stati rappresentati sì con cura, magari studiati attraverso schizzi e disegni, ma mai degni di occupare il posto che avevano sempre avuto divinità olimpiche o cristiane, personaggi nobili o imperatori, vedute urbane o grandi paesaggi, tavole imbandite o vasi di fiori.

Per trovare dei piedi volutamente separati dal resto del corpo bisogna cercare tra gli oggetti a carattere funzionale: nell’antichità classica, infatti, si potevano trovare lucerne o contenitori a forma di piede.

Naturalmente dai tempi dei Greci c’è stata una grande attenzione alla raffigurazione dei piedi: le statue classiche presentano un piede caratteristico nel quale il secondo dito è più lungo dell’alluce.

Questa particolare conformazione, detta, appunto, piede greco, era considerata un segno di grande bellezza ed è tutt’oggi presente nel 15% delle persone.

E il resto della popolazione che piede ha? La maggior parte (me inclusa) presenta un andamento decrescente delle dita, chiamato piede egizio (è molto frequente nella scultura di quella civiltà) mentre un’altra minoranza presenta un piede più squadrato definito piede romano.

Scommetto che state già cercando di individuare la categoria di appartenenza dei vostri piedi, vero?

Qualunque piede abbiate, dovete sapere che quello greco è stato sempre quello di maggior successo nella storia dell’arte, specialmente in quelle epoche (come il Rinascimento o il Neoclassicismo) nelle quali tornava di moda lo stile classico.

Dunque è il piede delle figure di Botticelli

… ed è anche quello studiato da Leonardo il quale sosteneva che “il piede umano è un’opera d’arte e un capolavoro di ingegneria”.

È sempre greco il piede dei personaggi di Michelangelo, da David ad Adamo.

È molto famoso anche lo studio di Dürer per i piedi di un apostolo (1508). Un disegno talmente definito ed accurato da risultare totalmente autonomo dall’opera di riferimento.

Si tratta di un’inconsueta visione delle piante dei piedi corrugate dalla posizione inginocchiata dell’uomo. Un piccolo capolavoro di anatomia ed eleganza!

Alcuni artisti del Rinascimento svilupparono quasi una venerazione per i piedi classici. Pare che Mantegna fosse un vero e proprio collezionista di frammenti scultorei antichi e in particolare di piedi.

Nei suoi dipinti di San Sebastiano, infatti, inserisce il particolare raffinatissimo del piede di una statua. Una chiccca molto evidente nella versione del Louvre (1481) , che svela il fascino che l’artista prova per questo dettaglio anatomico.

Il frammento di piede classico sembra quasi un oggetto autonomo, concluso, sebbene del tutto casuale… Accadeva frequentemente, infatti, che le statue in marmo si rompessero proprio in corrispondenza delle caviglie, il punto di maggior sollecitazione della statua, nonché quello più sottile e fragile di tutto il corpo.

Il piede isolato era quindi un oggetto talmente frequente da essere presto entrato nell’immaginario degli artisti. Come dimenticare il piedone, quasi surrealista, della statua colossale di Costantino? Oppure quello che a Roma dà addirittura il nome ad una strada (la via del Pie’ di marmo)?

Ma tornando a Mantegna e alla sua passione per i piedi, non si può non ricordare lo sconvolgente primo piano dei piedi del Cristo morto.

Ne ho già parlato a proposito dello scorcio del corpo umano ma qui l’attenzione alla rappresentazione dei piedi ritorna prepotentemente alla ribalta, accompagnata dal crudele dettaglio della pianta forata dai chiodi.

Le piante dei piedi più scandalose, però, non sono queste di Mantegna ma quelle di Caravaggio. I suoi personaggi, infatti, sono essere umani autentici, umili, laceri e con degli inaccettabili piedi sporchi!

Pare che i piedi infangati dell’uomo inginocchiato nella Madonna dei Pellegrini (1604-1606) abbia provocato negli osservatori dell’epoca un vero e proprio rigetto

I piedi di Maria sono ancora eleganti, affusolati e vicini all’iconografia del piede greco, ma quelli degli uomini sono sempre gonfi e luridi: troppo veri per essere arte…

Ecco qualche altro esempio, sempre tratto da Caravaggio.

Subito dopo il Barocco c’è un nuovo recupero dell’arte classica. Con Canova si torna al piede greco standard e quelli sfoggiati con sensualità da Paolina Borghese (1808) e dalle altre Dee possono essere considerati esempi da manuale.

Lo studio del piede diventa, in quest’epoca, un tipico esercizio di disegno accademico o lo spunto per omaggiare ancora una volta antichi frammenti classici.

Ma ormai i tempi erano maturi per abbandonare definitivamente l’idea del piede come estremità piacevole e raffinata.

Con Gericault i piedi sono quelli macabri degli arti amputati (1818) osservati presso l’obitorio, ammassati insieme a braccia e mani e dipinti per gli studi sul cannibalismo.

Ma il capolavoro deve ancora arrivare. Eccolo: un piede, solo il destro, che campeggia al centro della tela. Con le varici, con callosità varie e sicuramente non troppo pulito. Un alluce sbarazzino piegato in su che si protende verso l’osservatore.

Il pittore non è dei più noti ma il suo quadro è, secondo me, qualcosa di straordinario!

Lui si chiama Adolph von Menzel e questo è “Il piede dell’artista” (1876).

Quando ho pubblicato questo piede su Facebook qualcuno mi ha simpaticamente accusata di avere un gusto per l’orrido…

Proprio orrido non mi pare, questo piede! Certo non è “bello”, ma neanche quelli di Caravaggio lo sono, eppure oggi nessuno si disgusta davanti al Merisi. Il brutto nell’arte, sdoganato dal Romanticismo, ha una sua dignità e una specifica “estetica” come ci insegna Umberto Eco.

È un piede, in fin dei conti, normale; il piede di un anziano, di un lavoratore. Un piede vissuto, imperfetto ma “bello”, a suo modo, proprio per questo! Non solo: sembra anticipare straordinariamente la moda della foto dei propri piedi che impazza ai nostri giorni…

Belli o brutti, i piedi meritano comunque quello splendido elogio scritto da Erri De Luca…

 

Nella prima metà del Novecento, però, il piede assume una nuova connotazione. In Magritte appare l’immagine ambigua del piede che sembra diventare la scarpa di se stesso…

È evidente il nonsense di queste immagini e la riflessione di tipo concettuale riguardante il rapporto tra ciò che appare e ciò che sta dietro o dentro quello che vediamo.

I piedi-scarpa di Magritte, con la loro straniante personalità, hanno avuto un grande seguito tanto che oggi si trovano in rete decine di fotomontaggi surrealisti, installazioni di sculture magrittiane e persino scarpe vere, in cuoio, disegnate negli anni ottanta da Pierre Cardin (quelle in basso a sinistra).

Oggi la scarpa-guanto con la forma delle dita dei piedi non ci stupisce più di tanto. In ogni negozio di articoli sportivi se ne possono trovare in quantità e adatte ad ogni stagione. Ma le prime scarpe-piede sono ben più antiche e venivano usate dai clown per il loro aspetto ridicolo

Negli ultimi decenni i piedi hanno visto l’interesse di Tom Wesselmann negli anni Sessanta…

… di Michelangelo Pistoletto negli anni Settanta…

… e di tanti artisti che ne hanno dato le più svariate interpretazioni.

Naturalmente anche la fotografia non poteva lasciarsi scappare un soggetto così ghiotto dal punto di vista percettivo e formale.

Qual è il senso di tutta questa storia? Beh, in fin dei conti la morale è sempre quella (no, non c’entra la Girella Motta…): l’arte è capace di fare miracoli, di trasformare dei piedi qualunque in un’emozione permanente.

Chissà se funziona anche coi miei?!

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30 Risposte

  1. Alessandro Pedroni ha detto:

    Ma che interessante e divertente articolo! frequentare questo blog non delude mai! Sto organizzando alcuni incontri culturali sulle arti figurative nel mio studio, mi piacerebbe usare alcuni dei tuoi articoli come canovaccio per gli incontri. Spero non ti dispiaccia

  2. Lanfranco Gianesin ha detto:

    Ammirati, ci inchiniamo ai tuoi piedi, Emanuela.

    • didatticarte ha detto:

      Grazie mille! Il piede bronzeo era già nella mia collezione su Pinterest ma era inquadrato da un altro punto di vista, quindi ho arricchito la raccolta anche con questo.
      Della mostra di Ferregamo invece non sapevo nulla. Una bella scoperta tutta da approfondire 😀

  3. marco ha detto:

    Del “Il piede dell’artista” di Adolph von Menzel, non deve impressionarci la sua bruttezza, ma la bellezza dell’ esecuzione.
    Nemmeno i ritratti di Lucian Freud, non possono certo definirsi “belli” , tuttavia il loro fascino sta nell’armonia e nella fiducia di chi ha posato per lui
    lasciandosi cogliere in momenti privati…anche in quelli più intimi…Questa è la grande bellezza..

    Per il resto complimenti più che meritati, sei una inesauribile fonte da cui attingere ergomenti nuovi e freschi.

    • didatticarte ha detto:

      Sì, quel piede è eccezionale. Ha una vitalità, un volume, una presenza scenica incredibili. È stata proprio quell’immagine a farmi venire l’idea di raccontare un po’ di piedi di ogni tipo: quelli ideali, quelli reali, quelli surreali…
      Grazie mille per l’apprezzamento!

    • Alessandro Pedroni ha detto:

      i ritratti di Lucian Freud non sono “belli” ! Sono meravigliosi!

  4. Clokoll ha detto:

    Bellissimo articolo. Mani e piedi sono veramente difficili da disegnare, quanto studio c’è dietro. Io sono una di quelle che si è subita tolta scarpe e calze: il mio piede è romano!

  5. pierpaolo ha detto:

    Il vostro sito è veramente stupendo offre insegnamenti interessantissimi e per chi come me non ha purtroppo una grande cultura artistica è un pungolo prezioso.
    Questo articolo poi è scritto benissimo lo condivido subito su facebook
    Continuate così.
    PS è possibile sapere chi sono gli autori di queste pagine ?veramente complimenti

  6. Martino Farnese ha detto:

    Complimenti vivissimi per il blog e per l’approfondimento in questione.
    Sicuramente funzionerà anche con i tuoi! 😉

    Un nuovo lettore

    A presto

  7. Stefania Sabatino ha detto:

    Salve..questo articolo è veramente simpatico ed originale..inoltre io come artista lavoro molto sui piedi..mi piacerebbe modtrarvi le mieopere sul temai ..che ne dite di valutarle?
    Se vi fa piacere ditemi a quale indirizzo. .magaria ampliate ll’articolo 😉
    Grazie

  8. Dario ha detto:

    Le rinnovo i complimenti per questi spunti e percorsi didattici inconsueti 😉
    Aggiungerei anche i piedi di San Giuseppe nella pala di San Bernardino di Lorenzo Lotto. Piedi che si strofinano, uno sopra l’altro. Piedi di un vecchio uomo stanco con il bastone che ha perso ogni connotazione divina.

  9. ARDUINO DOTTORI ha detto:

    Una bella e intelligente ricerca su tema.

  10. Gianfranco ha detto:

    Ho un libro sul comodino (in realtà sulla scrivania, non riesco a leggere a letto), che mi attende da un paio di mesi. Ci stiamo studiando reciprocamente, fiutando direi, forse stiamo flirtando, ma credo sia arrivato il momento di dichiararci reciprocamente … questo è il rapporto emozionale che mi lega (e avvicina) alla lettura.
    Si tratta del “Capolavoro sconosciuto”, racconto breve di Honoré de Balzac. Forse lo hai già letto Emanuela.
    Nella Parigi del seicento il pittore Frenhofer, geniale ricercatore del capolavoro “assoluto”, realizza un quadro totalmente astratto, anzi informale per dirla con il linguaggio di un secolo e mezzo successivo alla pubblicazione del racconto: “una muraglia di pittura”, da cui in un angolo sporge “un piede delizioso, un piede vivo!” che lascia gli osservatori “pietrificati d’ammirazione”…
    Balzac fa asserire al genio Frenhofer:
    “La missione dell’arte non è copiare la natura, ma esprimerla! Tu non sei un vile copista, ma un poeta!”
    “…Ha un’anima, l’anima che io le ho donato. Quando fai un quadro per la corte non ci metti tutta l’anima, vendi ai cortigiani soltanto dei manichini colorati. La mia pittura è sentimento, passione! La poesia e le donne si abbandonano nude solamente ai loro amanti. Non è una tela, è una donna con cui ho riso e pianto, discorso e pensato. Sono amante ancor prima che pittore.”
    E ancora: “Scenderò come Orfeo nell’inferno dell’arte per riportarne sulla terra la vita!”.
    Il mio mito preferito, quello di Orfeo e Euridice, potente oltre la morte, magico e fragile come l’amore e struggente come la debolezza umana. Nello stesso istante in cui Orfeo-Frenhofer raggiunge la perfezione, egli la perde irrimediabilmente, arrivando a distruggere il sublime (e vivo!) che ha creato.
    Picasso a proposito del libro affermò: “questo è il meraviglioso di Frenhofer: che alla fine non si riesce a vedere altro che se stessi. Egli, a causa della sua perenne ricerca della realtà, cade nella più buia oscurità. Ci sono tante realtà diverse che, a volerle abbracciare tutte, si piomba nel buio”.
    http://static.nanopress.it/nanopress/fotogallery/1200X0/101353/pablo-picasso-il-pittore-e-la-modella-1963.jpg
    L’arte è vita dunque e contemporaneamente un trucco che ci fa elevare per il tempo folle di uno sguardo.

  11. Gianfranco ha detto:

    Siamo ignoranti in due. C’è il rischio che lo legga per intero tu prima di me.
    A proposito di ignoranza, ecco cosa ho trovato scritto col gessetto sulla lavagnetta del mio droghiere (in veneto vernacolare naturalmente le doppie non esistono):
    El sapiente el sa gnente
    L’inteligente el sa poco
    El gnorante el sa tanto
    El xxxx el sa tuto.
    (xxxx = gergale veneto non riproducibile usato per indicare il più somaro dei somari e al contempo un famoso soggetto di Courbet)
    Quando l’ho recitata ad un mio amico siciliano, sorridendo mi ha risposto all’istante “…nulla saccio!”.

  12. Paolo ha detto:

    L’unico artista che odiava ritrarre i piedi era Egon Schiele: nei suoi ritratti i piedi sono sempre coperti da lenzuoli, libri ma, soprattutto, lasciava il vuoto sotto le caviglie.

  1. 2 ottobre 2014

    […]   […]

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