Vi racconto Marat…

Domenica 13 luglio 1793. Vigilia del quarto anniversario della presa della Bastiglia.

Un uomo giace riverso nella vasca da bagno con una ferita mortale al costato. Nella mano sinistra tiene una lettera, nella destra una penna a contatto con il pavimento.

L’avete riconosciuto, no? È il famoso Marat che Jacques-Louis David rappresentò in un celebre dipinto subito dopo il feroce assassinio.

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Ma chi era questo Marat?

Il suo nome era Jean-Paul, era nato in Svizzera nel 1743 da padre sardo (tale Giovanni Mara) e faceva il medico. Tra i promotori della Rivoluzione Francese, fonda nel 1789 il giornale L’Ami du peuple (L’Amico del popolo), diventa deputato della Convenzione nel 1792 e presidente del Club dei Giacobini, la fazione repubblicana più estremista ed intransigente che, subito dopo la morte di Marat, darà luogo al cosiddetto Regime del Terrore.

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Ma andiamo indietro di due giorni prima del 13 luglio, quando una giovane girondina (della corrente avversa ai Giacobini) proveniente da Caen, in Normandia, arriva a Parigi.

Ha capelli lunghi ed ondulati e profondi occhi azzurri. Il suo nome è Marie-Anne-Charlotte Corday d’Armont, ha solo 25 anni ma è convinta che Marat stia tradendo gli ideali della Rivoluzione fomentando una guerra civile.

Ha già deciso: Marat deve morire.

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Cerca di mettersi in contatto con un deputato della sua stessa fazione per avere notizie sull’eventuale presenza di Marat all’assemblea della Convenzione. Immagina già di compiere un gesto eclatante pugnalandolo sotto gli occhi dei partecipanti.

Con rabbia e delusione scopre che Marat non esce di casa da tempo: è un uomo ormai cinquantenne afflitto da oltre dieci anni da un prurito cutaneo che lo costringe a lunghe permanenze nella vasca da bagno per alleviare il dolore. Lo assiste la compagna Simone Evrard che prepara soluzioni di caolino ed erbe da sciogliere nell’acqua.

Scatta il piano B. Decide di ucciderlo a casa sua. Tutta la giornata del 12 luglio rimane, però, chiusa nella sua camera, la numero 7 all’Hotel de la Providence, a scrivere.

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La mattina del 13 luglio, alle 7:00, lascia l’albergo e percorre le vie del centro di Parigi per andare al negozio di Badin, al 177 di Rue de Valois, dove compra un lungo coltello da cucina.

Raggiunge Place des Victoires dove prende a nolo una carrozza chiedendo al vetturino di essere accompagnata in Rue des Cordeliers, al numero 30. Là abita il “cittadino Marat“.

Sono le 11:30. Sta per salire su per le scale quando viene bloccata da Catherine, sorella di Simone: Marat è troppo malato per ricevere visite. Per altri quattro-cinque giorni non può vedere nessuno.

Charlotte, contrariata, torna al suo alloggio ma non demorde. Prepara una lettera per Marat. Finge di volergli confidare i nomi di chi in Normandia trama contro la Convenzione.

Je viens de Caen, votre amour pour le patrie doit vous faire désirer connaître les complots qu’on y médite. J’attends votre réponse. (Vengo da Caen, il vostro amore per la patria dovrebbe farvi desiderare di conoscere i complotti che la minacciano. Aspetto la vostra risposta). La lettera viene recapitata a mano ma per tutta la giornata non arriva risposta.

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Scrive un secondo messaggio.

Je vous ai écrit ce matin, Marat, avez vous reçu ma lettre, puis-je espérer un moment d’audience? si vous l’avez reçue j’espère que vous ne me refuserez pas, voyant combien la chose est intéressante. Suffit que je sois bien malheureuse pour avoir droit à votre protection. (Vi ho scritto questa mattina, Marat, avete ricevuto la mia lettera? Posso sperare di essere ricevuta? Se l’avete ricevuta spero che non mi rifiuterete dato che ho cose interessanti da dirvi. Si sappia che sono così amareggiata da aver diritto alla vostra protezione).

Convinta che stavolta sarebbe stata ricevuta Charlotte nasconde il coltello davanti al petto, sotto uno scialle e si incammina di nuovo verso casa di Marat. Sono le 7:00 di sera.

Stavolta è Simone che le va incontro ai piedi delle scale, curiosa di capire perché questa bella ragazza sia così ansiosa di vedere Marat. Le due donne iniziano a discutere animatamente. Simone cerca di buttare fuori Charlotte ma lei comincia ad urlare dicendo che vuole solo dare a Marat i nomi di alcuni girondini che stanno cospirando a Caen contro di lui.

Il trucco funziona. Marat, dall’interno della stanza da bagno, riesce a sentire le parole della Corday e decide di riceverla. Charlotte viene introdotta in una stanza quadrata rivestita di carta da parati, con mensole piene di libri alle pareti e una grande carta geografica della Francia.

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Marat è immerso in una strana vasca a forma di scarpa con una tavola a mo’ di scrittoio poggiata sui bordi. La riceve con modi amichevoli dichiarandole di aver letto le lettere e di volerne sapere di più. La invita a sedersi accanto alla vasca. Simone, sospettosa, resta nella stanza e siede con loro, ascoltando l’elenco di nomi che la ragazza detta a Marat.

Ad un certo punto, però, mentre Simone esce dalla camera per prendere la soluzione di caolino da versare nella vasca Marat sorride alla giovane ospite con la lista in mano dicendo: “Le loro teste rotoleranno entro due settimane”.

Charlotte non ricambia il sorriso. Si alza in piedi di scatto lasciando cadere la sedia per terra, afferra il coltello nascosto in seno e lo sferra con violenza contro il petto di Marat per poi estrarlo e lasciarlo cadere per terra. “A me, mia cara amica!” geme Marat. La lama ha reciso l’aorta ed è penetrata nel polmone destro. Per Jean-Paul non c’è più niente da fare. Gli restano pochi istanti di vita.

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Immediatamente Charlotte afferra la lista e la getta in acqua sperando che i nomi si dissolvano. Simone rientra di corsa; vede il sangue scorrere a fiotti dalla ferita e mischiarsi con l’acqua, inzuppare i fogli e spargersi sulla tavola. “Mio Dio, è stato assassinato!”

Charlotte non tenta la fuga. Comincia ad arretrare sconvolta da ciò che ha fatto ed esce lentamente dalla stanza.

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Intanto, allertato dalle urla di Simone, arriva di corsa Laurent Bas, un collaboratore di Marat che blocca Charlotte fino all’arrivo del commissario Guellard. La notizia della morte di Marat si diffonde istantaneamente. La folla si accalca. Viene evitato un linciaggio solo perché si spera di ottenere i nomi dei mandanti o dei complici.

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La Corday è arrestata ed interrogata presso la prigione dell’Abbaye. Non nega il delitto ma sostiene con forza di aver agito da sola.

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Nei giorni seguenti i carcerieri tentano invano di estorcerle il nome del mandante: non é pensabile che una ragazza così giovane e perbene possa aver architettato un piano così raffinato.

(c) Walker Art Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Il 16 luglio è trasferita alla Conciergerie. Il 17 luglio, alle 8:00 del mattino è portata davanti al Tribunale Rivoluzionario. È consapevole del suo delitto ma fiera di averlo commesso: “ho ucciso un uomo per salvarne centomila!” dichiara davanti al giudice.

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L’accusa è la più grave: assassinio commesso con intenzioni criminali e premeditazione. La pena è la più severa: decapitazione immediata.

Charlotte è condotta al patibolo vestita con la camicia rossa dei parricidi.

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Il boia cerca di nasconderle la vista della ghigliottina. Ma lei, trionfante ed orgogliosa, esclama “Avrò pure il diritto di vederla: non ne ho mai vista una!”. È sera. Sono le sue ultime parole.

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E qui entra in gioco Jacques-Louis David. Deputato e amico intimo di Marat, il pittore è immediatamente incaricato dalla Convenzione di realizzare un dipinto che celebri la figura del leader giacobino, già considerato martire della Rivoluzione.

Entro il mese di ottobre il quadro è pronto. Ma è molto diverso dalla scena reale ampiamente descritta dalle cronache dell’epoca. Il rivoluzionario è raffigurato dopo il delitto, abbandonato nella vasca con la testa reclinata di lato e un braccio steso verso terra. Un ampio sfondo scuro rende ancora più solenne il momento: non c’è concitazione, non c’è dramma. La tragedia è sublimata in un’immagine silenziosa e senza tempo.

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Il coltello è per terra, in penombra. Il calamaio è posato sopra uno spoglio mobiletto in legno sul quale David incide la sua dedica personale. La luce laterale, quasi caravaggesca, crea un forte contrasto tra il corpo e lo sfondo e conferisce teatralità alla scena. La sobrietà dell’insieme sottolinea la rettitudine e la virtù del personaggio.

L’assassina, quasi per una forma di damnatio memoriae, non è stata raffigurata. Ma è presente la seconda lettera che Charlotte aveva inviato a Marat. È più sintetica del documento originale (riporta solo: 13 luglio 1793. Marie Anne Charlotte Corday al cittadino Marat. Basta che io sia tanto infelice per aver diritto alla vostra benevolenza) ma questo la rende ancora più lapidaria come prova del tradimento ordito dalla donna.

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Nonostante sia già morto, Marat riesce a tenere la lettera ben salda e leggermente ruotata in modo che l’osservatore possa leggerne il testo. Per questo motivo, davanti a questo quadro, i visitatori del Museo Reale delle Belle Arti del Belgio, stanno sempre con la testa piegata verso destra…

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L’altro braccio di Marat penzola senza vita (ma con i muscoli ancora ben tesi) fuori dal bordo. Non è una posizione casuale: quel braccio che scivola in basso è un riferimento esplicito al braccio di Cristo nella Pietà di Michelangelo, nel Trasporto di Cristo di Raffaello e nella Deposizione di Caravaggio.

L’intento simbolico (e propagandistico) è chiaro: David sta paragonando Marat ad un Cristo laico, un martire che ha sacrificato la vita per il suo popolo.

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Il tema della morte di Marat, come abbiamo visto dalle opere più sopra, ha affascinato tanti autori che l’hanno interpretata nei modi più diversi. Ma tra questi ce ne sono due davvero insospettabili.

Uno è Edvard Munch (quello del famoso Urlo). Nelle sue opere dedicate a Marat, Charlotte è spesso nuda e l’uomo, a volte, è ucciso nel suo letto. Sembra più interessato agli aspetti più conturbanti e fatali di un rapporto uomo-donna che all’episodio storico in sè.

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L’altro è Pablo Picasso con un paio di immagini nel suo stile più sintetico (e se non fosse per il titolo difficilmente si capirebbe il soggetto).

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Quella più celebre, comunque, resta la versione di David. La sua potenza visiva l’ha resa famosa come le icone più conosciute. Per questo motivo è stata più volte ripresa da interpreti di tableau vivant.

Uno dei più recenti vede Lady Gaga (addirittura!) nei panni di Marat all’interno di una video-installazione di Bob Wilson al Louvre.

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In altri casi l’immagine è stata riprodotta in modo più o meno fedele… (l’abbiamo fatta anche noi in classe insieme ad altri quadri di David).

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E infine l’ha riprodotta con i rifiuti Vik Muniz per il suo film Waste Land; un’operazione di grande impatto etico e sociale. Il suo Marat (e tante altre opere d’arte) sono state ricreate con i rifiuti a Jardim Gramacho, un’immensa discarica a Rio de Janeiro dove vivono migliaia di persone.

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Forse è la versione più “trash” (in senso letterale).

Ma, al di là del significato storico del dipinto, sembra voler dare un messaggio che trascende epoche e personaggi. Sembra voler dire che non dovremmo smettere di cercare la  bellezza intorno a noi. Per riscattare le nostre piccole esistenze e il nostro grande pianeta dalla devastazione di cui siamo capaci.

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22 Risposte

  1. paola ha detto:

    Un bellissimo viaggio per immagini, con tanto di colpo di scena finale nella discarica carioca. Aspetto con grande interesse le prossime proposte. Grazie.

  2. Gabriella Speranza ha detto:

    molto bella la foto dei visitatori al museo e molto interessante il video.Ottimo articolo!

  3. Giuseppe ha detto:

    Complimenti! A proposito della “Morte di Marat” di Munch, l’opera nasce dalla relazione sofferta con Tulla Larsen. Dopo una serie di rotture, provocate dal rifiuto di Munch di sposarsi, e riconciliazioni, la relazione finì violentemente quando con un colpo di pistola Tulla lo ferì ad una mano. Il pittore non volle più avere a che fare con lei e con gli amici che avevano preso le sue difese.

  4. Giulia Pisana Colucci ha detto:

    Grazie,il tuo blog è davvero interessante,ricco e pieno di spunti ed idee bellissime!sai io insegno arte da pochissimi anni essendo stata catapultata ( ma mi piace un sacco) da architetto nella scuola,tu sei preziosissima e ti leggo con “avidità”! E questo contributo è uno dei tanti che mi fa sentire più ricca!grazie grazie e al prossimo articolo!!!

  5. Valeria Viola ha detto:

    Bravissima|

  6. caroline ha detto:

    Precisiamo però che il “braccio della morte” ha una tradizione molto più antica, precedente a Michelangelo Raffaello e Caravaggio…
    Vedi sarcofago con Morte di Meleagro!

    • didatticarte ha detto:

      Buongiorno Caroline e benvenuta.
      L’osservazione è esatta dal punto di vista iconografico, tuttavia penso che in questo caso il tema del braccio sia sostanzialmente un riferimento alla figura di Cristo 🙂

      • caroline ha detto:

        certamente! Soprattutto nel constesto in cui nasce l’opera è assai appropriato il riferimento a Cristo!
        Con il mio commento volevo aggiungere che la sconfinata iconografia del “braccio della morte” comunque, conferisce a mio parere ancora più nobiltà valenza e importanza al gesto e a chi lo compie 🙂

      • didatticarte ha detto:

        Sì, è vero: è una postura di grande eleganza, in qualsiasi accezione venga utilizzata! 😉

  7. Giovanna ciani ha detto:

    Affascinante

  8. Mauro castiello ha detto:

    Ci staaah

  9. Cecilia Maria Bejar Granda ha detto:

    Gracias por haber hecho una exposicion historica a travez de las diferentes obras pictoricas en diferentes epocas hasta el video dramaticamente artistico de la discarica en Rio de Janeiro. una icona universal de la historia de la humanidad!

  10. Giorgina ha detto:

    Grazie!!! Veramente affascinante e documentato. Complimenti!

  1. 22 aprile 2015

    […] La prospettiva sul corpo umano: lo scorcio. Prova di grande virtuosismo, lo scorcio della figura umana non lascia mai indifferenti. Vi racconto Marat… […]

  2. 29 dicembre 2015

    […] Si veda la bella introduzione, chiara e didattica, alla lettura del quadro di David pubblicata dal blog Didatticarte. ↩ […]

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