Bianco su bianco, le forme invisibili dell’arte

Bianco. Un non-colore. Ma anche l’insieme di tutti i colori possibili. Bianco per schiarire, bianco per lumeggiare, bianco per tracciare sul nero.

E bianco su bianco? Che senso ha fare qualcosa che abbia lo stesso colore di ciò che ha intorno? Come potrà delinearsi una forma o una figura se si confonde con lo sfondo?

“Il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto”, ci spiega allora Kandinsky. Ecco, il bianco come assenza di suono. Come luogo della purezza, luogo del niente o luogo dell’invisibile…

bianco-ryman

“L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere […] «acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare» – ed è un pensiero che dà i brividi”.

E questo è Plasson, il pittore di Oceano Mare di cui narra Baricco.

bianco-kara

Il bianco, dunque, può raccontare storie di silenzi, di nascondimenti, di sottrazioni progressive fino alla soglia del nulla. Ed è proprio con un esercizio di estrema astrazione che è cominciato tutto quanto.

Correva l’anno 1918 quando Kazimir Malevic, pittore russo fondatore del Suprematismo, realizzò una tela impensabile. Un quadrato bianco su fondo bianco. Solo un’impercettibile linea di contorno delinea il perimetro di un’area quadrangolare, leggermente ruotata.

bianco-malevich

È come se avesse voluto delimitare un luogo mentale, astratto perché quadrato, un non-oggetto, ma non per questo meno possibile. E la differenza, leggera ma decisiva, tra le due tonalità di bianco sancisce l’esistenza di quel luogo protetto. Quasi invisibile. Quasi.

Perché si fa presto a dire bianco… Chiamiamo bianco, con estrema leggerezza, tutto ciò che appare come il punto più chiaro del campo visivo. Ma raramente due bianchi coincidono…

bianco-kelly

Guardate quante gradazioni di colore siamo capaci di definire bianco!

bianco-sfumature

Dopo Malevic bisognerà aspettare altri trent’anni per rivedere il bianco così protagonista. Tra le sue astrazioni e quelle del secondo dopoguerra si trovano solo gli esperimenti in rilievo di Ben Nicholson degli anni Trenta. Qui il gioco dei bianchi si basa su leggere forme geometriche rivelate dai diversi livelli di questo ‘stiacciato’ contemporaneo.

bianco-nicholson

Tanti pittori, dagli anni Cinquanta in poi, dipingeranno le loro tele di un bianco perfetto e uniforme. Il quadro, così, appare vuoto, come se non fosse stato mai toccato. Come il foglio candido che blocca lo scrittore. Come se l’artista avesse predisposto un divenire. E il quadro possiamo immaginarlo noi continuando a cercare nel bianco la traccia di qualcosa.

Sono così i pannelli di Robert Rauschenberg, ad esempio.

bianco-rauschenberg

Al fascino quasi mistico del bianco su bianco gli artisti non resistono. Tele sorprendentemente simili si ritrovano tra i maggiori esponenti dell’arte concettuale, spazialista, pop, povera e minimalista.

Piero Manzoni (sì, quello delle scatolette di merda d’artista…) ha increspato con tessuti e gesso la superficie bianca dei suoi Achrome (opere prodotte tra il 1957 e il 1963). L’effetto è quello di un letto sfatto o di un’elegante plissettatura orizzontale. L’invisibile assume spessore e materia.

bianco-manzoni

Molto più regolari sono invece le texture create da Enrico Castellani attraverso composizioni di chiodi che tendono dal retro la tela. Solo la direzione radente della luce può rivelare la trama nascosta attraverso il chiaroscuro.

bianco-castellani

Nel caso di Alberto Burri il bianco si frammenta e le ombre delle fenditure disegnano in maniera netta l’immagine di un terreno inaridito.

bianco-burri

Questa apparente regolarità diventa precisione millimetrica nei tagli che Lucio Fontana opera sulle sue tele. Molte sono bianche. Ma non è il bianco originale del supporto. Sono state comunque dipinte.

La superficie così, irrigidita dalla pittura, reagisce alla fenditura in modo più netto. Il taglio si apre solo di poco, quanto basta per cambiare il corso della storia dell’arte…

bianco-fontana

Quello di Jasper Johns, invece, è un lavoro di tono-su-tono. Le sue serie numeriche, i suoi alfabeti o la bandiera USA diventano degli esercizi di sfumature e spessori pittorici. Appena leggibili. Come mappe del tesoro scritte con l’inchiostro simpatico…

bianco-johns

C’è ancora meno sulle tele di Robert Ryman. Disuniformità, strisce appena accennate, spatolate leggere. Opere all’insegna del motto “Less is more“: il meno è il più, tradotto brutalmente. Uno slogan coniato, forse, da Ludwig Mies van der Rohe, architetto razionalista tedesco che depurò le sue costruzioni da qualsiasi elemento ‘superfluo’ alla ricerca di spazi essenziali.

bianco-ryman2

Sempre van der Rohe amava dire “Dio è nei dettagli“. Quasi che in un insieme spoglio, svuotato di ogni decorazione, la bellezza risieda nella perfezione di un angolo, nell’incastro esatto di un giunto, nella raffinatezza della grana di un materiale.

Cose che si ritrovano nei bianchi di Cy Twombly. Graffiati come vecchi muri, quadrettati, disuniformi o divisi in pannelli geometrici.

bianco-twombly

Una consistenza scultorea hanno, invece, i bianchi di Louise Nevelson: assemblaggi dei materiali più disparati, ricoperti da una densa mano di bianco, in cui solo i contorni rivelano la natura degli objet trouvé.

bianco-nevelson

Nei lavori più recenti di Daniel Arsham l’idea del bianco in rilievo assume la connotazione dell’installazione integrandosi con il muro retrostante. La parete diventa tela e l’intonaco prende vita assumendo forma e consistenza.

bianco-arsham

Il bianco come crema densa che si rapprende sulla tela è il segno distintivo dei lavori di Anthony Pearson. Sembrano colate laviche, canyon al rovescio. Qualcosa di tellurico e al contempo astratto.

bianco-pearson

Ancora più estremi e vuoti sono gli esperimenti che combinano il tondo (forma pura per eccellenza) con il bianco. L’effetto è l’opposto di un buco nero: un coperchio candido, uno specchio opaco.

bianco-tondo

È straordinaria la ricchezza del nulla rappresentato dal bianco. Perché dietro quel nulla non c’è il niente, c’è solo qualcosa che è invisibile. Che ci attrae e ci inquieta.

Come il bianco di Moby Dick, spaventoso forse perché richiama le dimensioni disumane della via Lattea.. “O è forse perché, nella sua essenza, il bianco non è tanto un colore quanto l’assenza visibile del colore e, al tempo stesso, la fusione di tutti i colori; è forse per questi motivi che c’è una così muta vacuità, piena di significato, in un vasto paesaggio nevoso – un incolore onnicolore d’ateismo dal quale rifuggiamo?”.

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31 Risposte

  1. Elisa ha detto:

    Che poesia! Grazie. Elisa

  2. Marcello ha detto:

    Sempre interessanti e coinvolgenti i tuoi lavori, Emanuela. Bellissimo post! Grazie.

  3. salvatore bonincotro ha detto:

    da sbiancare!

  4. Alessandra ha detto:

    le tue lezioni sono estremamente interessanti e arricchenti. Brava!

  5. simonetta spinelli ha detto:

    la tua sintesi del ” bianco su bianco”, interessante come sempre, mi h a fatto scoprire con chiarezza la mia intuizione del bianco: è la morte. Mi sono scoperta molto giapponese. Oggettivamente il pallore della morte è ciò che più si adatta a queste straordinarie opere d’arte( eccetto quelle che a mio pare sono più giocose, simili all’arte applicata, e potrebbero servire come pannelli architettonici , lampade, ecc , vedi Castellani) grazie ciao

  6. valerio b. cosentino ha detto:

    bella questa galleria sull’uso del bianco, che spazia dalle due dimensioni alle tre dimensioni.
    e l’esposizione nell’arte contemporanea.
    a me vengono in mente i bassorilievi di Canova (i figli di Alcinoo), ma riconosco che lì l’uso era un obbligo (l’uso del gesso), qui è ricerca sulla percezione.
    comunque grazie

  7. saverio coluccio ha detto:

    Ho studiato kandinskj per parecchio tempo. Ho scritto un saggio “la grammatica dell’arte” edito da Progetto cultura, e quando vedo persone come lei che e’ cosi’ chiara, mi rallegro.

  8. Alesatoredivirgole ha detto:

    Bianco non significa vuoto, così come nero non significa pieno.

    Ho “sfruttato” volutamente il bianco nel mio progetto fotografico Life, il ciclo della vita: http://wp.me/pYL2M-hi

    Il bianco “avvolge” ogni singola immagine (formato quadrato 30x30cm) e forza lo sguardo dell’osservatore dirigendolo verso il centro.
    Quel contorno bianco è lo spazio dell’immaginazione e della percezione, è lo spazio dove oggetti incompleti prendono forma e trovano significato.

    Non voglio certo paragonare quanto fatto con questi “mostri sacri”, porto questa mia esperienza semplicemente per dire che, fosse stato di un altro colore (es. nero), quello spazio non sarebbe stato altrettanto efficace.

  9. dimmistop ha detto:

    Non sono esperto d’arte, ma sono stato in questi giorni alla biennale di venezia, il padiglione dell’Austria era stato svuotato di tutto e ritinteggiato per eliminarne tutti i tratti distintivi. I visitatori, noi compresi, attraversavano tutto l’edificio prima di capire che non avrebbero trovato niente, se non l’assenza di un’opera d’arte! Mi piace tantissimo ciò che scrivi, ho finito le superiori da poco e mi sarebbe paiciuto avere un’insegnante cosí! Complimenti

  10. Marco Giordano ha detto:

    Questo bellissimo post mi ha fatto venire in mente Marco Maggi, un artista di Montevideo che ha allestito il padiglione dell’Uruguay per la 56.ma Biennale di Venezia. L’esperienza che ho fatto visitando la sala dove era allestita “Global Myopia” è stata molto simile all’ascolto di 4’33” di John Cage, in cui un silenzio accecante lascia progressivamente il posto ad una minuziosa mistura di suoni inauditi soltanto nel momento in cui ci si dispone veramente all’ascolto. Anche nell’opera di Maggi si comincia a percepire un “brusio” quando ci si avvicina ad una delle quattro immense pareti del padiglione che entrando sembrano perfettamente bianche: quando ci si dispone all’osservazione compare una fitta trama di pattern di improvvisazioni di carta che ricordano la pianta di una urbanità immaginaria.
    http://www.marcomaggi.org/veniceimages-lores

  11. marta ha detto:

    Grazie prof, i post rimandati sono utili!

  12. eliana ha detto:

    Wow che ispirazione!

  13. francesca galzerano ha detto:

    Bellissimo post!

  14. Gianfranco ha detto:

    Non escludibile è Angelo Savelli (cittadino di Pizzo Calabro e New York), l’artista che senza compromessi ha dedicato al Bianco tutta la sua vita: Bianco inteso come ricerca dell’Assoluto, al pari di Klein e Fontana. Un bianco leggero e pieno, essenzialmente Zen, via di accesso ad un’altra dimensione e del tutto opposto agli azzeramenti a volte nichilistici di Manzoni e Ryman.
    Gianfranco

  15. Gianfranco ha detto:

    Kazimir Malevich, Andrej Rublëv, Andrej Tarkovskij, una “trinità” di Maestri, non a caso…

    Il Bianco di Malevich (e Savelli), inteso come “estrema astrazione”, azzeramento Zen e al contempo ricerca di Assoluto, affonda le sue radici più profonde nell’arte sacra bizantina e in particolare in Andrej Rublëv, il più grande pittore russo di Icone, magistralmente riscritto da Tarkowskij nel suo film capolavoro.
    Questa è la sequenza finale, unica a colori in un lungometraggio di tre ore totalmente in bianco e nero.
    https://www.youtube.com/watch?v=FsEbrhv2jGY
    Hai notato i particolari astratti delle vesti dei santi? Questa (https://d32dm0rphc51dk.cloudfront.net/fDpAGDbsW_MseTDS3GoE-g/larger.jpg) è la “Croce Nera” di Malevich riconoscibile nella esposizione di circa un secolo fa in cui il suo altrettanto famoso “Quadrato Nero” venne dislocato nel vertice in alto della stanza riservato tradizionalmente alle icone sacre: http://www.doppiozero.com/sites/default/files/imagecache/rub-art-preview/0.10_exhibition_0.jpg
    …«Miracolosa presenza della forma», scrive Cacciari a proposito dell’icona della Trinità di Rublëv (https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0b/Angelsatmamre-trinity-rublev-1410.jpg), «ma la presenza dell’evento è ‘cancellata’. Plotino lo aveva detto: l’artista che voglia rendere visibile l’Invisibile dovrà ‘cancellare tutto’, ovvero: purificare al fuoco della Sophia la sua visione da ogni contingenza, da ogni passione»
    In sintesi Malevich, alter ego di Rublëv, realizzerà un quadrato totalmente Bianco (o Nero), appunto…
    Volendo approfondire… http://www.impressionsreview.com/considerazioni-sulluniversale-nelle-arti-a-partire-dall/

    Il film di Tarkovskij è lento, astrae fuori dal tempo come ogni capolavoro assoluto e può spazientire i più, ma vi ritroverai il volo di Icaro, Bruegel e le sue visioni nevose, la Maddalena di Masaccio, Paolo Uccello, Guernica, l’Albero della Vita e in generale l’Arte nella sua espressione più sublime: «L’arte vera non ha mai rappresentato (nè mai dovrebbe), ma presentato».

  16. Gianfranco ha detto:

    “QUESTO BIANCO… SI RIFERISCE AD UNA LUCE CHE VIENE FUORI DALL’OSCURITÀ, CHE DERIVA DALL’ASSOCIAZIONE DELLE OMBRE DEL PROPRIO IO E CHE DÀ VITA AD UN ALTRO TIPO DI LUCE, UN PO’ COME NELLA PAROLA ILLUMINAZIONE.”
    Angelo Savelli

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