Entrando nelle opere di Michelangelo…

Questa volta l’idea è stata dei miei studenti.
Analizzando Michelangelo sono rimasti molto colpiti dalle posture dei suoi personaggi, quelle “linee serpentinate” così lontane dall’equilibrio classico a cui ci eravamo abituati dopo un anno di studio del Rinascimento.

Gli ignudi della Sistina, ad esempio, sembrano avvolgersi nello spazio sprigionando una potenza fisica paurosa!

La domanda è nata spontanea: “Prof. le facciamo anche noi?”.
“Guardate che sono difficili!”, ho risposto loro. Ma poi ho pensato: “Perché no? Dopotutto l’importante non è farle bene ma scoprire i segreti delle opere…”.

Ecco, allora, le dieci opere che abbiamo riprodotto in aula: Pietà in San Pietro, David, Tondo Doni, Creazione della Sistina, Mosè, Schiavo ribelle e schiavo morente, Tomba di Giuliano di Nemours, Schiavo Atlante e Pietà Bandini.

Ed ecco alcuni momenti del lavoro. Il “regista”, libro alla mano, ha guidato la messa in posa dei suoi compagni per prepararli allo scatto. Il resto del lavoro lo faccio io con Photoshop scontornando la figura dello studente e montandola nella scena originale.

È un esperimento che abbiamo già condotto con successo sulle opere di Leonardo, Botticelli e Caravaggio.

Ecco la famosa Pietà (1498-99) della Basilica di san Pietro, una delle prime opere di Michelangelo. Composizione piramidale, idealizzazione dei personaggi… siamo ancora in pieno Rinascimento.

Questo è il David (1501-1504), altra celeberrima scultura, realizzato per piazza della Signoria ed oggi conservata presso la Galleria dell’Accademia a Firenze.

michelangelo-david-miniPresenta una postura molto classicheggiante, quasi identica al Doriforo di Policleto, con il peso caricato sulla gamba destra e un’inclinazione del bacino compensata da quella opposta delle spalle (e i miei alunni sanno già che questo si chiama chiasmo).

Ma Michelangelo era anche pittore. Suo è il notissimo Tondo Doni (1504), una tavola circolare con la sacra famiglia in primo piano.

Qui notiamo come Michelangelo continua ad essere un scultore anche quando dipinge. Uomini e donne sono muscolosi, ben torniti e spiccano dal fondo grazie ad una decisa linea di contorno.

Inizia ad apparire la famosa linea serpentinata, quella torsione delle figure che segna il tramonto dell’equilibrio classico. E qui cominciano anche i guai per i miei studenti che si sono accorti di quanto siano complesse (e quasi impossibili per un essere umano) queste nuove posizioni dei corpi.

Continuando con le icone della storia dell’arte, non poteva di certo mancare la scena della Creazione dalla volta della Cappella Sistina (1508-1512).

I ragazzi che l’hanno interpretata appaiono davvero smilzi in confronto al vigore dei corpi dipinti nel grande affresco. Per Michelangelo, infatti, la figura umana deve esprimere eroismo, deve mostrare, attraverso una possente struttura muscolare, una forza morale titanica.

Eppure, quel dispiegamento di addominali e bicipiti, che suscitano in noi tanta ammirazione, provocavano un profondo disgusto in Leonardo il quale paragonava i corpi dipinti dal collega a grossi sacchi di noci!

Altrettanto gigantesco è il corpo di Mosè (1513-1515), scultura oggi conservata presso la chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma e realizzata per la tomba di papa Giulio II.

È un’opera capace di suscitare forti emozioni soprattutto a causa dello sguardo intenso e severo del patriarca biblico le cui corna (simbolo, in realtà, dello spirito santo o di emanazione di luce divina) sembrano renderlo ancora più terribile.

Le due sculture, oggi al Louvre, conosciute come schiavo ribelle e schiavo morente (1513), facevano anch’esse parte del progetto della monumentale tomba di Giulio II. Fu lo spesso Michelangelo, però, a scegliere di non includerle più nel complesso funerario.

Anche in questo caso i due corpi si contorcono, cercano di liberarsi, chi dalle catene, chi dagli spasmi dell’agonia con movimenti repentini e deformazioni delle figure.

Un progetto meno tormentato fu quello della Sagrestia Nuova di San Lorenzo, a Firenze, con le tombe di Giuliano e Lorenzo de’ Medici (1524-1534).

Sotto un maestoso Giuliano, duca di Nemours, pensieroso e idealizzato, stanno distesi, su un originale timpano ricurvo, due personaggi allegorici: il Giorno, massiccio e incompiuto (volutamente?) e la Notte, languida ma imponente.

L’incompiuto, da questo momento, diventa un tratto distintivo dell’opera di Michelangelo. La figura sembra imprigionata nella materia da cui a fatica cerca di liberarsi.

Tutto questo ha origine dalla sua idea di scultura “per via di levare”: secondo l’artista la figura è già presenta nel blocco di marmo e lo scultore deve solo, appunto, levare il “soverchio”, liberarla da ciò che la circonda.

Ma è una lotta impari. L’uomo, vittima della sua natura mortale, non può competere con l’eternità della roccia e ne rimane incastrato come i celebri “prigioni”, corpi che emergono solo parzialmente dal blocco di marmo. Tra quelli conservati presso la Galleria dell’Accademia di Firenze noi abbiamo provato a rifare quello conosciuto come “Atlante” (1535).

Il pessimismo di Michelangelo si fa via via sempre più forte tanto che una delle sue ultime  opere, la Pietà Bandini (1550-1555), non solo è incompiuta, come tutta la sua produzione più tarda, ma è stata persino presa a martellate dall’artista stesso.

Non perché non parlasse, come vuole l’aneddoto legato al Mosè, ma per un senso di insoddisfazione disperata, una furia devastante che lo portò a distruggere la gamba sinistra di Cristo.

Noi quella gamba gliel’abbiamo lasciata. Ma anche il resto della composizione fatta dagli studenti è diversa dall’originale. Impossibile rifarla uguale: le proporzioni dei corpi non sono compatibili tra di loro, le posture assolutamente impraticabili, l’instabilità massima.

Insomma, un lavoro molto complicato, fatto come sempre in una sola ora di lezione, spostando i banchi e provando in aula.

Ma l’efficacia del learning by doing è tale che, anche se in modo un po’ rocambolesco, non posso rinunciare a queste attività didattiche perché, come diceva Maria Montessori, “per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari“.

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11 Risposte

  1. Mauro Boccuni ha detto:

    Bravi come sempre 🙂

  2. Elisa ha detto:

    Favolosi! Anche gli occhiali da sole 😉

  3. simonetta ha detto:

    quale prof -in pensione da poco tempo- non posso che condividere l’assunto…INSEGNARE=EMOZIONARE
    questo sito è la pietra miliare per percorsi condivisi e di alto profilo culturale
    simonetta

  4. Lanfranco Gianesin ha detto:

    Illuminante, anche nel senso del trucco.

  5. Pietro ha detto:

    Ottima iniziativa 🙂
    Credo che non ci sia modo migliore per uno studente per apprendere, toccare con mano e vivere ciò che si studia, e quindi divertirsi. Senza divertimento non c’è apprendimento.

  6. Maria Anzivino ha detto:

    Ti seguo da tempo, ma questo post me l’ero perso. Non posso fare a meno di pensare che dovrei assolutamente provare a replicare il tuo riuscitissimo esperimento con i miei ragazzi delle scuole medie… ne sarebbero entusiasti!!
    Sei sempre una grande fonte a cui attingere, grazie!

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