La pittura del quotidiano

Vedere in un quadro una donna che legge una lettera o tre uomini che giocano a carte è un fatto piuttosto normale, forse lo consideriamo pure un soggetto decisamente tradizionale.

Eppure non è sempre stato così. La pittura di genere, cioè, appunto, la rappresentazione di scene di vita quotidiana, nasce poco prima del Seicento in maniera abbastanza inaspettata.

Improvvisamente, dopo secoli, anzi oltre un millennio di Santi, Madonne e Crocifissi, la verità irrompe brutalmente sulla tela. Una verità che sta sotto gli occhi di tutti, la vita vera, ordinaria, eppure solenne nella sua carica di umanità.

Nell’età del Barocco, epoca capace di trionfi di Santi tra le nubi, gloriosi e apocalittici, appare un timido mangiatore di fagioli, (Annibale Carracci, 1583) un uomo che si vede improvvisamente scoperto mentre consuma il suo umile pasto.

È l’antenato dei mangiatori di patate di Van Gogh e di tutta quella stirpe di poveracci i cui gesti sembrano improvvisamente densi di vita e, perché no, di bellezza.

Tuttavia la pittura di genere non nasce in Italia ma nei Paesi Bassi dove l’emergente borghesia mercantile, non vedendosi rappresentata dalle scene sacre, diede un forte impulso alla raffigurazione di interni domestici o luoghi urbani nei quali gruppi di persone o singoli individui stanno svolgendo delle attività più o meno ordinarie.

Uno dei grandi maestri di questo genere è Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569). Autore di scene di banchetti nuziali, danze, battute di caccia e pattinaggio su laghi ghiacciati, ci mostra un’umanità florida e spensierata, guardata con ironia ma anche con grande attenzione e partecipazione.

Meno conosciute sono le opere del contemporaneo Pieter De Hooch (1529-1584) nelle quali appare spesso l’ambientazione interna con la luce proveniente da una finestra, spesso posta a sinistra, che abbiamo imparato ad apprezzare attraverso le successive opere di Vermeer.

E di Jan Vermeer (1632-1675) abbiamo già visto la Lattaia e il suo gesto sospeso, carico di eternità pur nella sua quotidiana ripetizione; la stessa quotidianità che si ritrova nella concentrazione di una merlettaia intenta al suo lavoro.

Sono pittura di genere anche La ronda di notte e La lezione di anatomia del Dott. Tulp di Rembrandt (1606-1669) sebbene presentino eventi un po’ più carichi di tensione rispetto a quelli visti fino ad ora.

Da questi pochi esempi e dalla premessa che ho fatto in apertura verrebbe da pensare che nessuno abbia mai rappresentato attività lavorative o di svago prima d’ora… non è così naturalmente.

La pittura egizia, ad esempio, ci ha lasciato interessanti esempi di scene di caccia, di coltivazione o di danza dipinte sulle pareti delle tombe.

Il significato, tuttavia, non è lo stesso della scena di genere che si affermerà nel Cinquecento. In queste pitture parietali, infatti, si narra spesso la vita del defunto o si rende omaggio, con scene della vita di corte, alla grandezza del Faraone. C’è dunque, un “secondo fine”, non si tratta di una rappresentazione della realtà fine a se stessa.

Anche nell’arte classica troviamo celebri esempi di vita quotidiana. E i primi ad essere spiati nelle loro attività di tutti i giorni sono stati proprio gli dei. Qui, ad esempio, vediamo alcuni esempi scultorei di Prassitele (400-326 a.C.) nei quali Afrodite, Hermes o Apollo sono colti in atteggiamenti molto “terreni”: c’è chi esce dal bagno, chi gioca con il bimbo in braccio e chi cerca persino di catturare una lucertola!

Ancora una volta, però, il ripiegamento intimista non è altro che un’esaltazione della perfezione degli dei, capaci di esibire tutta la loro splendida perfezione anche quando sono spiati dal buco della serratura.

Vanno intesi allo stesso modo anche alcune sculture ellenistiche come il famoso Bambino che lotta con un’oca (II sec. a.C.) o il coevo Spinario. Non si tratta di divinità ma l’eleganza dei gesti resta sempre quella, tant’è vero che quest’ultimo sarà particolarmente apprezzato nel Rinascimento, epoca che non ha mai scelto il quotidiano come centro dei suoi interessi.

Si narra che la pittura di genere sia nata proprio in questi anni grazie al leggendario Peiraikos, un artista greco di età ellenistica che Plinio il Vecchio ricorda come rhyparogràphos, ossia “pittore di cose sordide”.

Non ci rimane nulla delle opere di questo antenato di Olandesi e Fiamminghi ma molti affreschi e mosaici di età romana ci danno un’idea dei possibili soggetti: la bottega del del fornaio, i banchetti e i postriboli, i concerti e le attività ginniche.

Persino con l’ufficializzazione del Cristianesimo in Occidente, che portò al cambio repentino di soggetti artistici, la rappresentazione delle attività quotidiane continuò ad avere degli spazi.

Certo, era una sorta di “genere minore” e, in qualche modo, aveva sempre a che fare con la religione. Ma i grandi cicli dei mestieri e delle stagioni, sebbene inseriti come decorazione dei luoghi di culto, riescono tuttavia a farci ritrovare il filo ininterrotto di un genere che arriva ai nostri giorni.

Ecco, ad esempio, le sculture di Benedetto Antelami (1150-1230) nel Battistero di Parma nelle quali i mesi dell’anno sono rappresentati attraverso le attività lavorative tipiche di quel periodo.

Di questa tradizione, che permane nei secoli, ne possiamo trovare un mirabile esempio nel manoscritto detto Très Riches Heures du Duc de Berry (1412), un libro d’ore (cioè la raccolta di preghiere relative alle ore liturgiche per ogni periodo dell’anno) con splendide miniature realizzate dai fratelli fiamminghi Pol e Jean Hennequin Limbourg.

Entrando nel pieno del Rinascimento, la consuetudine di raffigurare i mesi attraverso i mestieri abbandona lo stretto legame con i riti religiosi ed entra nel pieno del clima culturale dell’Umanesimo.

È così che Piero de’ Medici, nel suo studiolo a Palazzo Medici Riccardi, smantellato nel XVII secolo, fece realizzare a Luca della Robbia dodici tondi in ceramica invetriata con i mestieri dei vari mesi.

Tuttavia, come abbiamo visto all’inizio del post, la scena di genere non è ancora diventato un soggetto riconosciuto. In Italia occorrerà aspettare Caravaggio (1571-1610) per schiaffare l’umanità sulla tela.

E per lui non c’è differenza tra una scena sacra e la pittura di genere: la morte della Vergine si trasforma nella veglia funebre ad una prostituta annegata nel Tevere. Nonostante la sottile aureola scorciata sul capo della donna, l’opera fu rifiutata perché scandalosamente reale e ordinaria.

E tra un santo e un altro Caravaggio coglieva al volo due bari, una donna che legge la mano ad un giovane facoltoso (e forse, intanto, gli sfila l’anello) e un aggraziato suonatore di liuto.

La quotidianità appare anche in Spagna dove Diego Velasquez (1599-1660), pittore di corte di Filippo IV ed autore delle celebri Las meninas, dipinge una vecchia che frigge le uova. Una tela intensa e contrastata in cui spicca l’estremo realismo della cesta sospesa alla parete, della cipolla sul ripiano unto e del metallo dei mestoli.

Da questo momento in poi la scena di genere è stata sdoganata definitivamente e non c’è artista che non abbia a catalogo almeno un’opera con soggetti quotidiani.

Volendo fare un excursus tra i più celebri non possiamo non citare Pietro Longhi (1701-1785) con le sue raffigurazione della società veneziana dell’epoca, intenta alle attività più disparate, dalla visione divertita di un rinoceronte alla tortura di un’estrazione dentaria…

Nell’Ottocento, con l’avvento del Realismo pittorico, la scena di genere diventa quasi una scelta obbligata.

I francesi Gustave Courbet (1819-1877) e Jean-François Millet (1814-1875), ognuno con una sensibilità diversa, esplorarono l’intimità di borghesi e contadini con l’occhio del reporter, senza fini di denuncia sociale. È la cronaca illustrata della Francia del XIX secolo.

Non è da meno l’Italia dei Macchiaioli. Con Giovanni Fattori anche un gruppo di nobildonne sotto un tendone alla Rotonda dei bagni Palmieri (1866) diventa oggetto di una straordinaria indagine spaziale e coloristica.

Lo svago dei benestanti sarà motivo dominante anche della pittura impressionista: balli, colazioni e passeggiate nei campi ci mostrano una borghesia spensierata ed ottimista.

Sarà la fotografia a continuare l’eredità dell’Impressionismo (che, a sua volta, era profondamente influenzato dalla capacità di cogliere momenti di vita spontanei propria della fotografia).

Gli scatti dei grandi maestri come Robert Doisneau (1912-1994) non sono altro che pittura di genere attualizzata!

Le foto più belle, spesso, sono proprio quelle che riescono a cogliere l’attimo, quel momento irripetibile nel quale si incrociano sguardi inconsapevoli e pose naturali, che però racchiudono storie universali.

E di tutto ciò un altro grande artista è senza dubbio Henri Cartier-Bresson (1908-2004).

Intanto, nel Novecento, anche i pittori delle avanguardie e dei movimenti successivi continuavano la vecchia tradizione della pittura di genere.

Nonostante la volontà di ribaltare tutti i canoni artistici, la riproduzione di scene di vita quotidiana, evidentemente, lasciava ancora ampi margini di libertà per esplorare nuove forme espressive.

Alcuni artisti contemporanei sono dei veri specialisti della pittura di genere. Le opere di Jack Vettriano, con le sue eleganti e sensuali figure, sembrano fotogrammi di film tutti da immaginare…

E non sono scene di genere le rappresentazioni scultoree e iperrealistiche dell’americano medio, sovrappeso e volgare, di Duane Hanson (1925-1996)?

Immagini decisamente “sordide” per dirla con il buon Plinio. Allora mi domando: ma siamo tornati di nuovo al punto di partenza? Oppure, come continuo a credere fermamente, l’arte è sempre e comunque contemporanea?

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18 Risposte

  1. Mercedes ha detto:

    Non posso fare a meno di condividere le tue lezioni sull’arte. É un piacere immenso…. grazie di cuore….

  2. Giuseppe ha detto:

    Bellissimo blog…..gli interventi di Roberti e Diego….finalmente una boccata d’aria pulita nella mediocrità della vita !

  3. carlo giabbanelli ha detto:

    bello bello. Mi fa venire in mente la comparsa dei denti nei quadri, il sorriso scomposto che all’inizio è riservato solo alle classi subalterne o agli ubriachi.

  4. Gaetano Porcasi ha detto:

    Complimenti per l’articolo molto interessante.

  5. Elisabetta mazzoni ha detto:

    Questo blog è veramente bellissimo, grazie , l’ho scoperto da poco ma mi metterò in pari!!!!!

  6. Diego ha detto:

    Volevo aggiungere due cose :
    I giocatori di carte di Cezanne è il quadro più pagato della storia oltre 250 milioni di dollari.
    Sulla lattaia di Vermeer c’è una poesia di Wislawa Szymborska
    Vermeer
    “Finché quella donna del Rijksmuseum
    nel silenzio dipinto e in raccoglimento
    giorno dopo giorno versa
    il latte dalla brocca nella scodella,
    il Mondo non merita
    la fine del mondo”.

    Ciao e grazie

  7. Lorenzo ha detto:

    E’ la prima volta che commento nonostante è da molto che seguo il sito. Complimenti sinceri per gli interessanti articoli, a volte davvero originali e sensibili.
    Volevo però intavolare un dibattito su una tua affermazione che non mi convince a pieno: “I francesi Gustave Courbet (1819-1877) e Jean-François Millet (1814-1875), ognuno con una sensibilità diversa, esplorarono l’intimità di borghesi e contadini con l’occhio del reporter, SENZA FINI DI DENUNCIA SOCIALE.”
    Su quest’ultima affermazione nutro dei pensieri diversi, essendo fermamente convinto che Courbet come Millett erano decisamente schierati politicamente e socialmente. Figli della rivoluzione del ’31 che hanno vissuto da giovani, non potevano dipingere senza contestualizzare. Mi spiego meglio se sono stato poco chiaro: la generazione del ’30 è la prima che vede nascere un sentimento sociale presente in ogni cittadino, schierarsi era un obbligo per tutti gli artisti, pittori compresi, iniziando ad interessarsi alle lotte di classe, anche indirettamente. Gli unici che sorvolano il problema di ciò che accade al di fuori sono probabilmente gli accademici, Ingres su tutti. Per usare un paragone direi che era dunque impossibile per i pittori dipingere una finestra (che in questo caso rappresenta il soggetto) senza dipingere quello che vi si vedeva attraverso (che in questo caso sarebbe il contesto sociale).
    Per questo, a mio parere, è sbagliato definire “senza denuncia sociale” le opere di Courbet e Millett, poiché altrimenti perderebbero tutto il loro valore. Come negare che nel quadro “Le spigolatrici”, Millett non faccia il loro gioco e non tenga per loro. Vi è una devozione vera e proprio.
    Spero di essere stato chiaro, scusate se sembro pedante, ma è solo una constatazione, non volevo essere polemico, anzi. E’ difficile trovare realtà dove intavolare dibattiti seri sulla storia dell’arte, dunque spero che questa sia un occasione piacevole per tutti.
    Ancora complimenti per l’articolo e per la pagina,
    Un abbraccio, Lorenzo

    • didatticarte ha detto:

      Hai perfettamente ragione Lorenzo. Probabilmente mi sono espressa in modo un po’ sintetico. Le spigolatrici sono senz’altro un soggetto che il pittore sente vicino a livello anche etico. Però non ne deplora le condizioni, non urla al mondo la loro misera condizione, anzi ne evidenzia la dignità. Per me era questo il “senza fini di denuncia sociale”. È chiaro che non esiste in nessun caso il distacco totale dell’autore: aver scelto un soggetto è già una scelta di campo.
      Ma i contadini di Millet o gli spaccapietre di Courbet sono osservati con lo stesso occhio con cui Verga descrive i Malavoglia: senza compiangerli, ma raccontando la cronaca della loro dura vita. Parla già quella.
      Grazie mille per l’apprezzamento e per la tua riflessione precisa e mirata!
      Un abbraccio anche a te 🙂

      • Lorenzo ha detto:

        In quest’ottica è più corretto allora. Mi sembrava troppo radicale definire Courbet un reazionario amante dell'”art pour art”. Ho esagerato ovviamente! So che non diresti mai una cosa del genere…E’ stato un piacere comunque, grazie a te!

  8. Roberta ha detto:

    Ma che bell’excursus! Sono talmente entusiasta del mio primo incontro con questo blog da voler esprimere la mia gioia così come viene. Complimenti. Andrò subito a guardare tutto il resto!

  1. 4 luglio 2015

    […] La prima volta che ho affrontato l’analisi di un’opera d’arte mi è sembrato di praticare quasi una “vivisezione“, una brutale scomposizione dei vari aspetti dell’opera tale da far perdere all’oggetto artistico ogni suo fascino. Di certo non è un approccio particolarmente emozionante, ma di sicuro un buon metodo di analisi delle opere artistiche è un alleato fondamentale per lo studio della storia dell’arte. Vi racconto il Pantheon. Molti lettori del blog mi hanno raccontato di aver sbagliato la risposta alla domanda sulla copertura del Pantheon, il famoso edificio romano, partecipando al test “Quanto ne sapete di storia dell’arte? La pittura del quotidiano. […]

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