Come si duplica una scultura?

Per una strana coincidenza, questa domanda mi è stata fatta nello stesso giorno in due classi diverse.

In una quinta me l’ha chiesto una studentessa quando ho spiegato che Antonio Canova aveva rifatto le Tre Grazie per un committente inglese che aveva molto apprezzato la prima versione dell’opera (quella che è oggi all’Hermitage di San Pietroburgo).

In una seconda classe me l’ha chiesto uno studente quando ho raccontato che la maggior parte delle sculture greche che vediamo oggi nei musei sono in realtà copie di età romana.

In effetti quando racconto queste cose non mi sono mai soffermata a spiegare come si realizzavano, dal punto di vista tecnico, le copie delle sculture.

Per un dipinto è abbastanza intuitivo: mi metto accanto al modello, lo osservo con attenzione e cerco di riprenderne lo schema compositivo, la luce, i colori. Ma per la scultura non sembra così semplice, a prima vista! Eppure, a giudicare dalla straordinaria quantità di copie di statue, soprattutto classiche, che c’è in giro, non deve essere una pratica tanto difficile…

Sostanzialmente i metodi sono due: la creazione di un calco e il riporto dei punti.

Per la realizzazione di un calco in gesso si riveste l’originale con una sostanza protettiva e si cola il gesso liquido in una cassaforma ottenendo una forma negativa.

Da questa, per successiva colatura, si possono ottenere nuovamente i “positivi”: dei duplicati, sempre in gesso, fedeli all’originale. Oppure si può stendere uno strato di cera per procedere con la tecnica della fusione a cera persa.

Oggi i calchi non si realizzano più in gesso, materiale fragile e pesante, ma nel ben più duttile silicone. Il negativo così ottenuto viene rimosso con estrema facilità e risulta molto più resistente nelle successive fasi di realizzazione del positivo.

Un metodo completamente diverso è quello del riporto dei punti. Sostanzialmente consiste nel creare un sistema di riferimento spaziale attorno alla statua da copiare (anche semplici fili a piombo), prendere le coordinate di alcuni punti della scultura (i più sporgenti, all’inizio) e riportarli su un blocco di marmo munito di analogo sistema di riferimento.

Ecco un esempio filmato di questo sistema di copia. Lo scultore del video va perfezionando la testa di cavallo prendendo dei riferimenti sull’originale via via più profondi.

 

Questo metodo a volte accompagna quello della copia con calco: si duplica in gesso un originale e poi si riporta su marmo la prima copia.

Si tratta di un sistema antichissimo le cui origini risalgono alle griglie applicate ai blocchi di pietra in età egizia e greca arcaica. Queste quadrettature permettevano di riprodurre sculture molto simili per proporzioni e postura.

Con gabbie e sistemi di riporto dei punti i Romani, appassionati collezionisti di sculture greche, copiarono in innumerevoli esemplari marmorei gli originali classici, soprattutto di MironeLisippo e Prassitele.

Era rarissimo l’uso dei calchi tant’è vero che spesso si possono osservare molte varianti tra le varie riproduzioni. La copia marmorea di una statua in bronzo, inoltre, necessitava sempre dell’aggiunta di un tronco, una roccia, un vaso o anche un cane presso le gambe della figura per evitarne la rottura delle caviglie.

La scultura in bronzo non richiede questo rinforzo però necessita della preventiva creazione di un modello in argilla sul quale si realizzerà la fusione. Un percorso lungo e tormentato che richiede grande perizia tecnica!

Durante il Rinascimento, il desiderio di dare regole matematiche all’arte portò Leon Battista Alberti ad elaborare il finitorium, uno strumento di sua invenzione descritto nel De statua (1462) che consentisse di misurare con grande precisione i modelli classici per poterli riprodurre con rigore scientifico.

Il sistema prevede l’uso di un disco graduato e un filo a piombo per individuare, attraverso un angolo, una distanza dal centro e una lunghezza, le coordinate di qualsiasi punto di una scultura.

Il suo intento era, fondamentalmente, quello di sottrarre la scultura all’arbitrio dell’occhio dell’artista per fornirle una legittimazione scientifica come quella che la prospettiva conferiva alla pittura.

Nel Settecento, con il Neoclassicismo, tornò in voga l’uso di copiare le statue più belle dell’antichità (a volte arrivando a creare dei falsi…). Gli scultori, allora, ripresero il concetto albertiano delle coordinate adattandolo ad un sistema più pratico, quello del telaio metrato.

E proprio il telaio metrato era il sistema usato da Canova nella fase di passaggio dalla scultura in gesso a quella in marmo.

Canova, infatti, iniziava i suoi lavori con piccoli bozzetti in argilla, poi ne faceva una versione in gesso con le dimensioni che avrebbe avuto la scultura finale e poi duplicava il gesso applicando sul marmo le coordinate di numerosi punti segnati sulla superficie.

Non era troppo difficile, così, rifare due volte le tre Grazie (sebbene non siano identiche). E dopo aver usato il primo gesso per fare la seconda versione delle Grazie, Canova fece il calco della nuova scultura per archiviarla nel suo studio di Possagno (città dove è sita la Gipsoteca, la raccolta dei gessi canoviani).

Il telaio metrato e, ancora prima, il finitorium sono gli antenati del sistema attuale che si usa per replicare un manufatto tridimensionale. Cos’è, infatti, la scansione digitale se non una raccolta di coordinate spaziali dei vari punti di una scultura? E per il riporto delle quote sul blocco ci pensa una bella stampante 3D.

Il vantaggio è che l’originale non viene neanche toccato e il numero di punti quotati è elevatissimo (a beneficio della precisione dei dettagli).

Con le tecniche digitali è possibile ottenere anche un modello virtuale della scultura, utile a studiarne ogni minimo particolare.

Naturalmente le copie fatte con questo sistema non hanno la stessa finalità delle copie di età romana, rinascimentale o neoclassica.

Quelle nascevano dalla brama di possesso di un pezzo d’arte classica, anche se non originale. Queste vengono fatte per scopi molto differenti: alcune servono ad ipotizzare delle ricostruzioni di parti mancanti, altre per offrire punti di vista non accessibili, altre ancora per monitorare e valutare i rischi dovuti al degrado dei materiali, per archiviare delle copie di reperti rari e rovinati o per un uso didattico nei musei tattili.

Sia la copia col telaio che quella da scanner sembrano operazioni piuttosto “fredde” e meccaniche, vero?

Eppure l’arte è fatta anche di questo: di mestiere, di fatica, di routine. E gli studenti si appassionano molto di più quando possono scoprire “com’è fatto”, giusto per citare il titolo di una fortunata trasmissione televisiva…

Perché quello dell’arte non è un mondo misterioso, inaccessibile e autoreferenziale. È, invece, una pulsione verso le forme e le immagini che sta dentro di noi. Nessuno escluso.

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15 Risposte

  1. Luisa ha detto:

    Un elogio affettuoso e riconoscente a te per l’amore per la Conoscenza .grazie

  2. Giorgio ha detto:

    Un articolo interessantissimo! Complimenti 🙂

  3. Enny ha detto:

    Molto ma molto interessante e istruttivo!

  4. Niccolò Barbagli ha detto:

    Grazie! ancora una volta mi regali materiali più rari dell’oro per le mie lezioni!

  5. Alberto ha detto:

    Bellissimo articolo! ho apprezzato molto anche il link alla fondazione artistica… a proposito di link, ne incollo uno di un manuale di tecniche della scultura uscito da poco. Opera di Salvatore Rizzuti, ne ho una copia e posso dire che è molto utile per chi vuole approfondire il tema “come si duplica una scultura” .-) http://www.ibs.it/code/9788896251744/rizzuti-salvatore/manuale-tecniche-della.html

  6. Letizia ha detto:

    Bello mi è piaciuto!

  7. Maria Teresa ha detto:

    Interessante e ben fatto come tutto il resto ! D’altra parte il è il primo passo verso la compressione e dimostra interesse e curiosità. Ogni mamma sa che questo atteggiamento è caratteristico dei bimbi, poi ci pensa la scuola a spegnere le curiosità … 🙁 , fino a quando non si incontra una professoressa come te !!! 🙂 Alunni fortunati !

  8. Vincenzo ha detto:

    Esauriente è ben fatto, ma manca nella descrizione e l’impiego del compasso a tre punte

  9. Remo Macrì ha detto:

    Grazie. Molto interessante aver approfondito l’argomento

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