L’immateriale che diventa arte: le opere di luce

Sapevate che il 2015 è stato dichiarato anno internazionale della luce? Ed io, che con la luce ci lavoro da vent’anni, non posso che cogliere al volo l’occasione per propinarvi una marea di post sulla luce in ogni suo aspetto.

Non voglio, però, cominciare dalle origini (lo farò in qualche altro articolo, non avete scampo!) ma dai nostri tempi, quelli in cui la tecnologia ha permesso agli artisti di manipolare fisicamente la luce piuttosto che rappresentarla su una tela.

Dunque è storia recentissima dato che le prime sorgenti luminose adatte ad un uso creativo appaiono nella prima metà del XX secolo.

Il primo a farne uso è forse László Moholy-Nagy, artista del Bauhaus, che con il suo Modulatore spazio-luce del 1930 prova a frammentare il fascio luminoso prodotto da alcune lampadine inserite in una scultura cinetica.

L’effetto è quello di proiezioni cangianti sulle pareti con forme casuali ma dotate di una loro geometria. In pratica una versione astratta ed automatica delle antiche ombre cinesi.

La prima opera di luce in senso letterale è nata da un caso di serendipità, un incontro casuale con effetti dirompenti: la visita del fotografo di LIFE, Gjon Mili, a Pablo Picasso nel suo studio di Vallauris, in Francia meridionale, nel 1949.

In quell’occasione Mili fece vedere al pittore alcuni esperimenti realizzati negli anni precedenti attaccando un piccola lampadina alla scarpetta di una pattinatrice e fotografandone la scia luminosa come un disegno nello spazio.

Picasso non ci stette molto a pensare: prese una torcia e cominciò a tracciare nell’aria minotauri, fiori, figure umane mentre il fotografo, nella stanza buia, lasciava aperto l’otturatore della sua macchina illuminando l’artista, con un flash laterale, un attimo prima di terminare lo scatto.

In questo modo si poteva vedere sia il disegno che la figura di Picasso che lo concludeva. Naturalmente nessuno dei due aveva idea di ciò che sarebbe uscito fuori se non dopo la stampa delle foto…

L’idea della fotografia che riesce ad immortalare un disegno di luce oggi è diventata una pratica molto diffusa tra artisti e dilettanti. C’è che delinea corpi umani lasciandone solo le sagome vuote, chi trascina bacchette luminose

… e chi, come Janne Parviainen, percorre, con certosina maniacalità, ogni angolo di un ambiente per ricrearlo con la luce!

All’Università di Braunschweig, in Germania, hanno montato, invece, dei led colorati su un’aspirapolvere automatica – sapete, quegli strani oggetti che gironzolano da soli rimbalzando di parete in parete – e ne hanno fotografato tutto il percorso.

Loro studiavano l’algoritmo che regolava i movimenti del robot ma poi ne è uscita fuori una straordinaria serie di immagini di grande suggestione. Anche gli scienziati tedeschi hanno una sensibilità artistica 😉

Ma torniamo al 1949. Nello stesso anno Lucio Fontana (sì, proprio quello delle tele sfregiate) stava lavorando con le lampade di Wood, un tipo particolare di sorgente fluorescente priva di polveri interne al tubo inventata nel 1913, in grado di produrre la cosiddetta luce nera.

Ma come fa la luce ad essere nera? Beh, in realtà la luce non ha nessun colore, è invisibile. Noi non vediamo la luce ma gli oggetti che illumina. Anche quando ci sembra di osservarne il flusso (come nella foto in apertura o in queste qui sotto) in realtà stiamo vedendo il pulviscolo illuminato dalla luce.

L’artista James Nizam ha provato persino ad incanalare in una stanza questi potenti raggi solari moltiplicandoli con dei piccoli specchi per creare delle magnifiche immagini fotografiche.

Ma nel caso della luce nera la cosa curiosa è che non illumina nulla. Anche se è accesa resta tutto nero, a parte i nostri denti e l’eventuale camicia bianca

“Aaahh, ma allora è quella della discoteca!”; avete pensato questo, vero? E allora vi dico: sì, è quella della discoteca, una lampada che emette ultravioletti, onde elettromagnetiche che non fanno parte dello spettro visibile dall’uomo ma che possono generare una riflessione visibile da parte di alcuni materiali, specie se ricoperti da vernici fluorescenti.

Ebbene Fontana realizzò un “Ambiente spaziale a luce nera” in cui fluttuava un oggetto amorfo luminescente in una camera buia ma, in realtà, illuminata a luce nera.

Di lì a poco l’idea fu ripresa da Gianni Colombo con il suo Spazio elastico (1966), una camera illuminata a luce nera e attraversata da un reticolo tridimensionale di fili fluorescenti che alcuni piccoli motori facevano scorrere lentamente in varie direzioni.

L’ambiente sembrava comprimersi e dilatarsi intorno all’osservatore facendogli perdere il senso delle dimensioni e dell’orientamento. Certo, noi siamo abituati alla computer grafica capace di generare spazi fluttuanti in 3D molto più coinvolgenti, ma per l’epoca la cosa funzionava abbastanza bene.

Anche la luce di Wood è stata successivamente utilizzata da tanti artisti (oltre che per applicazioni che con l’arte hanno poco a che vedere come il riconoscimento delle banconote false…).

Una delle applicazioni più emozionanti è quella del teatro nero, spettacoli di danza illuminati con luce ultravioletta in cui i corpi sono visibili solo per le porzioni con costumi fluorescenti. Date un’occhiata a questo video e capirete.

 

Ma facciamo un passo indietro e riprendiamo di nuovo Fontana. Sì perché il suo ambiente spaziale è nulla rispetto ad un’opera che concepirà nel 1951 e che costituisce davvero un capolavoro della light art. Mi riferisco al Segno luminoso di cui ho già parlato in un altro post, sospeso sulla scalone della Triennale di Milano.

È un tubo di neon lungo circa 130 metri aggrovigliato come uno scarabocchio di luce fatto in aria. Potremmo considerarlo una versione materiale e permanente dei disegni luminosi di Picasso.

Per la sua tangibile immaterialità e per il richiamo piuttosto pop alle insegne pubblicitarie, il neon è diventato presto il materiale preferito dagli artisti concettuali dagli anni Sessanta in poi.

Quel buontempone di Joseph Kosuth, ad esempio, ci ha ricavato le sue tipiche frasi autoreferenziali, parole che lasciano sempre un po’ perplessi, indecisi se sorridere o fare la faccia seria di chi se n’intende.

Più prolisso è Bruce Nauman che con il neon, oltre a figure umane, ha trascritto ben cento modi di vivere e morire. Roba da esistenzialisti.

Sofisticato e cerebrale è, invece, il lavoro al neon di Mario Merz.

La sua serie di Fibonacci, una progressione numerica nella quale ogni numero è la somma dei due precedenti, risplende nel buio raccontando la storia del rapporto tra matematica e bellezza.

Ma la neon art non è solo numeri e parole. Ecco alcuni esempi di cosa si può fare con queste versatili sorgenti luminose.

Altra cosa sono i tubi fluorescenti (chiamati impropriamente neon, ma che con i veri tubi al neon non c’entrano nulla): modulari, cilindrici e non modellabili, si prestano ad utilizzi più rigorosi e minimalisti come quelli di Robert Irwin.

Nelle installazioni di Dan Flavin le lampade misurano lo spazio dando ritmo e colore. Le superfici illuminate diventano, così, parte dell’installazione assumendo una consistenza quasi immateriale.

Perfetto per un ambiente ad alto contenuto spirituale come la Chiesa Rossa di Milano nella quale Flavin ha lasciato la sua ultima installazione.

Un altro mago delle superfici luminose è James Turrel. Nei suoi grandi ambienti colorati le sorgenti luminose sono spesso nascoste in modo da proiettare il flusso in modo mirato e trasformare in luce l’intera architettura.

Ogni parete, ogni foro nel muro, riflette o trasmette la luce alle superfici adiacenti. Il risultato? Fiabesco!

Negli ultimi anni la tecnologia ha offerto agli artisti nuove sorgenti luminose da utilizzare nei modi più disparati. I LED, in particolare, essendo potenti ma miniaturizzati, sono stati scelti per grandi interventi di land art come per installazioni adatte agli interni.

Uno degli ultimi ritrovati è l’OLED, una superficie luminescente basata sullo stesso principio del led, ma ampia e flessibile.

Una delle installazioni più suggestive è quella di Paul Cocksedge fatta di fogli che sembrano portati via da una folata di vento (non a caso l’opera si chiama “Bourrasque“).

Questa, però, non è un’installazione qualsiasi ma un progetto all’interno di un fantastico evento di luce, la Fête des Lumières, che si tiene annualmente a Lione, in Francia, dal 5 all’8 dicembre.

Tutta la città, invasa da milioni di visitatori, è animata da interventi luminosi di ogni tipo, dagli spettacoli di videomapping alle installazioni interattive.

Volete saperne di più? Seguitemi nelle prossime puntate!

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41 Risposte

  1. paola ha detto:

    Viaggio bellissimo ed emozionante! Ogni volta che leggo i post di questo blog aleggia in me una domanda: come si fa a sapere così tante cose e a saperle comunicare con tanta immediatezza? Fortunati gli allievi di Emanuela Pulvirenti!

  2. Elisa ha detto:

    Certamente ti seguirò anche nelle prossime puntate! Mi sono venuti in mente due artisti: Carsten Nicolai ed Anthony McCall, ho visitato le installazioni di luce di entrambi all’Hangar Bicocca… a presto! Elisa

  3. ciro ha detto:

    bellissimo, sempre meglio, sei inesauribile!

  4. Tommaso ha detto:

    Ottimo , come sempre, post davvero affascinante! Mi diletto, di tanto in tanto, con la light art, in fotografia, usando la “camera” in una sorta di “panning rotatorio /ondulatorio” e il risultato è un mondo coinvolgente e appassionante. Appassionante come il Tuo lavoro di Ricerca cosí sapientamente espresso nei tuoi interessanti post.

  5. Manuel Marchioro ha detto:

    Ho appena finito le slide per la lezione sulla light art che terrò domani in terza media all’interno dell’area di progetto interdisciplinare sull’energia. Ho letteralmente saccheggiato questo post integrandolo con altri artisti e considerazioni mie… che dire! A volte mi verrebbe da dire che grazie al tuo blog vivo di rendita, ma la verità è che da quando lo seguo lavoro il doppio in quanto mi ha allargato gli orizzonti… Mi hai fatto uscire dalla mia confort zone, e questo è il vero motivo per cui ti devo ringraziare!

  6. Alesatoredivirgole ha detto:

    Semplicemente … Grazie !

  7. flavia ha detto:

    Complimenti, ti trovo professionale, ottima divulgatrice, spesso tanto poetica da farmi desiderare di conoscerti personalmente o almeno via mail, avremmo molto di cui parlare.
    Flavia

  8. Sergio ha detto:

    Bravissima, interessante articolo. L’ho già usato per fare ricerche con i miei studenti.
    Un mio allievo mi ha segnalato anche questa serie che tratta degli stessi temi
    http://www.collezionedatiffany.com/category/light-art-e-altre-storie/
    Sembra che l’autore abbia pescato a piene mani nel tuo articolo.

  9. Giulia Pisana Colucci ha detto:

    Fantastico! Una risorsa immensa…. Sei davvero eccezionale! Seguo sempre i tuoi affascinanti articoli… Grazie!
    Ps mi permetto di segnalarti il lavoro di un ragazzo giovanissimo mio”conterraneo,che ne pensi?

    http://www.giuliospagone.net/#!profumo-di-luce/c19dy

  10. Alberto ha detto:

    Segnalo da aggiungere a questo bellissimo contributo il fatto che l’artista contemporaneo di origine islandese, Olafur Eliasson, nel 2003 ha ricreato il SOLE a Londra, dentro la Tate modern (nella Turbine Hall). Cercare su gooogle: the weather project di eliasson.

  11. Hersilia ha detto:

    fantastico !!!!!tantissime grazie anche per il tuo sense of humor !!!!

  12. gianfranco ha detto:

    Anch’io trovo straordinario questo post. Grazie
    Lascio tre spunti:
    1) Tadao Ando e la sua chiesa di luce:
    https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4b/Ibaraki_Kasugaoka_Church_light_cross.jpg
    2) Grazia Varisco:https://www.youtube.com/watch?v=oMNM0IYpWWA
    3) Richard Feynman, premio Nobel: secondo Feynman la luce segue non uno, ma tutti i percorsi possibili nell’universo che si sovrappongono nel fenomeno che poi osserviamo e misuriamo (alterandolo per inciso), affascinante vero? Per chi volesse approfondire consiglio “QED, La strana teoria della luce e della materia”, Richard P. Feynman

  13. gianfranco ha detto:

    Grazie a te. Il sito è brillante. Lo conoscevo da tempo.
    Chioso con Walter De Maria, land artist.
    The Lightning Field: arte + natura = scultura di luce
    http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2013/07/Walter-De-Maria-The-Lightning-Field.jpg

  14. Gianfranco ha detto:

    L’opera di De Maria è monumentale: fatta, oltre che di luce, di suoni, di attese, di odori, di percezioni e sensazioni dilatate nel tempo (l’autore prevedeva un giorno di autentica meditazione per entrare a farne parte). A chi volesse approfondire consiglio questo:
    https://www.youtube.com/watch?v=vbvJKlnshc8&spfreload=10

  15. Madia Cotimbo ha detto:

    Complimenti per quest’articolo! Affascinante ed istruttivo, ottimo spunto per chiunque volesse approfondire l’argomento dell’uso della luce nell’arte, della luce come strumento espressivo. Grazie.

  16. Miroslava Hajek ha detto:

    spero che non si offende, perché trovo i suoi blog straordinari , ma prima di Moholy Nagy ha usato la luce nel suo lavoro artista Ceko Zdenek Pesanek, non solo ha creato Spectrophone (1924–30), ma era primo a usare neon per il quale ha anche inventato il modulatore
    https://monoskop.org/Zden%C4%9Bk_Pe%C5%A1%C3%A1nek

  1. 15 agosto 2016

    […] great article on didatticarte […]

  2. 18 agosto 2017

    […] Sorgente: L’immateriale che diventa arte: le opere di luce […]

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