Sfregare sulla carta per copiare e per creare
Ormai è una certezza: se scopro qualche bizzarra forma artistica che non conoscevo, si tratta quasi sicuramente di un’impensabile moda dell’età vittoriana. Mi è successo in passato con il ritratto dell’occhio, una spilla che raffigura l’occhio della persona amata (generalmente il destro), che veniva realizzata per tenere con sé l’immagine più vivida del caro volto. Si tratta di miniature decorate da perle e pietre dure e talvolta completate con una lacrima costituita da un diamante: qualcosa a metà strada tra il capolavoro e il kitsch.

Poi mi è successo con le silhouette di carta nera, profili ritagliati che fungevano da ritratto e che venivano appesi alla parete, applicati su uno sfondo chiaro. La pratica, in verità, era nata già a metà Settecento, ma un secolo dopo assunse dimensioni che oggi diremmo “virali”.

Stavolta invece è capitato con il brass rubbing, una tecnica artistica che si può tradurre come “ricalco dell’ottone per sfregamento“. Ma di quale ottone si parla? Non certo di rubinetti o maniglie, ma di antiche lastre monumentali posate sui pavimenti delle chiese inglesi, datate dal XIII al XVII secolo (qui sotto St Mary Magdalene Church a Cobham).

Queste placche, incastonate nella pietra, raffigurano dame e cavalieri e sono accompagnate da testi scritti con caratteri gotici. Quello che segue, per esempio, è l’ottone di Isabel Cheyne del 1485, collocato nel presbiterio della Chiesa di St Andrew a Blickling, nel Norfolk, e alto circa 160 cm.

Non è un caso che la loro riscoperta avvenne proprio in concomitanza con il revival gotico vittoriano, quando si diffuse la moda di ricopiarli poggiando un foglio di carta sull’ottone e sfregandolo con cera nera da calzolaio (in inglese heelball). Il risultato era una sorta di negativo, con le linee incavate che restano bianche e le superfici lucide che diventano nere. Ecco come si presenta il ricalco di Isabel.

Per un effetto più prezioso si usava anche ricalcare su carta nera con una cera dorata. In quel caso l’immagine appariva molto più simile all’originale.

Inizialmente si usava un altro metodo nel quale l’ottone fungeva da matrice di stampa. I solchi dell’incisione, infatti, venivano riempiti con inchiostro tipografico e poi si pressava un foglio inumidito sulla placca in modo che l’inchiostro venisse assorbito dalla carta. Tuttavia il processo, oltre a generare un’immagine riflessa, sporcava la carta, produceva tracce poco nitide e richiedeva un’accurata pulizia successiva della lastra. Per questo motivo, a metà dell’Ottocento, si passò allo sfregamento con la cera, tecnica usata dagli amatori del genere ancora oggi.

Sembra un metodo facile: chi non ha provato, nell’infanzia, a sfregare con la matita un foglio poggiato sulle monete?

Tuttavia per il ricalco degli ottoni serve molta precisione ed esperienza. Anche perché, se il supporto non è ben fissato alla pietra, la lastra può perfino spezzarsi. Ma questo non è stato d’ostacolo ai tanti appassionati dell’epoca. Il brass rubbing diventò una vera mania perché consentiva di portarsi a casa un’immagine antica e autentica, completamente gratis.
Il fenomeno venne amplificato dallo sviluppo della rete ferroviaria, che consentiva di raggiungere le più remote chiesette inglesi armati solo di un rotolo di carta e un pastello di cera nera.

Queste collezioni hanno avuto anche un interessante risvolto culturale perché hanno permesso di raffrontare ottoni molto diversi per epoca e provenienza geografica, permettendo agli studiosi di delineare una vera e propria storia della moda inglese dal Duecento al Seicento. Vediamone alcuni, conservati al Victoria & Albert Museum di Londra.
Questo è il ricalco di un ottone del 1260 con un uomo, probabilmente appartenente al clero. L’epoca gotica è rivelata chiaramente dall’arco acuto trilobato della nicchia in cui è inserita la figura e dalle forme della chiesa retrostante.

Questo invece è un ottone del 1385 con un soldato al centro e due donne ai lati. Questo, in genere, indicava che l’uomo si era risposato dopo la morte della prima moglie (a quell’epoca la morte di parto era tristemente frequente).

Il prossimo ottone è del 1463. Si può notare un abito più sagomato per la dama e un’armatura più appariscente per il cavaliere, segno del suo prestigio sociale.

L’ottone seguente, del 1529, mostra un maggiore dinamismo di quelli precedenti perché la coppia non ha la classica posa frontale ma ciascuno ruota il busto verso l’altro, quasi a rimarcare la loro unione con uno scambio di sguardi.

Nel Seicento, infine, i panneggi si fanno più abbondanti e compare la gorgiera, l’ampio colletto ondulato che girava a ruota attorno al collo. Dal punto di vista grafico viene introdotto un tratteggio molto ravvicinato che, nel chiaroscuro, indica le zone più in ombra ma anche le parti lucide delle armature di metallo.

Le pose diventano molto più libere tanto che in alcuni casi l’intero personaggio è visto di tre quarti.

Tuttavia non sempre l’ottone idealizza il defunto. In alcuni casi ne mostra la transitorietà e il disfacimento fisico. Uno degli esempi più clamorosi è l’immagine di Ralph Hamsterley, nella chiesa di St Andrew a Oddington. La lastra, datata 1518, raffigura il personaggio, un rettore di Oxford, come un cadavere avvolto nel sudario. Il corpo è scheletrico e in decomposizione e da varie parti, tra cui il torace e le orbite, fuoriescono lunghi vermi. L’iscrizione è associata a un ammonimento morale in latino che può essere tradotto pressappoco così: “Qui sono dato ai vermi, e così cerco di mostrare che, come sono posto qui, così ogni onore viene deposto.”

Ma quando e dove è nato esattamente il metodo del ricalco per sfregamento? Non nell’Inghilterra vittoriana, ovviamente, ma nella Cina del V-VI secolo, quando veniva usato per diffondere copie di iscrizioni e modelli di calligrafia. In genere non si procedeva per sfregamento ma per tamponamento con inchiostro come nell’esempio sottostante.

Un’altra funzione delle copie cinesi era quella di replicare un capolavoro. Ne è un esempio il set di dipinti del monaco buddista Guanxiu (832-912) ritrovati in originale dall’imperatore Qianlong nel 1757. Questi, per preservare le opere autentiche, ne commissionò le versioni scolpite in pietra in modo che se ne potessero fare infinite copie con lo sfregamento, come quella sottostante.

Il destino ha voluto che le opere di Guanxiu siano andate successivamente tutte perdute, ma ne rimangono i preziosi ricalchi dalla pietra (tecnica detta per questo stone rubbing).
È improbabile che i ricalchi cinesi abbiano influenzato direttamente la nascita del brass rubbing inglese. Così come è improbabile che il brass rubbing inglese stia alla base del frottage, la tecnica per sfregamento usata dal surrealista Max Ernst (1891-1976).

Max Ernst, Foresta e sole, 1931, frottage su carta, cm 20×27, MoMA, New York
Secondo il suo stesso racconto, infatti, il 10 agosto 1925 l’artista osservò la trama consumata delle assi di legno del pavimento in un albergo di Pornic, sulla costa francese. Appoggiò un foglio di carta sulle assi e lo sfregò con una matita morbida, lasciando che le forme casuali suggerissero immagini fantastiche. Conierà il termine frottage (dal francese frotter, strofinare) nel 1932 per definire il metodo e inserirlo nel contesto delle tecniche casuali e automatiche del Surrealismo.

Max Ernst, Terremoto, 1925, frottage su carta, cm 42×26, MoMA, New York
La differenza fondamentale tra le pratiche precedenti e quella di Ernst è che le prime venivano usate per riprodurre immagini esistenti mentre l’artista usava lo sfregamento per inventare nuove figure, nate dalle suggestioni prodotte dalle trame. Non si tratta quindi di opere astratte, ma di creazioni fantastiche, soprattutto animali, assemblate ricalcando i più svariati materiali.
Nel 1926 Ernst ne pubblicò una raccolta con il titolo di Histoire Naturelle, un chiaro rimando agli antichi trattati di botanica e zoologia che nel suo caso ha la fantasia di un bestiario medievale e la freschezza di una collezione di sogni.

A parte la parentesi surrealista, fino a qualche decennio fa il ricalco per sfregamento era ancora utilizzato nell’ambito dell’archeologia e della conservazione dei monumenti per documentare rilievi e iscrizioni.
Quelli sottostanti sono ricalchi provenienti dalla Cambogia realizzati da Jean Laur, architetto francese e conservatore dei monumenti di Angkor tra il 1954 e il 1959. Con lo stone rubbing poteva studiare i dettagli dei bassorilievi dei templi Khmer in modo più sistematico ed efficace.

Attualmente però, con l’invenzione della scansione laser e di altre tecniche di rilevamento fotogrammetrico, il ricalco è stato quasi completamente abbandonato se non come pratica d’emergenza. Si preferisce infatti evitare ogni contatto diretto con il manufatto per preservarlo dallo stress meccanico prodotto dallo sfregamento.
Lo sfregamento su carta rimane oggi nelle scuole di primo e secondo grado come metodo per sperimentare la sovrapposizione di trame, per risvegliare l’immaginazione e per esercitare la manualità. Ma forse merita di essere rivalutato anche dagli adulti. Perché in fin dei conti, che si tratti di un archeologo ottocentesco davanti a un’iscrizione millenaria o di Max Ernst nello studio della sua camera d’albergo, l’atto dello sfregamento risponde allo stesso primordiale desiderio umano: rendere visibile l’invisibile.




Una tecnica interessante,se penso allo sfregare la matita sulla carta appoggiata sulle monete,pratica in uso alle scuole elementari di metà Novecento.Una pratica che riprenderò riproducendo altri bassorilievi
Con i supporti giusti questa tecnica può dare molte soddisfazioni!