Una passeggiata alla mostra di Hopper

Una domenica mattina a Roma. Chiamo la mia amica Anna per fare un giro assieme, prima di ripartire verso casa.

“Ti va di vedere Hopper?”, mi fa lei.

“Perché no?”. Una passeggiata in mezzo all’arte non si rifiuta mai!

E all’ingresso è già amore a prima vista… proprio la frase di Edward Hopper che amo di più.

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Mi piace perché parla di cose semplici, di luce, di materia, di silenzi. Mi viene subito in mente ‘Stanze sul mare‘ del 1951, il quadro che secondo me condensa tutta la sua poetica (ma che non è presente nella mostra).

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Ma andiamo con ordine e facciamoci aiutare dalla linea del tempo che apre il percorso. Scopriamo così che il nostro è nato nel 1882 in un paesino degli Stati Uniti, si diploma alla New York School of Art e comincia la sua carriera artistica come illustratore.

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Le opere di questi anni, piuttosto cupe, nascondono già alcuni elementi tipici di Hopper: gli spazi inabitati, misteriosi, l’inquadratura ristretta.

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Vado per passare alla sala successiva e… incredibile! Una custode accanto alla finestra in perfetto stile hopperiano. Non posso farmela sfuggire.

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I quadri successivi sono molto diversi.

Hopper viaggia in Europa per dieci mesi, tra il 1906 e il 1907. Parigi è la rivelazione. Non per i fermenti delle nascenti Avanguardie (che non lo coinvolgeranno mai), ma per la luce e le atmosfere della pittura impressionista e degli scorci urbani che l’hanno ispirata. Il suo linguaggio si trasforma rapidamente, la sua pennellata si fa più rapida e luminosa.

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Osserva instancabilmente i colori della città, le forme, la luce. Tutto è incredibilmente diverso dai suoi luoghi di origine. Hopper ne scrive affascinato.

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La tavolozza è variabile. Alcune volte è celeste e dorata, altre volte diventa terrosa, come nella cattedrale di Notre-Dame.

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Più che l’Impressionismo mi ricorda la pittura di Giovanni Fattori, con quel tanto di solitudine che me lo fa immaginare una specie di Macchiaiolo esistenzialista

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Proseguo il percorso della mostra. Per fortuna siamo andate all’apertura del mattino e alcune sale sono ancora deserte. L’ideale per osservare indisturbati, scattare una foto dell’allestimento o cogliere un particolare da ricordare.

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L’Hopper successivo è ancora impressionista, ma alla Degas. La ragazza che cuce, vista di spalle (una posa che mi piace tantissimo), sembra sgusciata fuori da una tela con le ballerine per entrare in un interno domestico.

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Poco dopo c’è un altro Hopper. Quello delle incisioni.

Ne realizzò una cinquantina tra il 1915 e il 1924. I temi: persone sole, interni domestici o spazi urbani. La tecnica: acquaforte. La suggestione: fotogrammi di film noir. Un uomo che cammina di notte, due donne vicino alla finestra. Una cuce e l’altra si appoggia al letto mentre la tenda svolazza per il vento.

L’aspetto cinematografico delle sue opere è tale che il secondo piano della mostra è dedicato proprio all’influenza di Hopper sull’immaginario dei registi di tutto il mondo.

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Sono completamente rapita davanti a queste opere. Resto immobile ad ascoltare l’audioguida, prendo appunti con l’idea di scriverci sopra un post, fotografo dettagli… ma vengo anche fotografata in questi momenti di ipnosi totale!

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Intanto le sale cominciano a riempirsi.

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Raggiungo un’opera sorprendente, Sera blu del 1914. Una tela larga e piena di personaggi. A prima  vista una cosa un po’ insolita. Ma guardando meglio non è molto diversa dall’Hopper che stiamo imparando a conoscere: un clown pensieroso con sigaretta in bocca, una prostituta troppo truccata, una coppia piuttosto seria e un altro fumatore assorto sulla sinistra. Un’umanità fatta di anime sole appesantite da problemi piccoli o grandi.

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C’è dentro il carosello di Toulouse-Lautrec e la desolazione di Degas.

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Ma la scelta di soggetti ai margini della società gli costerà tante polemiche. Dopo la mostra al McDowell Club di New York del 1915, Hopper non esporrà la tela mai più.

Arrivo allo spazio centrale. Qui ci sono gli acquerelli, opere realizzate en plein air, rapide e luminose.

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Non è la tecnica che gli è più congeniale. Non consente correzioni, non crea distese pastose. Ciononostante sono anche questi dei capolavori!

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Persino le firme all’angolo del foglio sono piccole opere d’arte…

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Inizia a fare capolino il soggetto della casa isolata o del faro. Forme solide investite dalla luce laterale: il tema hopperiano per eccellenza.

Questo Faro a Two Lights del 1927 è proprio la quintessenza della sua opera: oggetti che dialogano con la luce, silenzio, solitudine. Tenetelo a mente perché tra un po’ lo ritroviamo.

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I disegni e gli oli che seguono insistono ancora sul tema della casa isolata. Quando può, Hopper cerca sempre di allontanarsi dalla città alla ricerca di paesaggi vuoti con poche case coloniali o piccole stazioni ferroviarie.

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Ma ecco una zona della mostra che so che mi piacerà, quella dei disegni. Per Hopper non erano delle opere da esposizione ma studi, analisi, preparazioni.

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Alcuni sono ben definiti, altri sono rapidi schizzi per dipinti successivi.

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Mentre osservo incantata il chiaroscuro e i tagli prospettici vedo con la coda dell’occhio un visitatore curvo su un oggetto luminoso…

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Ehi, ma sono i taccuini di Hopper, sfogliabili su touchscreen! Riesco a resistere alla tentazione di spostare di peso la signora e attendo con impazienza il mio turno.

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Sfoglio con voracità fin quando capisco che di lì a poco chiameranno la sorveglianza per farmi andar via…

Pochi quadri, adesso, mi separano alla fine della mostra.

Ed ecco l’ultimo, del 1960. È Second Story Sunlight. Hopper è ormai un artista affermato sin dal 1933, l’anno in cui il MOMA di New York gli ha dedicato una retrospettiva. Per la critica è il pittore della vita americana, della solitudine. Ma una solitudine che non diventa mai tristezza, rischiarata com’è dalla luce del sole. Come fai ad essere triste quando i raggi caldi ti bagnano la faccia?

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Che poi la sua luce non è nemmeno calda: le zone luminose sono dipinte di bianco, “senza quasi mettere pigmento giallo”, come sostiene Hopper. Ma avendo fatto le ombre azzurro-viola sul fianco delle case, istintivamente percepiamo del giallo nella zona in luce. È la lezione impressionista: la teoria delle ombre colorate del complementare della parte in luce.

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Una signora anziana e una giovane in bikini prendono il sole ognuna a modo suo. C’é del voyerismo in tutto ciò. Una scena osservata da lontano, forse col binocolo. Altrimenti le linee della prospettiva sarebbero state molto più convergenti. Una zoomata nella vita della gente.

Il percorso è finito. Quello delle opere. Vado sopra, qui dovrebbe esserci un approfondimento sul rapporto tra Hopper e il cinema. Ma quello che mi attende al piano superiore è un vero invito a nozze! Tre display con opere di Hopper, fogli e matite per provare a disegnarle! Forse uno spazio dedicato ai bambini, ma io non resisto: afferro foglio e matita e decido di riprodurre il faro, quello dell’acquerello al piano di sotto.

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Appendo il mio schizzo con gli altri, nell’angolo in basso a destra della parete e proseguo verso la sala successiva, dove un video racconta di Hitchcock, di Wenders, di Antonioni e di tutti i registi che hanno attinto a piene mani dagli spazi hopperiani.

In quei pochi minuti qualcuno deve essersi preso il mio disegno dalla parete perché nelle foto fatte da Anna poco dopo, il foglio era sparito!

Vado avanti. Non capisco bene come funzioni la sala successiva. C’è di nuovo il quadro con le due case, ma manca la donna anziana, e c’è sul lato opposto una poltroncina vuota illuminata. Nooooo! Non ci posso credere! Se ti siedi nella poltroncina diventi parte del quadro! Come i miei tableau vivant ma fatto in diretta. BELLISSIMO!!! Mi siedo e faccio un selfie…

Per mostrare anche il set ho aspettato che qualcuno si sedesse dopo di me.

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Devo ricordarmi di ringraziare la signora con la giacca rossa per aver fatto da modella…

Scendo sotto. La visita è finita. Passo dal bookshop per prendere il catalogo ma scopro anche un libriccino delizioso: dieci racconti ispirati ad altrettante opere di Hopper. Storie inventate partendo da un quadro… ma non ci ho già scritto qualcosa?

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Lo sapevo! Mi sono portata a casa un bel po’ di lavoro: le foto per fare il post e i libri da studiare. Mica male come domenica!

Ah, volevo dire a quello che si è portato via il mio disegno: se l’hai preso perché ti piaceva, almeno trattamelo bene 😉 .

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25 Risposte

  1. sileno ha detto:

    Leggere questo post è come essere presente di persona alla mostra. e vivere le stesse emozioni , peccato che non c’ero, altrimenti un pensierino malizioso per lo schizzo del faro l’avrei fatto…

  2. Carlo Pastore ha detto:

    Ci sono stato il 5 ottobre scorso, entrato anch’io nelle stanze del Vittoriano mente avevo deciso casualmente attraversare Roma dalla Società Geografica Italiana di villa Celimontana fino a piazza di Pietra. La Società Geografica Italiana aveva ospitato gli acquerelli lucani di Fabrice Moireau e la presentazione del mio libro durante il festival della letteratura di viaggio 22-25 settembre. Ero involontariamente preparato!!! Dopo aver visitato la mostra, ascoltato tutti gli audio senza però disegnare perché non so disegnare l’arte, sono ingegnere meccanico, ho scritto queste parole per una mia amica: <>

  3. Carlo Pastore ha detto:

    …ah, dimenticavo!!! Le firme di Hopper sui suoi quadri, opere d’arte anch’esse!!

  4. Carlo Pastore ha detto:

    riscrivo qui le parole alla mia amica Eleonora che non vedo sul mio primo commento: cara Eleonora, stamattina oli e acquerelli di Edward Hopper nelle sale del Vittoriano a Roma. Non ho resistito e sono entrato. Non c’era quasi nessuno ma poi hanno visto me….. Un’ora, un tempo sospeso come i suoi oli e acquerelli, un’ora…da tirare le orecchie ad Einstein. Quasi 60 opere, Edward Hopper, il mio preferito…dopo Moireau, ovviamente. Da non perdere!!!

  5. Marino Calesini ha detto:

    impeccabile come sempre ! acc…. non sono io l’ Arséne Lupin .

  6. Marino ha detto:

    Descrive lo stesso entusiasmo che ho provato sei o sette anni fa a Palazzo Reale di Milano.
    Chisssa’ se qualcuno le ha viste entrambe a distanza di tempo!
    Ci sono andato dopo aver sentito alla radio un commento di Enrica Bonaccorti: “Andate a vederlo… è contagioso” diceva. Come la sua passione Emanuela.

  7. marilena bigio ha detto:

    grazie che bello amo tantissimo Hopper ,non ho avuto modo di incontrarlo in una mostra, grazie per avermi fatto vivere l’emozione|!!!

  8. Carmen ha detto:

    …sono sempre rapita…Grazie!

  9. Elisabetta ha detto:

    Anche io ho visto la mostra, ma Bologna e ne parlo qui: http://www.lezionidispettacolo.com/single-post/2016/07/27/Hopper-lartista-che-inventò-il-cinema
    Le tue parole permettono di rivivere la tua esperienza e di accompagnarti tra le stanze: complimenti!

  10. liana calzolri ha detto:

    fantastica, come sempre!

  11. Andrea Biggio ha detto:

    Bellissima questa presentazione. Complimenti! Amo Hopper tanto da tenerne “materiale” sul comodino (‘livre de chevet’) perennemente.
    Le segnalo alcuni pezzi da mio blog nella speranza che possano interessarle.
    Io nel frattempo provvedo a prenotare i biglietti per il Vittoriano, che ancora per pigrizia non avevo fatto. Grazie.
    P.S. Una mia amica architetto mi ha segnalato il suo sito.

    http://www.comecucinarelanostravita.it/le-finestre-di-hopper-ricordo-di-james-hillman/http://www.comecucinarelanostravita.it/edward-hopper-e-raymond-carver/http://www.comecucinarelanostravita.it/hopper-e-hemingway-e-la-luce-era-la-sola-cosa-necessaria-e-un-po-di-pulizia-e-ordine/

  12. Carlo Giabbanelli ha detto:

    grazie Emanuela, post bellissimo (come tutti i tuoi). E poi Hopper è uno dei miei pittori preferiti.

  13. Eveline Jonker ha detto:

    Grazie di avermi accompagnata con i suoi preziosi commenti , sembra che ci sono stata…….. Roma è un po’ lontano, vivo a Lussemburgo!

  14. Carlo Colonna ha detto:

    Cara Emanuela. Per prima cosa, grazie per tutto quello che fai. Ho letto il tuo post sulla mostra di Hopper e ho rivissuto le emozioni di quando ci sono stato con mia moglie il 10 novembre scorso, giorno del suo compleanno. Mostra bellissima.
    Ormai, sono particolarmente attratto dall’arte della prima metà del novecento; non ci avrei scommesso qualche anno fa, così preso dal Rinascimento e dall’Impressionismo. Forse tutto è nato a Vienna, anni fa. Ero lì per lavoro, ma approfittai di una pausa per andare a vedere le opere di Klimt, il Bacio in particolare. Mentre attraversavo le sale del museo, rimasi letteralmente estasiato, con manifesta emozione interiore (e forse non solo), davanti alle opere di un pittore fino allora mai conosciuto: Egon Schiele. Non mi era mai successo di essere così rapito, fino a quasi avere la Sindrome di Stendall. Mi portai a casa alcune sue riproduzioni che ancora oggi ammiro salendo le scale dela mia casa toscana.
    Sono stato un po’ prolisso, ma ho tempo giacché sono a letto influenzato.
    Grazie ancora.
    Un abbraccio.
    Carlo

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