Giuseppe Castiglione, pittore degli imperatori cinesi

Non scrivo mai articoli monografici se non quelli dedicati alle architetture famose. Ma quando ho scoperto la figura di Giuseppe Castiglione non ho resistito alla tentazione di raccontarlo. Perché la sua pittura è un dialogo tra culture figurative lontanissime, è la straordinaria fusione di Oriente e Occidente.

Castiglione era un gesuita missionario nato a Milano nel 1688. Dal 1715 fino alla morte, avvenuta nel 1766, risiede in Cina, presso la corte imperiale. A Pechino non si dedicò all’evangelizzazione del popolo cinese, ma lavorò esclusivamente come pittore. D’altronde era andato in Cina proprio su richiesta dell’imperatore Kangxi che desiderava avere un artista italiano.

Per andare in Asia Castiglione si trasferì a Coimbra, in Portogallo, nel 1710. Da qui, nel 1714, si imbarca verso l’Oriente toccando prima Goa, poi Macao e Canton, per giungere infine a Pechino l’anno seguente. Qui assume il nome di Lang Shining (cioè Pace del mondo). L’imperatore successivo, Yongzheng, consente a Castiglione di rimanere a corte ma è con Qianlong (1711-1799) che l’artista italiano diventa pittore ufficiale. Ecco come ritrae l’imperatore: con i tratti delicati della pittura cinese (soprattutto nel volto) ma con una prospettiva impeccabile del tappeto, assolutamente occidentale.

Che poi è la stessa operazione che si può notare nel vaso di fiori più in alto: un oggetto fortemente tridimensionale che il chiaroscuro fa emergere con prepotenza dallo sfondo di seta. I fiori, invece, sono delineati dai contorni delicati, come disegni bidimensionali.
Per capire la differenza vediamo come è stato raffigurato lo stesso imperatore dagli artisti locali. Eccolo nel suo studio, assieme a un calligrafista. Tutto è rarefatto, delineato dai contorno. E lo spazio è reso con una prospettiva innaturale, molto decentrata, quasi un’assonometria.

Vediamo un altro esempio su un soggetto molto amato nell’arte cinese: il cavallo. Questi sei pannelli di seta della dinastia Qing mostrano l’animale dipinto secondo le convenzioni orientali: disegnato con il contorno e campito con delicatezza.

Questo è invece il cavallo dipinto dal nostro Castiglione alla maniera occidentale: di scorcio, massiccio e costruito con il colore.

Si può dire che, a differenza dei pittori dell’Ottocento, come Manet o van Gogh, che hanno cercato di imitare l’arte orientale (nel loro caso quella delle stampe giapponesi), Giuseppe Castiglione abbia fatto un’operazione differente, immettendo la sua cultura figurativa all’interno dell’arte cinese. D’altronde l’imperatore voleva un pittore italiano proprio per questo.
In alcuni casi, tuttavia, l’artista si avvicina di più all’effetto grafico dell’arte cinese, come in questo dipinto con un merlo e un segugio. Ma osservando bene il cane non si può fare a meno di notare una forte modellazione del corpo che sembra staccarsi dalla superficie.

In alcuni dipinti riesce ad essere ancora più mimetico. È il caso di questi due splendidi pavoni sotto un albero in fiore. Le rocce, le piume, i tronchi, tutto è raffigurato con minuzia, creando un’immagine quasi astratta. Se vogliamo rintracciare qualche elemento occidentale dobbiamo osservare il modo in cui gli oggetti sono attaccati al suolo, un modo molto più deciso rispetto ai dipinti cinesi, in cui spesso le piante e le rocce sembrano fluttuare senza peso.

Castiglione, dunque, si sposta con grande facilità tra i due linguaggi e li maneggia con la stessa familiarità. Va ricordato che è stato lui a portare in Cina la pittura a olio. E con quella tecnica tutta europea ha realizzato un ritratto di Qianlong che sembra quasi un Tiziano: fondo scuro, posa leggermente di tre quarti e volto naturalistico.

Ma l’opera più straordinaria di Giuseppe Castiglione non è un ritratto imperiale bensì un enorme dipinto noto come I cento cavalli, realizzato intorno al 1725. Alta poco meno di un metro e lunga quasi otto, la fascia di seta raffigura decine di cavalli che pascolano nel paesaggio (cliccate sul titolo per vederla meglio).

In quest’opera ha mescolato in modo suggestivo tecniche orientali e occidentali: i cavalli, naturalistici e voluminosi, sono raffigurati nelle posizioni più svariate, soprattutto di scorcio, mentre il paesaggio, è reso profondo dalla prospettiva aerea. È tipico della pittura cinese, invece, la cura meticolosa dei dettagli, la contorsione dei rami, la tavolozza delicata e l’aspetto grafico della vegetazione.

Per avere un termine di paragone basta confrontare la scena con un dipinto di poco precedente del pittore cinese Yuan Jiang. Il paesaggio non è trattato con realismo, non ha concretezza. È tutto trasfigurato attraverso la nebbia e le rocce sembrano prive di peso.

D’altra parte Castiglione procedeva sin dall’inizio secondo tecniche occidentali. Alla base del suo dipinto c’è un lungo lavoro di disegni preparatori che rivelano un approccio alle forme proprio della cultura europea.

Il miglior riassunto di questo linguaggio, però, rimangono i vasi di fiori. Soggetti che Castiglione trasforma in ponti tra due culture unendo alla delicatezza del disegno dei petali, la consistenza delle forme del vaso.

Se fosse vissuto ai nostri giorni, Giuseppe Castiglione verrebbe accusato di “appropriazione culturale” (sic!) dai fanatici del politicamente corretto. Ma quello che questi individui non sanno (perché non studiano) è che l’arte ha prodotto i più grandi capolavori proprio quando ha saputo fondere culture e linguaggi, quando ha innestato nuova linfa sopra visioni immobili e chiuse. Si chiama sincretismo, ed è una delle tante magie di cui è capace l’arte.

 

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10 Risposte

  1. Elisa ha detto:

    In Castiglione è racchiusa la storia dell’arte italiana in completa armonia con quella cinese! Che spettacolo.
    Ancora grazie Emanuela. A presto.
    Elisa

  2. clare ann matz ha detto:

    Straordinaria storia! Grazie mille Emanuela!

  3. Liliana Mabel Daraio ha detto:

    Me encanta esta pagina..aprendo muchisimo. Gracias!!

  4. Marino Calesini ha detto:

    Sempre un grande piacere leggere i suoi lavori .

  5. Oriente e Occidente. Un tema fondamentale per capire che siamo (e l’arte è) il prodotto di infinite connessioni, sia nei secoli passati, sia oggi. Complimenti Emanuela!