Se le catacombe hanno le cuccette…

Ve ne potrei raccontare a migliaia: dalle colonne rastrellate verso l’alto, al tabacchino di Bernini nella Basilica di San Pietro. Sono gli strafalcioni, i lapsus, i refusi dei miei studenti. Divertenti da impazzire, sconfortanti da morire…

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Lo so, lo so. Ho una vera fissazione con il linguaggio. Che volete farci? Trattatemi come si fa coi pazzi… non mi contraddite e datemi un’amichevole pacca sulla spalla. Fatto? Ok, allora proseguiamo.

Ecco, quando uno studente sostiene che nelle catacombe i morti venivano seppelliti nelle cuccette lungo i muri, le possibili reazioni sono tre:

  1. infuriarti perché a 16 anni non si può sconoscere il termine ‘loculo’, soprattutto perché l’hai spiegato a lezione e perché è un termine d’uso comune, non specifico della storia dell’arte;
  2. scoppiare a ridere e apprezzare la creatività dello studente e l’ardito accostamento (ma quando dovrai prendere un treno notturno d’ora in poi avrai qualche tentennamento prima di infilarti nella cuccetta!)
  3. metterti in discussione e cercare di capire cosa è andato storto

Generalmente ho tutt’e tre le reazioni. Mi arrabbio mentre mi scappa da ridere mentre mi chiedo dov’è che ho sbagliato (tralasciando il fatto, ovvio, che lo studente non abbia fatto il suo mestiere… cioè studiare!).

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I primi due anni di storia dell’arte, in effetti, sono un vero strazio dal punto di vista del lessico. Si comincia col cromlech, si passa al triglifo, si continua col catino absidale e si finisce col cleristorio… (gli altri anni, per fortuna, si campa per lo più di rendita…).

Ma se la maggior parte degli studenti non riesce a memorizzarlo non posso far finta di niente. D’accordo, il loro impegno è davvero minimo e i risultati si vedono appena devono affrontare i test universitari. Ma per non stare a piangerci addosso vediamo come affrontare la situazione.

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Il segreto, secondo me, è sempre quello di sfruttare le immense potenzialità della memoria visiva. Sia quando si presenta l’argomento e il lessico sia quando l’alunno deve affrontare lo studio a casa. Del modo di rendere visive le informazioni ho parlato a proposito della lezione efficace, del visual thinking, ma soprattutto del glossario illustrato.

La microlingua della storia dell’arte, difatti, fa riferimento soprattutto ad elementi concreti piuttosto che a concetti astratti. Per cui è molto semplice abbinare ogni termine ad una immagine di riferimento che aiuti a ricordarlo.

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Per non parlare delle attività legate al CLIL (Content and Language Integrated Learning) cioé, nel caso specifico, allo studio in inglese della storia dell’arte. In quel caso lo sforzo è duplice: ricordare il termine e il suo significato in italiano e memorizzarne la traduzione in lingua straniera.

A questo fine può essere utile ricorrere anche ad esercizi non convenzionali come il cruciverba con definizioni in inglese. In questo caso non sarà sollecitata la memoria visiva ma viene richiesto ragionamento e deduzione.

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Ad ogni modo serve a poco cercare di imparare i termini solo osservando le figure dei libri. Troppo facile dimenticare, ancora più facile confondere le parti tra loro. Occorre ridisegnare, riscrivere, insomma lavorarci con le parole!

Provate un po’ a guardare questa figura e ricordare la differenza tra il calice e il calicetto nel capitello corinzio! E vi sto trattando bene… ché questo è quello ‘normale’; pensate gli altri!

Vi voglio rassicurare: non chiedo a nessuno, nemmeno a me stessa, di imparare una nomenclatura così complessa, da addetti ai lavori.

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Ma il problema resta: senza attività legate al fare e alla visione non si può imparare nessun termine nuovo. E se non hai le parole non potrai nemmeno afferrare i concetti.

È come se le cose che non hanno un nome non esistessero proprio. Non conoscere i vocaboli non solo riduce le nostre possibilità espressive e perfino creative ma segna il destino di tante bellissime parole, ormai agonizzanti.

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“Le parole sono perle”, scrive Annamaria Testa. “E, lo dicevano le mamme e le nonne, le perle sono vive e vanno indossate, altrimenti invecchiano e diventano opache, ingialliscono, si spaccano”.

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17 Risposte

  1. anna maria casadei ha detto:

    Sono stata insegnante ed anch’io, di storia dell’arte prima e poi di arte e creatività. Ho sentito delle perle veramente geniali. La prossimo volta ne racconterò alcune.
    Cordiali saluti. Anna Maria Casadei

  2. Gabriella Speranza ha detto:

    ciao, l’articolo, al solito, l’ho trovato interessante. Il problema però è che è saltato lo schermo e ho cliccato qualcosa x sbaglio cancellando la mia iscrizione. Me la puoi ripristinare? Questi articoli mi piacciono proprio! Grazie mille e scusa per il disturbo.

  3. Gabriella Speranza ha detto:

    P S a mia volta ricordo un ” dissossare ” i campi……

  4. Serena ha detto:

    Emanuela, mi piace molto il tuo spirito. Riderci su, non ragionare sulla sterile opposizione noi/loro, reagire con delle proposte concrete: mi sembra un bel mix di ingredienti!
    Una domanda: hai mai usato ThingLink o Quizlet? Se sì, li ritieni efficaci per la tua disciplina?
    Grazie 🙂
    p.s. forse c’entra un pò come i cavoli a merenda, ma l’ultima foto mi ha portato alla memoria l’acquisto che ho fatto parecchio tempo fa su un negozio di Etsy, secondo me è geniale… https://www.etsy.com/shop/beanforest?section_id=6128401&ref=shopsection_leftnav_4

    • didatticarte ha detto:

      Grazie Serena 🙂
      Conosco i programmi che hai indicato ma non ho mai avuto modo di utilizzarli per questioni tecniche. Credo comunque che possano essere molto utili per far lavorare i ragazzi nella produzione di materiali. Quando fanno ricordano sicuramente di più!

  5. Giovanna Baldasarre ha detto:

    … Non ha attinenza con la storia dell’arte, però è una suggestione che mi è subito venuta in mente leggendo il post. Questi giorni ho letto un libro illustrato bello e originale della Marcos y Marcos: “Lost in translation”. Parole di altre per esprimere emozioni, visioni e dettagli assolutamente intraducibili. La parola come grimaldello per scoprire il mondo. A scuola servirebbero molti più laboratori con le parole, facendo leva sul fatto che i ragazzi stessi oggi, con i social e i telefonini, fanno costantemente uso di parole per comunicare.
    Grazie come sempre 🙂

    • didatticarte ha detto:

      Grazie per il contributo, Giovanna. Sto tentando di creare a scuola un laboratorio di informatica e arte proprio per poter lavorare in modo non convenzionale sulle parole e sulle immagini.

  6. Angela Mirto ha detto:

    Come sempre essenziale e ricco di spunti il tuo intervento, ironica ed appassionata tu. Ho provato in questi giorni nelle terze con l’apprendimento cooperativo a fare delle squadre che disegnassero delle carte da gioco con parti dei templi greci da un lato e il nome corrispondente dall’altro- Il gioco di squadra consisteva nell’ indovinare i nomi guardando il disegnino. Devo ancora vedere se alla fine i termini rimarranno più impressi… Quanto meno l’ora è passata velocemente 🙂

  7. Angela Pisano ha detto:

    La correttezza dei vocaboli e delle informazioni trasmesse è un problema che attanaglia anche noi insegnanti di lettere e storia: i capponi di Renzo diventati cappotti o “cippoli” (???), gli Emigrati Arabi che producono petrolio mentre i sumeri scrivono con gli istogrammi…lapsus o suggerimenti giunti deformati all’orecchio del malcapitato? Ogni tanto ci si diverte!

  8. Alesatoredivirgole ha detto:

    Utilizza un gioco di ruolo: all’inizio di ogni settimana assegna a ciascuno dei tuoi studenti un “nome” ed il relativo “segno grafico”, l’appello suonerà così:
    abaco … “presente…”,
    calice … “presente…”,
    elice … “presente…”,
    voluta … “presente…”,
    e via dicendo.
    Al termine della settimana crea alcuni gruppi di lavoro, ciascuno studente realizzerà il proprio segno grafico (coerente con gli altri) in modo da ottenere un insieme unico.
    Forse non ne uscirà un capolavoro, ma almeno qualche nome potrebbe rimanere 😉

  9. valentina casarotto ha detto:

    Per far imparare l’ordine dorico ho fornito a ciascuno studente una scheda da colorare (come alle medie… dicono loro) ma con un sistema cromatico prestabilito. Crepidoma nero, architrave rosso, acroterio azzurro. Si sono divertiti come matti. Abbinare i colori ai termini specifici aiuta… ma non ci salva del tutto. Grazie Emanuela per i tuoi post 😉

  10. gabriella salvato ha detto:

    In perfetta sintonia, professionale e operativa.sono molto compiaciuta e confortata per il mio lavoro.grazie

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