Il Perseo di Cellini secondo Singer Sargent

Se c’è una cosa che non smette mai di affascinarmi è l’arte vista dagli artisti. Perché un vero artista riesce a vedere nelle opere d’arte quello che nessuno è in grado di cogliere: un nuovo punto di vista, un dettaglio segreto, un senso mai svelato prima. E la cosa straordinaria è che, a sua volta, anche la rappresentazione di un’opera d’arte diventa opera d’arte.
Non parlo dei d’apres, che con l’opera originale conservano un rapporto piuttosto elastico, usandola come punto di partenza per nuove interpretazioni. Parlo di dipinti che mirano alla riproduzione, alla conoscenza, ma che aggiungono significato. Come quelli dedicati al Perseo di Benvenuto Cellini.

La celebre statua in bronzo, realizzata nel 1545 raffigura il mitico eroe che tiene in mano come un trofeo la testa mozzata di Medusa, la creatura mostruosa con il capo coperto di serpenti che trasformava in pietra chiunque l’avesse guardata negli occhi. Sotto i suoi piedi giace contorto il corpo decapitato della Gorgone.
Il linguaggio manierista è evidente nel titanismo del corpo, ispirato a quelli di Michelangelo, nella posa elegantemente flessuosa dell’eroe e nella cura estrema dei dettagli.

La statua ha avuto un’esecuzione particolarmente travagliata perché Cellini decise di realizzare il corpo dell’eroe in un solo getto, anziché saldare le varie membra fuse separatamente, com’era consuetudine. Non solo: lo scultore racconta nel suo diario che mentre gettava il bronzo fuso questo cominciò ad addensarsi e fu costretto a squagliare tutte le sue stoviglie in stagno per recuperare il materiale. Come se non bastasse la sua bottega stava per incendiarsi ed egli stesso era in preda alle febbri. Insomma, un vero romanzo!
La meraviglia dell’artista davanti al capolavoro finito può essere osservata nella litografia realizzata da
Henri Fantin-Latour nel 1888 per illustrare il terzo atto del “Benvenuto Cellini“, un’opera musicale del compositore francese Hector Berlioz del 1838.

La statua di Perseo è collocata fin dalla sua realizzazione sotto l’arco di sinistra della Loggia dei Lanzi in piazza della Signoria, a Firenze. È in posizione simmetrica rispetto al Ratto delle Sabine di Giambologna, ma la sua colorazione scura non la fa scorgere immediatamente.

Ed è qui che è sempre stata raffigurata dagli artisti dell’Ottocento. Carlo Ferrari la osserva dall’ingresso di Palazzo Vecchio, tra il David di Michelangelo e l’Ercole e Caco di Bandinelli.

Ippolito Caffi si sposta più avanti, lasciandosi il palazzo e le due statue alle spalle. Il Perseo si ritrova così sul bordo sinistro, macchia scura che incombe sulla piazza.

Altri autori hanno scelto di raffigurare la Loggia dal lato opposto, con il Palazzo Vecchio sullo sfondo. In questo caso il Perseo è sempre piuttosto piccolo e visto di profilo tra un pilastro e l’altro, come nell’opera di Carlo Canella.

Altri autori si sono avvicinati di più, dando maggiore enfasi alla silhouette scura del Perseo che con il gesto imperioso del braccio domina sullo spazio della piazza.

Il più scenografico è il dipinto di Enrico Alessandro Fanfani del 1860, un’opera fortemente simbolica che raffigura il momento della cacciata dei Lorena dalla città, poco prima dell’annessione volontaria al Regno d’Italia. Perseo è sempre di spalle, ma colto da una lama di luce che sottolinea e aggiorna il significato della statua: la conquista della libertà.

Il dipinto fa pendant con quello del 1861 che raffigura l’arrivo di Vittorio Emanuele II in piazza della Signoria. Ma stavolta l’attenzione è tutta incentrata sul monarca a cavallo. Perseo si mimetizza sullo sfondo, silente testimone della storia che si compie ai suoi piedi.

L’unico artista che si interessa del Perseo in quanto tale, senza la Loggia o la piazza, è John Singer Sargent (1856-1925), un pittore nato a Firenze da genitori americani, formatosi a Parigi e vissuto a lungo a Londra. Tra il 1909 e il 1910 esegue diversi schizzi della statua, per afferrarne la posa e l’espressione impassibile.

Nello stesso periodo realizza degli acquerelli che mostrano l’eroe visto da sinistra, con la spada in mano e un pilastro della Loggia sullo sfondo. Si tratta di dipinti rapidi, sintetici, ma altrettanto precisi nel raccontare le forme e i colori.

Dallo stesso punto di vista Sargent ha realizzato un bozzetto ad acquerello e un dipinto a olio notturni, con il Perseo illuminato dal basso, ancora più solenne e drammatico.

Ma l’immagine più eterea, quella in cui il colosso di bronzo assume l’aspetto di una presenza fiabesca, è dipinta dall’altro lato, con la testa di Medusa in evidenza. Poche pennellate rendono muscoli e riflessi luminosi mentre una macchia leggera sostituisce lo sfondo del Palazzo Vecchio. Si intravede il tratto di matita, quel segno sottile e sicuro che racchiude le velature di colore.

Confrontato con l’immagine reale, dallo stesso punto di vista, la versione di Sargent appare ancora più sorprendente. Evidenzia l’allineamento delle braccia e il bilanciamento della gamba. Mostra il volto sbucare fuori dietro l’ascella e svela il rimando tra le ali del copricapo e quelle dei calzari. Fissa un punto di vista insolito ma suggestivo e ricco di nuovi elementi.

Questa capacità di Singer Sargent di cogliere nel soggetto qualcosa di nuovo non sarà sempre apprezzata. “Ogni volta che dipingo un ritratto perdo un amico“, racconta con ironia il pittore. 
Ma l’arte deve essere questo. Deve andare oltre la realtà, altrimenti è solo tecnica. Magari ottima, ma priva di anima.

 

 

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4 Risposte

  1. Roberta ha detto:

    L’arte: una bellissima e continua storia di amore infinita. Che onore riuscirne a godere! Grazie!

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