Come funziona l’arte seriale?

Ricordo che da piccola mi è successo con la parola “carota“. Ne stavo rosicchiando una e improvvisamente ho avuto la sensazione che quel suo nome non c’entrasse nulla con l’ortaggio arancione a cui si riferiva. Mi è venuto di sillabarne il nome: ca-ro-ta, ca-ro-ta. Niente. Non ci somiglia per niente.

 

E più ripetevo carota-carota-carota-carota, più quei suoni si allontanavano dall’oggetto che avevo davanti. Ad un certo punto ho pensato che quel coso avrebbe potuto avere tutti i nomi del mondo, ma non “carota”. Anche Roberto, anche pergolato, ma non carota.

Ma che c’entra con l’arte il nome della carota?

C’entra quel fenomeno che ho capito per caso (e che sarà successo anche a voi…): la ripetizione che ha separato il suono dal suo significato. Ciò che restava era solo una melodia, o un rumore, senza altro senso che se stesso.

La stessa cosa avviene con l’arte seriale, quella in cui la stessa cosa è ripetuta infinite volte, una accanto all’altra. La sua moltiplicazione porta alla perdita del significato e al permanere dell’immagine pura, della forma in sé.

In pratica quello che fa Andy Warhol quando prende un oggetto e lo ripete in modo ossessivo decine di volte. Che siano lattine di zuppa, volti di attori o foto di incidenti, l’impostazione non cambia.

Sono opere che vengono generalmente interpretate come riferimenti al meccanismo del bombardamento visivo con prodotti di massa perché richiamano con evidenza gli scaffali dei supermercati (luoghi che Warhol adorava) o le affissioni pubblicitarie.

Ma mi piace anche vederle come raffinati esperimenti sulla variazione nella ripetizione e sul rapporto che la ripetizione mantiene con il significato originale.

Nelle sequenze di Warhol, infatti, il soggetto non si ripete mai perfettamente identico a se stesso. Nonostante l’uso di sistemi meccanici di produzione in serie (la serigrafia, in particolare), la composizione delle figure o le loro variazioni cromatiche rendono i multipli simili ma mai uguali.

Un po’ come le ventidue Sante (o i ventisei Santi) dei mosaici bizantini di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna: si somigliano tutte come bottiglie di Coca-Cola, ma poi hanno decorazioni tutte diverse.

È un’arte che richiede attenzione e spirito di osservazione. Sia quella bizantina che la pop art.

La variazione sul tema, d’altra parte, non è una novità degli anni Sessanta. Abbiamo già visto questo filone osservando le variazioni sullo stesso tema iconografico, come in Giuditta e Oloferne.

Ma in quel caso (e in tutti gli altri dello stesso genere) si tratta di autori diversi che, in tempi e stili differenti, hanno rappresentato lo stesso soggetto, modificandone spesso anche il senso.

La serie di cui stiamo parlando è prodotta da un unico autore.

Ci sono stati anche autori del passato che hanno prodotto delle serie dello stesso soggetto. Celebri le incisioni seicentesche di Rembrandt. Anche in questo caso molto simili, ma con piccole differenze dovute agli esperimenti di stampa che faceva l’artista e al progressivo deterioramento della matrice.

Ma ancora non è arte seriale, perché l’autore non prevedeva che le stampe dovessero essere osservate tutte insieme, una accanto all’altra. L’incisione, d’altra parte, era usata semplicemente per diffondere le immagini a prezzi contenuti ed in gran numero.

Non è un caso che questa tecnica cominciò a diffondersi in Germania nel XV secolo in contemporanea con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Lo scopo era lo stesso: sottrarre alla riproduzione manuale l’opera letteraria o l’immagine artistica in modo da abbattere tempi di produzione e relativi costi.

Però è un passaggio interessante verso l’arte seriale, perché nell’incisione non esiste più l’originale e le sue copie come era sempre avvenuto fin dai tempi antichi. In passato, infatti, alcune opere erano sì riprodotte in tanti esemplari (ad esempio il Discobolo di Mirone) ma solo l’originale aveva l’aura, quella preziosità di cui parla Walter Benjamin, dovuta alla sua unicità e all’essere stata prodotta direttamente dalle mani del maestro.

Con la riproducibilità propria di tante tecniche (dalla fotografia alla stampa…) comincia a nascere l’idea del multiplo, un oggetto realizzato con sistemi meccanici sempre uguale a se stesso e disponibile come qualsiasi altro prodotto di massa. L’opera d’arte diventa tale in quanto progetto, non in quanto prodotto.

Ma anche il multiplo non è arte seriale in senso stretto: la serie non è semplicemente un’opera riprodotta in migliaia di esemplari, ma un’unica opera composta dalla ripetizione di un elemento. Un’opera in cui il tutto è più della somma delle singole parti, per usare il linguaggio della Gestalt.

La serie ha il gusto dell’insieme, della raccolta. Ricorda l’ossessione del collezionista.

La serie deve essere fitta, densa. Altrimenti i pezzi rischiano di essere letti isolatamente. Per questo l’arte seriale tende spesso all’horror vacui.

Ma affinché una ripetizione così ossessiva non si trasformi in una trama indifferenziata, gli elementi devono essere tutti leggermente diversi, come i grani di una texture.

E come per le texture, gli elementi della serie possono essere rigorosamente allineati…

… come le statue dei re nelle gallerie delle cattedrali gotiche.

Oppure accumulati in modo apparentemente casuale.

Dunque la ripetizione non inflaziona l’elemento, ma lo rende ancora più unico. Per contrasto. Per confronto. La ripetizione ci costringe a fermarci. A guardare all’oggetto per quello che è. Come la carota privata del suo nome…

Come ha detto John Cage a proposito di Warhol, “con la reiterazione, Andy ha voluto mostrarci che in realtà non c’è ripetizione: tutto ciò che guardiamo è degno della nostra attenzione”.

 

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12 Risposte

  1. Elisabetta ha detto:

    Bellissimo, come sempre!
    Quando arriva un tuo articolo mi prendo 10 min di pausa e lo leggo sempre con piacere!

  2. Luisa ha detto:

    Ieri sera, rientrando dalla Guggenheim di Venezia, con 40 ragazzi e 25 genitori, zuppi di pioggia, ma sicuramente più ricchi nelle conoscenze, ho aperto la posta elettronica e ho concluso la giornata leggendo il tuo articolo. Come sempre uno spunto di riflessione piacevolissimo, da riprendere in classe.
    Grazie Emanuela.

  3. Marino Calesini ha detto:

    atteso ! e molto interessante.

  4. davide marcesini ha detto:

    Come collochi le 365 foto del cielo prese in un anno da Luigi Ghiri? raccontata, la cosa sembra un giochino, quando ti trovi davanti a tutte i 10×15 montati sullo stesso pannello percepisci con un colpo “quanto” vedeva l’autore
    http://www.csacparma.it/wp-content/uploads/2014/12/ghirri.jpg

  5. gianfranco ha detto:

    Quanto è vero ciò che scrivi se applicato al lavoro dei coniugi tedeschi Bernd e Hilla Becher, antesignani e insegnanti, prima ancora che fotografi e artisti:
    http://monovisions.com/wp-content/uploads/2016/11/bernd-hilla-becher-framework-houses-in-siegens-industrial-region-02.jpg
    https://4.bp.blogspot.com/-abSSaGlkwl8/Ula80_FueYI/AAAAAAAAbYg/Gaml-2EDEAA/s1600/bernd-hilla-becher-gas-tanks_1983-92.jpg
    All’inizio li trovavo ostici … Da essi stessi definite “sculture anonime”, le architetture industriali, ridotte a pura archeologia di periferia, grazie al gelido bianco e nero tornano ad essere paradigmi di geometrie mentali… Noi italiani portiamo la bellezza nel nostro DNA e la vediamo anche dove gli stessi autori non volevano forse farne esplicita menzione…

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