Un vulcano tremendo ma pittoresco, l’Etna nei dipinti

Dalle mie parti l’Etna è femmina. È ‘a muntagna, non il vulcano. E in quanto montagna è oggetto di genere femminile, tendenzialmente materna e rassicurante. Anche se è molto più attiva del Vesuvio (perdonatemi il femminile, che userò in tutto l’articolo, ma ormai è abitudine), è sempre stata raffigurata in modo estremamente pittoresco.

Immensa e pericolosa, diventa quasi sempre un incantevole sfondo dietro i ruderi del teatro greco di Taormina.

Questa innocua visione dell’Etna si diffonde a partire dalla seconda metà del Settecento, quando in Europa prende piede il Grand Tour, un lungo viaggio di formazione tra l’arte e l’architettura italiana che attraversava anche la Sicilia.

Il famoso viaggiatore-pittore Jean-Pierre Houël fu tra i primi a raffigurare l’Etna da questo particolare punto di vista. Da quel momento sembra che non esistesse altro modo di dipingere l’Etna se non dietro la scaenae frons dell’antico teatro greco-romano.

In effetti Houël ne aveva fatto anche altre versioni, ma nessuna ha la forza visiva di quella composizione così suggestiva.

È del 5 maggio 1787 l’avventura dell’immancabile Goethe sui sentieri dell’Etna:

[…] la mattina per tempo ci siam messi in cammino e rivolgendoci sempre a guardare indietro, dall’alto dei nostri muli, abbiam raggiunto la zona delle lave non ancora domate dal tempo. Blocchi e lastre frastagliate ci presentavano le loro masse irrigidite, attraverso le quali le nostre cavalcature si aprivano a caso un sentiero. Giunti alla prima vetta d’una certa importanza, abbiamo fatto sosta. Il Kniep ha riprodotto con grande esattezza ciò che si presentava innanzi a noi dalla parte della montagna: le masse di lava in primo piano, le vette gemelle dei Monti Rossi a sinistra, e di rimpetto a noi la selva di Nicolosi, sopra la quale si ergeva il cono dell’Etna ricoperto di neve e leggermente fumante.

Ma delle lave selvagge restano pochi schizzi. Il disegno più completo di Kniep, infatti, è realizzato a Taormina con l’Etna quasi invisibile sullo sfondo.

Non siamo ancora in tempi di paesaggio romantico (per quelli dobbiamo aspettare inglesi e tedeschi del primo Ottocento) ma quegli elementi ci sono già tutti: frammenti architettonici, rocce frastagliate, cespugli incolti, viandanti e soprattutto tante belle rovine.

L’accoppiata vincente Etna + teatro di Taormina tiene subito banco nel settore dell’iconografia del vulcano. Autori stranieri cercano il punto esatto per ripetere quella scena da cartolina. E tuttavia si prendono anche qualche libertà: se i ruderi sono raffigurati con discreta attendibilità, la montagna viene collocata nello sfondo dove fa più comodo…

Ancora oggi in tante fotografie l’Etna è raccontata sempre da quel romantico punto di vista.

Evidentemente i Greci se l’erano scelto proprio bene il fondale per i loro spettacoli!

Persino l’ultimo album di De Gregori ha in copertina questa tipica raffigurazione. È un po’ come il golfo di Napoli con il Vesuvio sullo sfondo: difficile sfuggire al richiamo di una composizione tanto stereotipata quanto di sicuro effetto.

In verità, tra Settecento e Ottocento, c’erano anche altre viste, da Catania o da altre zone, che tendono a rendere l’Etna più protagonista.

Si tratta di riproduzioni abbastanza fedeli che ci restituiscono, purtroppo, la misura di quanto il territorio etneo sia stato aggredito nell’ultimo secolo, sino a perdere in parte quel fascino da terra del mito che tanto aveva incantato i paesaggisti d’oltralpe.

Ma prima dei paesaggisti come veniva rappresentata l’Etna?

Andando indietro nel tempo si trovano altri filoni: immagini fantasiose ispirate ai racconti antichi, illustrazioni di taglio geografico, studi di natura scientifica, rappresentazioni di violente eruzioni (e naturalmente una ricca tradizione letteraria).

Una delle più antiche si trova nel De Aetna di Pietro Bembo (1496), un piccolo trattato che mescola osservazioni scientifiche a suggestioni classiche. Qui l’Etna appare come un massiccio monte a forma di pandoro con fiamme stilizzate sulla cima.

Esattamente un secolo dopo l’architetto e ingegnere militare Tiburzio Spannocchi, in Marine del Regno di Sicilia (1596) ci restituisce un’Etna più verosimile in una suggestiva vista a volo d’uccello corredata da planimetria corrispondente.

Del 1610 è una mappa di Catania che vede di nuovo l’Etna schematica sullo sfondo, in forma di cono con fiammella sul cratere. È ancora il Mongibello, una montagna tranquilla che ogni tanto sputacchia un po’ di lava.

Quella del naturalista tedesco Athanasius Kircher (1637) è invece un’immagine con intenti scientifici e classificatori ma priva di qualsiasi verosimiglianza quanto a forma e proporzioni. Il camino vulcanico è sezionato ad evidenziare un improbabile focolare interno, mentre dalla cima fuoriescono fumi e lapilli. Essendo stato presente all’eruzione del 1630, lo studioso voleva comprendere fino in fondo il fenomeno eruttivo indagandone le possibili origini.

Questa illustrazione e tante altre saranno pubblicate in Mundus subterraneus (1665), probabilmente il primo lavoro a stampa di vulcanologia.

Tutto cambia dopo il 1669. Una delle più catastrofiche eruzioni dell’Etna raggiunge Catania e ne ricopre buona parte. Si aprono crateri a bassa quota, la topografia del vulcano viene stravolta, la linea di costa si sposta di un paio di chilometri più a valle.

Per la prima volta l’immagine delle esplosioni e della colata lavica non sono più frutto di fantasia ma di reale testimonianza visiva.

Accorrono artisti da tutt’Europa per osservare e descrivere lo spettacolo magnifico e terrificante dell’eruzione.

Ci vogliono cent’anni perché si perda il ricordo e la paura dell’eruzione del 1669 (e del terremoto del 1693) ed esploda la moda dell’Etna vista da Taormina. L’eruzione del 1766, difatti, non riuscirà a rilanciare l’immagine dell’Etna con colonna di fuoco. Solo poche testimonianze ci ricordano l’episodio.

Anche l’eruzione del 1852 non avrà grande eco in pittura. Evidentemente l’Etna era già uno spettacolo suggestivo così, senza esplosioni parossistiche o lunghi fiumi di lava sui fianchi.

Solo nel Novecento i Futuristi siciliani avranno il coraggio di stravolgere l’iconografia tradizionale del vulcano, con o senza teatro. Con Giulio d’Anna l’Etna è sfondo di voli dinamici d’aeroplani.

La pittrice catanese Adele Gloria, invece, dedica all’Etna una tela con forme dinamiche e geometriche (1963) e una poesia ispirata alla ‘vetta delinquente’.

Un’Etna innevata e maestosa è, invece, al centro di diverse incisioni (1932-33) di M.C. Escher, il grande artista olandese, maestro di prospettive impossibili e spazi illusionistici. Nel caso del vulcano, però, cerca quasi di riproporre vecchie scene pittoresche, rese più asciutte dal suo tipico stile in bianco e nero.

Ma è con Renato Guttuso che l’Etna torna viva e potente, matrigna che gioca con la vita di chi ne abita i fianchi. In Fuga dall’Etna (1940) il colore esprime la violenza e la vitalità della paura. L’uomo torna a confrontarsi con la sua terra in una sorta di Guernica a colori.

In Eruzione dell’Etna (1983) Guttuso sembra invece riproporre uno scenario romantico, una nuova versione di quel sublime Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, ambientato davanti a fiumi di magma incandescente.

È ormai tempo di una nuova visione del vulcano. L’Etna come “luogo dell’anima […] fonte inesauribile di dualismi e di antitesi, l’unione dei contrari: morte e fecondità, sacro e profano, neve e fuoco, luce e tenebra, paradiso e inferno”; questo è il vulcano-metafora di Pier Paolo Pasolini secondo Sebastiano Gesù.

Dal 2013 le straordinarie caratteristiche dell’Etna, il suo valore storico, culturale e scientifico hanno avuto, finalmente, il più alto riconoscimento internazionale. L’Etna è diventata Patrimonio dell’Umanità con una motivazione incentrata proprio sull’eccezionalità di questo vulcano.

l’Etna è uno dei più attivi e iconici vulcani del mondo e uno straordinario esempio di processi geologici in atto e formazioni vulcaniche. Lo stratovulcano è caratterizzato da un’attività eruttiva del cratere centrale pressoché continua e da colate laviche dai crateri e  dalle fessure sui fianchi abbastanza frequenti. Questa eccezionale attività vulcanica, documentata dall’uomo per almeno 2700 anni, è una delle più lunghe registrazioni al mondo di vulcanismo storico. Il diversificato e accessibile insieme di formazioni vulcaniche come la vetta dei crateri, i coni di cenere, le colate di lava, le grotte laviche e la depressione della Valle del Bove hanno reso il Monte Etna una destinazione privilegiata per la ricerca e l’educazione. Oggi l’Etna è uno dei vulcani meglio studiati e monitorati al mondo e continua ad influenzare la vulcanologia, la geofisica e altre discipline di scienze della terra. La notorietà, l’importanza scientifica e culturale e il valore educativo sono di importanza globale.

Un’unicità che il video di candidatura mette perfettamente in luce

Un’unicità che non ha mai smesso di offrire ispirazione agli artisti degli ultimi trecento anni.

Un’unicità che si può racchiudere nelle parole del viaggiatore francese Dominique Vivand Denon che nel suo Voyage en Sicilie (1788) scrive: «Tutto ciò che la natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla».

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14 Risposte

  1. Aurelio Mereu ha detto:

    Fantastica Emanuela,come sempre!!!!!!!!!

  2. Mario Raviele ha detto:

    ……mi piace questo blog proprio per la sua funzione culturale e non commerciale…che non vende …….”finalmente libero” di informarmi
    è comprare libri di mia scelta…..

  3. gabriella speranza ha detto:

    Molto interessante, con una scelta iconografica di ottimo livello.

  4. Giuseppe ha detto:

    Fantastico. Grazie. Bellissimo articolo, accurato studio e appassionato omaggio alla nostra “muntagna”.

  5. Marino calesini ha detto:

    Grazie interessantissimo

  6. sileno ha detto:

    Un gradito dono di natale: Grazie e buone Feste.

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