Il turismo sostenibile e l’arte islamica

Anno del turismo sostenibile per lo sviluppo.

Così è stato dichiarato dall’ONU il 2017.

Una scelta che, secondo gli organizzatori, riconosce l’importanza del turismo internazionale, un turismo non di massa, per promuovere la comprensione tra i popoli, diffondere la conoscenza del grande patrimonio delle altre civiltà e per portare ad un maggior apprezzamento dei valori propri delle diverse culture, contribuendo così al ‘rafforzamento della pace nel mondo‘…

Certo, se bastasse un turismo consapevole per sedare i conflitti sul nostro pianeta, io starei sempre in viaggio!

Ma non è detto che per andare in questa direzione sia necessario spostarsi fisicamente. Per chi, come i miei studenti, non può muoversi con facilità e autonomia, il viaggio può cominciare come percorso nella conoscenza. Un percorso di esplorazione che vorrei dedicare all’arte islamica.

Non è una scelta qualsiasi, naturalmente.

L’Islam e la cultura araba sono sempre più presenti nelle nostre comunità. Conoscerne la storia e le espressioni artistiche serve agli studenti italiani per allargare gli orizzonti visivi verso culture ‘altre’ (che comunque hanno influenzato fortemente anche l’arte europea), serve ad avere uno sguardo più obiettivo, più curioso e meno carico di pregiudizi verso il mondo islamico in generale, ma serve anche agli studenti immigrati per conoscere le proprie radici e la propria identità.

La multiculturalità è una ricchezza, ma non è un processo spontaneo. Va promossa e coltivata.

Allora andiamo con ordine. Per capire l’arte islamica è necessario conoscere gli aspetti fondamentali dell’Islam, una religione monoteista che ha in comune lo stesso dio con l’Ebraismo e il Cristianesimo. Ma per i Musulmani il messaggio di Dio (Allah) è stato rivelato a Maometto, l’ultimo dei profeti.

Maometto, nato nella città della Mecca, in Arabia, nel 570 d.C., all’età di quarant’anni riceve da Allah la prima rivelazione. Per altri ventitré anni continua a raccogliere le parole di Allah trascrivendole nel libro del Corano.

Ma quando comincia a divulgare le verità che ha appreso viene immediatamente perseguitato. È l’anno 622 e Maometto fugge verso la città di Medina. Questo evento, chiamato Ègira, segna l’inizio della religione islamica e l’anno zero del calendario musulmano.

Da quel momento l’Islam conosce un’espansione inarrestabile arrivando in pochi secoli a diffondersi in Spagna, Sicilia, Nord Africa, Arabia, Vicino Oriente e India, fino ai confini dell’Impero Cinese. Solo Carlo Martello, il capo dell’esercito dei Franchi, riuscirà a fermare l’avanzata islamica in Europa, sconfiggendo i Musulmani nella Battaglia di Poitiers del 732.

Tra la fine dell’XI secolo e per tutto il XIII secolo i Cristiani d’Europa organizzano otto imponenti spedizioni militari (le Crociate) per conquistare la Terrasanta, governata sin dal VII secolo dai Musulmani, e per fermare la minaccia di una loro espansione nei territori bizantini. Ma i Musulmani resistettero e anzi furono loro nel 1453 a conquistare Costantinopoli e a porre fine all’Impero Romano d’Oriente.

L’arte islamica è soprattutto un’arte religiosa. Le sue caratteristiche sono profondamente legate al divieto assoluto di raffigurare Allah e Maometto, e alla proibizione di rappresentare figure umane all’interno degli spazi sacri della moschea, il luogo di preghiera dei Musulmani (ma possono essere disegnate nelle miniature e nei luoghi profani).

Questa imposizione serviva da un lato ad evitare l’idolatrìa, cioè l’adorazione di oggetti o immagini al posto della divinità, e dall’altro a dare il massimo valore solo alla Parola del Corano. Per questo motivo, invece di sviluppare una cultura figurativa come quella cristiana, l’Islam ha sviluppato un’arte aniconica basata soprattutto sulla decorazione.

Pareti, pavimenti, facciate e soffitti sono completamente rivestiti da disegni astratti di tipo geometrico, di ispirazione vegetale (gli arabeschi) o basati sulla calligrafia. Questi suggeriscono l’idea di infinito e di bellezza, due concetti molto cari all’Islam perché considerati due attributi di Allah. Per contrasto con i colori uniformi e neutri dei deserti in cui è nato l’Islam, le decorazioni sono quasi sempre incredibilmente colorate e rigogliose.

L’arte islamica, anche se inizialmente subisce l’influenza dell’arte romana, paleocristiana e bizantina, manifesta rapidamente tutta la sua originalità. Le sue caratteristiche principali, e in particolare la prevalenza della decorazione in ceramica, sono molto simili anche in aree geografiche distanti tra loro e resteranno immutate fino ai nostri giorni.

Naturalmente la più alta manifestazione dell’arte islamica è la moschea, parola che deriva dall’arabo masjid che significa “luogo dove ci si prostra”. Dunque è la preghiera l’attività fondamentale che si pratica nella moschea. I fedeli si inginocchiano sul pavimento e pregano in direzione della Mecca, la città in cui nacque Maometto.

Il mihrab, un’apposita nicchia riccamente decorata, posta lungo la parete di fondo (chiamata qibla), ne segnala l’orientamento esatto.

L’interno della moschea ha sempre il pavimento rivestito da tappeti perché i fedeli devono entrare scalzi e inchinarsi direttamente a terra. Oltre alla sala per la preghiera la moschea ha sempre un cortile con le fontane per le abluzioni, cioè il lavaggio di alcune parti del corpo per purificarsi prima della preghiera.

Completa il complesso della moschea il minareto, un’alta torre dalla quale il muezzin, cioè la persona addetta alla chiamata dei fedeli, modula un particolare canto per indicare l’orario delle cinque preghiere quotidiane.

Esistono tre tipi di moschea. Il più antico, la moschea a sala ipostila di tipo arabo, presenta la sala della preghiera suddivisa da centinaia di colonne disposte in file trasversali (al contrario delle basiliche cristiane divise in tre o cinque navate longitudinali).

Su un lato è presente un grande cortile quadrato circondato da portici con archi. Un esempio di questo tipo di moschea è quella di Ibn Tulun al Cairo, in Egitto, costruita tra l’876 e l’879.

Il secondo tipo è la moschea con le nicchie di tipo persiano; nata in Iran tra l’XI e il XII secolo è organizzata attrono ad un cortile quadrato su cui si affacciano 4 iwan, immense nicche con decorazione della parte superiore a muqarnas (piccole concavità a stalattite disposte lungo la superficie concava).

L’iwan orientato verso la Mecca è più grande degli altri e dà accesso ad uno spazio coperto da una grande cupola. L’esempio più bello è la Moschea dello Shah ad Isfahan, in Iran, del XVII secolo.

Il terzo tipo è la moschea con cupola di tipo ottomano. Sorta in Turchia nel XIII secolo, si basa su un’unica grande cupola centrale posta sullo spazio della preghiera, circondata da tante cupole e semicupole minori che hanno lo scopo di sostenere quella più grande. Il cortile esterno è circondato da sottili minareti posti lungo il perimetro.

Un esempio di questo tipo di moschea si trova ad Istanbul, in Turchia. Si tratta della Moschea del Solimano, costruita tra il 1550 e il 1557 (gli stessi anni in cui a Roma Michelangelo lavorava alla cupola di San Pietro).

Nonostante sia il modello più tardo, questa struttura si rifà alla chiesa bizantina di Santa Sofia, costruita a Costantinopoli tra IV e VI secolo e trasformata in moschea con la conquista ottomana della città.

Le moschee, a qualsiasi modello appartengano, sono dunque luoghi dove la spiritualità prende forma. Una spiritualità diversa da quella cristiana, che richiede dunque una forma diversa.

Qui luce, silenzio, pietra e colore si fondono per creare spazi mistici e suggestivi. Tutto concorre ad esprimere un’idea di bellezza puramente astratta. Nulla deve apparire terreno e misurabile.  Geometria e decorazione devono esprimere l’incommensurabile e l’inconoscibile.

Una delle sfide più estreme per l’arte di ogni tempo.

 

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14 Risposte

  1. cristina ha detto:

    Grande come sempre. Stasera dalla bella Lucca mi hai fatto viaggiare ad occhi aperti nel territorio piu importante e ricco di storia che ha la civiltà umana. Quei luoghi fra i due fiumi Tigri ed Eufrate che hanno dato inizio alla storia di tutte le civiltà successive. Grazie. Mi sa che dopo queste immagini la voglia di partire sara’ ancora piu’ vicina. Cristina arch e prof di Arte alle medie.

  2. Cristina Saoncella ha detto:

    E’ sempre bello e interessante leggere i tuoi articoli che con le immagini, allargano i confini della conoscenza e veramente ci portano lontano nel tempo e nello spazio.

  3. gianfranco ha detto:

    Per i tuoi studenti, uno dei brani “assoluti” in letteratura, con un “coupe de theatre” alla fine. Spero non ti risulti troppo lungo per un commento a un post, ma è imperdibile. Ed è irresistibile associarlo a corollario della tua narrazione. … Lontano nel tempo e nello spazio, come scrive benissimo Cristina prima di me. L’architettura è vita, giusto Emanuela?

    “…Quando soltanto una vista mille volte più acuta di quella che può dare la natura sarebbe capace di scorgere nell’oriente del cielo la differenza iniziale che separa la notte dall’aurora, il muezzin si svegliò. Si svegliava sempre a quell’ora, con il sole, tanto che fosse estate come inverno, e non aveva bisogno di nessun artefatto per misurare il tempo, niente di più che un mutamento infinitesimale nell’oscurità della camera, il presentimento della luce appena immaginata sulla pelle della fronte, come un tenue soffio che gli sfiorasse le sopracciglia o la prima e quasi imponderabile carezza che, a quanto si sa o si crede, è arte esclusiva e segreto fino a oggi non svelato di quelle belle urì che attendono i fedeli nel paradiso di Maometto. Segreto, e insieme prodigio, se non mistero insormontabile, è la virtù che possiedono di ricrearsi la verginità appena la perdono, a quanto pare suprema beatitudine nella vita eterna, il che viene definitivamente a provare che non finiscono con questa gli affanni propri e quelli altrui, tantomeno le sofferenze immeritate. Il muezzin non aprì gli occhi. Poteva rimanere a letto ancora per un po’ di tempo, mentre il sole, molto lentamente, si avvicinava all’orizzonte della terra, ma ancora così lontano che nessun gallo della città aveva alzato la testa per scrutare i movimenti del mattino. Certo è che abbaiò un cane, senza risultato, ché gli altri dormivano forse sognando di stare abbaiando nei sogni. È un sogno, pensavano, e continuavano a dormire, circondati da un
    mondo popolato di odori senza dubbio stimolanti, ma nessuno così pressante da farli svegliare di soprassalto, L’odore inconfondibile della minaccia o della paura, per fare solo questi esempi elementari. Il muezzin si alzò a tentoni nel buio, trovò gli indumenti con cui finì di coprirsi e uscì dalla camera. La moschea era silenziosa, solo i passi incerti risuonavano sotto gli archi, piedi che si trascinavano prudenti, come se temessero di essere ingoiati dal suolo. A qualunque altra ora del giorno o della notte non provava mai questa angoscia dell’invisibile, soltanto in questo momento mattutino, quando saliva le scale del minareto per chiamare i fedeli alla prima preghiera. Per uno scrupolo superstizioso, gli si raffigurava nella fantasia la propria grave colpa per il fatto che gli abitanti stessero ancora dormendo quando il sole era già alto sul fiume e, svegliandosi di colpo, abbagliati dalla luce chiara, chiedessero gridando dov’era il muezzin che non li aveva chiamati all’ora giusta, qualcuno più caritatevole avrebbe detto, Sarà malato, ma non era vero, lui era sparito, sì, portato all’interno della terra da un genio delle tenebre più grandi. La scala, a chiocciola, era faticosa da salire, tanto più per la vecchiaia del muezzin, per fortuna non c’era bisogno che gli bendassero gli occhi come si fa alle mule dei mulini per non fargli venire le vertigini. Quando arrivò in cima, sentì sulla faccia il fresco del mattino e la vibrazione della luce all’albeggiare, ancora nessun colore, ché non può averlo quel puro chiarore che precede il giorno e sfiora la pelle con un brivido sottile, come un tocco di invisibili dita, un’impressione unica che ti fa dubitare se la screditata creazione divina in fondo non sia un ironico fatto della storia per umiliare scettici e atei. Il muezzin percorse con la mano, lentamente, il parapetto circolare fino a trovare, scolpito sulla pietra, il segno che indicava la direzione della Mecca, la città santa. Era pronto. Alcuni istanti ancora per dare tempo al sole di affacciarsi ai balconi della terra con la sua aura, e anche per schiarirsi la voce, perché la scienza declamatoria di un muezzin deve apparire evidente fin dal primo grido, è lì che si deve dimostrare, non quando la gola si è già addolcita per l’opera della parola e il conforto del cibo. Ai piedi del muezzin c’è una città, laggiù un fiume, tutto dorme ancora, ma inquieto. Il mattino comincia a muoversi sopra le case, la superficie dell’acqua si trasforma in uno specchio del cielo, e allora il muezzin inspira profondamente e grida, acutissimo, Allahu akbar, predicando ai quattro venti la superba grandezza di Dio. e ripete, come griderà e ripeterà le formule seguenti, in estatico canto, prendendo il mondo a testimone che non c’è altro Dio all’infuori di Allah, e che Maometto è il messaggero di Allah, e dopo aver detto queste verità essenziali chiama alla preghiera, Venite all’azalà, ma essendo un uomo per natura pigro, anche se credente nel potere di Colui che non dorme mai, il muezzin rimprovera affettuosamente gli altri, a cui le palpebre pesano ancora, La preghiera è meglio del sonno, As-salatu jay-run min an-nawn, per coloro che in questa lingua lo capiscono, e infine ha concluso affermando che Allah è l’unico Dio, La ilaha illa llah, ma adesso solo una volta, che è già abbastanza quando si tratta di verità definitive. La città mormora le preghiere, il sole è spuntato e illumina le terrazze, fra poco nei cortili spunteranno gli abitanti. La torre della moschea è piena di luce. Il muezzin è cieco. ”
    Josè Saramago, Storia dell’assedio di Lisbona

  4. gianfranco ha detto:

    Lascia senza fiato, vero?

  5. gianfranco ha detto:

    … a proposito di Islam e geometrie infinite: la tassellatura di Penrose
    http://www.lescienze.it/news/2012/02/06/news/schemi_quasicristalli_decorazioni_arte_islamica_antica-832425/?refresh_ce
    Sbalorditivo vero?
    Penrose è professore emerito all’istituto di matematica a Oxford ed è un gigante della fisica quantistica e cosmologia:
    http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2014-01-17/la-coscienza-e-effetto-quantistico-roger-penrose-rilancia-sua-teoria-154127.shtml?uuid=AB9RwSq&refresh_ce=1
    Ancora più sbalorditivo…

  6. gianfranco ha detto:

    Aggiungo anche questo, sempre Escher. Sembra il pavimento di una Moschea. A presto.
    https://static3.depositphotos.com/1007531/229/i/950/depositphotos_2296584-stock-photo-escher-floral.jpg

  7. Gianfranco ha detto:

    “TAMAM SHOD”
    Siamo arrivati ieri da Teheran. Cinquecento chilometri di arenili, villaggi morti, caravanserragli diroccati, forme capricciose dell’altopiano iraniano. Eravamo stanchi, eravamo eccitati. Un bagno e un buon tè nello Sha Abbas, e siamo usciti a passeggio. Giardini, viali, cupole, minareti. A Isfahan la notte è fatata, il cielo è perfetto.
    Quando siamo rientrati in albergo, sfiniti e felici, abbiamo chiacchierato finché il sonno non ci ha vinti.
    Ho sognato che al centro della prodigiosa cupola della moschea di Lotfollah era nascosto un rubino dalle virtù magiche. Colui che con discrezione si ferma esattamente sotto di essa e resta in silenzio trattenendo il respiro, riceve la visione di un tesoro nascosto e del luogo in cui si trova. La sua esistenza non può essere resa nota nè si può provare a impossessarsene perché ci si trasforma in legno e il legno in nuvola e la nuvola in pietra e la pietra si riduce in mille frantumi. Il rubino dà piacere o stupore, ma non permette che ci si arricchisca.
    Stamane siamo tornati in Meydan-e Shah. Abbiamo visitato il palazzo di Ali Qapu dagli ultimi corridoi fino al salone della musica. Mi hanno colpito le scalinate dai gradini troppo alti e incredibilmente stretti. Servivano a impedire l’irruzione di nemici a cavallo.
    Mentre Melania indugiava sulla terrazza che dà sull’antico campo di polo (la piazza più bella del mondo), non ce l’ho fatta più. Mi sono diretto alla moschea di Lotfollah, mi sono fermato sotto il centro preciso della cupola trattenendo il respiro. Una luce ocra si diffondeva in mille sfumature. Dio mio! Il tesoro era stupefacente, di incalcolabile ricchezza; era lì vicino, a portata di mano, fra le rovine di una delle antiche torri dei passeri o colombaie o case di piacere dei dintorni della città. La visione mi è stata concessa in un interminabile secondo di vertiginoso splendore.
    Sono tornato al palazzo di Ali Qapu. Abbiamo visitato la Moschea del Venerdì e attraversato l’antico ponte che ha più di trenta arcate…
    Riuscirò a finire questi appunti, o mi disperderò in frantumi di pietra?
    Roy Bartolomew
    Da “Libro di sogni”, Jorge Luis Borges

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