Architetture dipinte aperte sul cielo, il Quadraturismo

La mia professoressa di storia dell’architettura contemporanea odiava ogni finzione: “L’architettura deve essere onesta”, ripeteva sempre. Dunque doveva dichiarare le sue viscere, i suoi materiali, le sue asimmetrie, i suoi confini.

Una concezione razionalista che non mi ha mai presa completamente. Perché a me, invece, piacciono le illusioni ottiche, i trucchi che fanno percepire spazi e forme diversi da quelli reali, le scenografie.

Sarà per questo che adoro tutte le forme pittoriche che trasformano lo spazio, i trompe l’oeil, le anamorfosi, le quadrature. Fusioni mirabili tra pittura e architettura inventate addirittura dai Romani, duemila anni fa.

Tanti affreschi di quell’epoca mostrano proprio delle finte architetture aperte sul paesaggio che sfondano la parete e danno corpo ad una profondità del tutto illusoria, ma verosimile ed efficace.

Naturalmente tutto questo si interrompe con la fine dell’età classica. La tradizione bizantina, che influenzerà tutta la pittura medievale, non cerca l’illusionismo realistico ma una rappresentazione diametralmente opposta: bidimensionale, astratta.

Solo con Giotto, non per nulla un antesignano del disegno in prospettiva, torna a far capolino un trompe l’oeil architettonico. Quello che successivamente sarà chiamato da Giorgio Vasari quadratura.  Si tratta di due coretti simmetrici con volta a crociera ogivale che affiancano l’abside della Cappella degli Scrovegni (1306), nella fascia inferiore degli affreschi. Due chicche!

La volta a botte della Trinità di Masaccio (1428), dunque, non sarà una novità assoluta. L’idea di creare una profondità immaginaria al di là del muro ha una lunga storia. Ma questa ha la prerogativa di essere la prima ad avere un disegno prospettico assolutamente scientifico pensato per il punto di vista di un osservatore reale.

Per ritrovare un ambiente che sembra aprirsi verso il paesaggio e il cielo come quelli pompeiani, occorre aspettare Andrea Mantegna e la sua Camera Picta (1465-1474). Qui le pareti mostrano tendaggi spalancati, recinzioni e personaggi visti da un punto di vista ribassato, quello del visitatore.

Al centro del soffitto  è il celebre oculo che, come quello del Pantheon, mette in comunicazione lo spazio interno e la volta celeste. Solo che questo è dipinto! E per un maggiore realismo una schiera di puttini scorciati in modo ardito si arrampicano al parapetto in un pericoloso nascondino (ma tanto loro hanno le ali…).

L’idea di portare l’esterno all’interno non poteva non affascinare uno come Leonardo. Il suo amore per il paesaggio naturale lo porta a rappresentare con incredibile verosimiglianza un intero pergolato in un salone del Castello Sforzesco di Milano. È la sala delle Asse (1498), ambiente di rappresentanza di Ludovico il Moro.

Non è un’opera di quadraturismo in senso stretto, ma è sicuramente un capitolo fondamentale nella storia del trompe l’oeil.

L’illusionismo architettonico ‘alla romana’ torna nelle Logge Vaticane (1518-1519) di Raffaello, spazi caratterizzati da decorazioni classicheggianti (è in questi ambienti che introduce le famose grottesche). Le volte di alcune logge mostrano architetture in prospettiva che sembrano aprire lo spazio del soffitto e protendersi verso il cielo.

Con Baldassarre Peruzzi la cosa si fa più sofisticata. Nella Sala delle Prospettive (1515-17) della Villa Farnesina a Roma, concepisce un intero involucro illusionistico, che mostra scorci reali di paesaggio e un’incredibile complessità architettonica.

Le prospettive sono concepite in maniera anamorfica: occorre mettersi in un punto preciso della sala, non centrale, per vedere le due file di colonne sui lati corti in modo perfettamente realistico.

Con l’avanzare del Cinquecento il gusto per l’illusionismo aumenta, così come quello per il bizzarro e lo spettacolare. Ne sono espressione esemplare gli affreschi che Giulio Romano realizza per Palazzo Te (1532-1535), a Mantova.

C’è la Sala dei Cavalli con una perfetta partitura architettonica che imita marmi pregiati, nicchie, stucchi, statue e persino quattro superbi cavalli di razza. Ma soprattutto c’è la Sala dei Giganti, dove i partiti architettonici crollano in un vortice di corpi e polvere culminante con una balconata circolare dalla quale minuscoli personaggi si godono lo spettacolo.

Da questo momento in poi non c’è parete o volta che non tenti di simulare una realtà tridimensionale. È il momento in cui Vasari inventa il termine quadratura in riferimento all’espressione ‘lavoro di quadro‘, cioè quello per cui ‘si adopera la squadra e le seste’, strumenti di disegno tecnico indispensabili anche per la più fantasiosa prospettiva. Il Quadraturismo comincia a diventare un genere a se stante, praticato anche dai migliori artisti.

È con questa precisione geometrica che Paolo Veronese affresca Villa Barbaro (1560-1561), un edificio progettato da Andrea Palladio, con un linguaggio classicheggiante ma con tocchi di realismo persino spiritosi. C’è il cagnolino davanti alla finestra o la bimba che sbircia dalla porta (nella Sala a crociera) o la signora Barbaro che si affaccia dall’alto a controllare la situazione, nella Sala dell’Olimpo.

Nel Seicento si va affermando uno schema tipico: il soffitto, solitamente una volta a padiglione, mostra un’architettura perimetrale, con prospettiva da sott’in su, che si apre in un cielo pieno di nuvole e personaggi in ascensione.
Uno dei primi esempi è la Sala Clementina (1596-1602), al Vaticano, opera di Giovanni Alberti nella quale le finte architetture della volta sono la continuazione di quelle, altrettanto finte, sulle pareti.

Una parete davvero sorprendente è quella realizzata da Agostino Tassi nella Sala dei Palafrenieri (1619-1621) a Palazzo Lancellotti, Roma. Qui due ordini di arcate esibiscono una prospettiva perfetta di grande profondità e il gusto barocco per la ricchezza decorativa.  Non è molto differente dai fondali in prospettiva che venivano dipinti per il teatro dell’opera nel Seicento.
 
 
Pochi anni dopo, sempre a Roma, Pietro da Cortona dipinge uno dei massimi capolavori del Quadraturismo: il Trionfo della Divina Provvidenza (1633-1639) a Palazzo Barberini. Qui la struttura architettonica è talmente carica di decorazioni e figure umane che sembra scomparire tra nuvole e festoni.
 
 
Negli stessi anni Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli, due specialisti delle quadrature, realizzano alcuni degli esempi più spettacolari di questo genere: La Sala dell’Udienza privata di Palazzo Pitti a Firenze (1637-1639) e la sua vertiginosa volta con colonnato.
 
 
La ricetta funziona. Colonna e Mitelli ripetono lo schema del soffitto con colonnato anche al Palazzo Ducale di Sassuolo (1638-1656). E anche se al centro della volta non c’è l’immagine del cielo, nulla disturba la percezione di un ambiente prolungato verso l’alto. L’importante è mettersi al centro della sala…

Domenico Rossi ripete il modello nella Villa Foscarini Negrelli Rossi a Stra (1652).

Difficile immaginare questi ambienti con la pareti bianche. Da sale sfarzose, anche se è uno sfarzo solo dipinto, diventerebbero in un secondo simili a garage!

 
Uno splendido esempio c’è anche a Genova, a Palazzo Pantaleo Spinola, opera di Domenico Piola e Paolo Brozzi (1665).
 
 
Per tornare ad un affresco illusionistico a parete occorre aspettare i Galli Bibiena, la famosa famiglia di scenografi. Dei fratelli Francesco e Ferdinando è il corridoio di Villa Santucci Fontanelli (1687) a Collecchio, con due immagini speculari di profondi filari di colonne.
 
 
Si vede che venivano dal mondo del teatro: la prospettiva di colonne era la tipica scenografia del teatro barocco.
 
 
 L’ultimo quarto del Seicento è anche il periodo in cui opera Andrea Pozzo (1642-1709) il più grande quadraturista di tutti i tempi, capace di coniugare prospettiva, trompe l’oeil e anamorfosi in tutte le sue opere.
Per la chiesa di San Francesco Saverio a Mondovì (1676-1677) dipinge una finta cupola, con il Santo che ascende in gloria, la cui prospettiva funziona perfettamente da un punto di vista lungo la navata (dove stavano i fedeli) e non all’incrocio col transetto.
 
 
Ma non si tratta di virtuosismo fine a se stesso. Suscitare stupore e meraviglia erano gli obiettivi della Controriforma, strumenti con cui la Chiesa chiedeva all’arte di parlare al cuore dei fedeli usando il linguaggio delle emozioni.
È questo il senso con cui va osservata la Gloria di Sant’Ignazio (1685-1694), nell’omonima chiesa romana. La volta si apre verso il cielo con architetture maestose popolate di personaggi possenti e contorti. L’occhio si perde in uno spazio profondissimo, verso l’infinito e oltre…

Non è l’unico capolavoro di questa chiesa. Come a Mondovì, Pozzo ha realizzato una cupola anamorfica e una straordinaria quadratura sul catino absidale che, vista dal punto giusto, sembra annullare la concavità della superficie per proiettarsi dritta verso il cielo.

Il talento di Andrea Pozzo si è espresso anche nelle committenze private. Affresca saloni con profondi colonnati, simulando non solo colonne, busti e tendaggi, ma anche terrazzini esterni e profondi porticati.

Il Quadraturismo arriverà anche in ambienti tedeschi grazie alla permanenza di Andrea Pozzo a Vienna, dove ha lasciato altri esempi delle sue straordinarie architetture dipinte.

Con il passaggio al Settecento e la successiva diffusione del Neoclassicismo, la moda della quadratura spettacolare e sovraccarica comincia ad affievolirsi. Gli esempi notevoli ci sono ancora, come quelli di Giambattista Tiepolo, ma si preferiscono soffitti ariosi e pareti meno impegnative.

Tra Ottocento e Novecento il Quadraturismo scompare. Solo negli ultimi tempi è tornato di moda, ma non ha nulla che vedere con l’intento originario di fingere una ricchezza decorativa inesistente.

I graffiti urbani ad effetto trompe l’oeil (a parte il fatto che mostrano un interno invece che un esterno) sono più che altro dei divertissement, non rappresentano una società che fa dello sfarzo e della sorpresa uno status symbol o uno strumento di persuasione, come quelle del Cinquecento e del Seicento.

La quadratura era un’arte che tentava di andare oltre i limiti della materia, oltre le regole della statica. Portare il cielo in una stanza, proiettare la stanza nel paesaggio. Ci è riuscita alla grande, con capolavori che ci lasciano ancora oggi a bocca aperta.

E pensare che le quadrature nascevano per risparmiare su marmi, stucchi e statue vere!

 

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18 Risposte

  1. sileno ha detto:

    La maniera impareggiabile che usi per spiegare l’Arte mi fa capire che sono sempre stato cieco davanti a tanti capolavori che ho guardato senza vedere. Grazie per farmi partecipe del tuo straordinario talento.

  2. Franco ha detto:

    Noto, con mio personale rammarico, che non è stata presa in considerazione la magnifica e suggestiva finta abside della chiesa milanese di Santa Maria presso San Satiro. Opera di Donato Bramante presenta un’abside che vista dall’ingresso appare profonda, ma avvicinandosi si nota che tutto è contenuto in uno spazio esiguo (poco più di novanta centimtri).

  3. michele ha detto:

    sempre al top Emanuela

  4. Luisa ha detto:

    Ho letto con interesse questo articolo e rimango sempre affascinata dalla qualità dei contenuti che ci trasmetti. Contributo particolarmente apprezzato quello sui Coretti di Giotto ( se non li osservi con occhio e mente preparati non riesci a cogliere tutta la loro originalità visti i tempi ridotti concessi a noi spettatori in Cappella Scrovegni). Sempre contributi di nicchia i tuoi. Grazie Emanuela.

  5. rob ha detto:

    “L’architettura deve essere onesta” Se l’ architettura fosse stata onesta non avremmo avuto l’immenso patriminio artistico italiano
    “l’architettura è visionaria, bugiarda e onestamente mistificatrice” altrimenti è pitturare di bianco una parete

  6. A.Bertolino ha detto:

    Controllo costantemente il sito nella speranza di trovare nuovi articoli.
    Complimenti per tutto il lavoro effettuato e, in modo particolare, per quest’ultimo brano.
    Personalmente avrei anche accennato al lavoro di Giambattista Gaulli.
    In ogni caso, un grande grazie da parte del sottoscritto e, immagino, da tutti gli appassionati dell’arte.
    A.B.

    • Stupefacente il Trionfo del nome di Gesù di Gaulli, ma non c’è l’architettura in prospettiva (forse l’ha inserita in altre opere ma non le conosco). Per lo stesso motivo ho lasciato fuori Correggio e la sua cupola del Duomo di Parma.
      Purtroppo non ho più molto tempo per scrivere per cui passano molti giorni tra un articolo e un altro. Ma per informare i lettori di ogni nuovo pezzo invio un’apposita newsletter. Per iscriversi basta andare alla relative voce del menu.
      Grazie mille per l’apprezzamento e per la costanza!

  7. Elisabetta Gavazzi ha detto:

    Da tre anni ormai seguo i tuoi articoli e li trovo uno più coinvolgente dell’altro. Complimenti per la chiarezza con cui esprimi concetti complessi e profondi; non sempre facili da spiegare.
    Cerco sempre di trovare il tempo per leggermi con calma e concentrazione i tuoi testi e mi immergo letteralmente nelle opere che ci proponi: una vera goduria!
    Grazie per crearci questi momenti magici!

  1. 2 luglio 2017

    […] un suo post, l’architetto Emanuela Pulvirenti ci porta alla scoperta del quadraturismo, quel genere […]

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