L’arte di spiegare l’arte

S-piegare: togliere le pieghe. È questo il senso che mi piace dare a questo verbo.

Quando s-piego in classe un movimento artistico, la poetica di un autore, il significato di un’opera, quello che faccio è cercare di spianare le increspature, di lisciare la superficie perché possa essere osservata e compresa da chi ascolta.

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Ma come funziona questa storia delle pieghe? Cioè: quali sarebbero le pieghe in un argomento di storia dell’arte?

In verità sono proprio tante, forse più delle parti lisce! All’inizio ogni argomento si presenta talmente increspato e incomprensibile da apparire come un foglio di carta appallottolato!

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La “piega” più subdola, quella che non si schiaccia neanche con il ferro da stiro, è quella del linguaggio.

Spesso credo di utilizzare termini condivisi e comprensibili. Poi mi rendo conto che, in tanti casi, i miei studenti non afferrano il significato delle parole che caratterizzano l’argomento che stiamo trattando. E spesso non sono parole particolarmente complesse: si capisce cosa significano letteralmente ma non il loro senso più profondo.

Mi è capitato parlando dell’arte barocca e definendola “teatrale” e “scenografica“. Mi sono resa conto che molti studenti, non essendo mai stati a teatro, non capiscono l’accezione con cui utilizzo il termine scenografico perché non sanno con precisione cosa sia una scenografia!

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Per tentare di spianare questa grossa increspatura ho preso l’abitudine di interrompermi ad ogni parola-chiave che pronuncio e chiederne subito il significato ai miei studenti.

Se capisco che si tratta di qualcosa di oscuro allora proviamo a scavare in profondità, cerchiamo l’etimologia, la scriviamo alla lavagna perché venga visualizzata e cerchiamo delle immagini di riferimento.

Come ho già spiegato in altri articoli, il potenziale comunicativo delle immagini è molto più immediato e potente di quello delle parole. Le parole, però, sono più precise, più raffinate. Dunque dobbiamo usare sempre un doppio canale verbale-visivo.

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Per alcuni concetti è molto utile presentarli insieme al loro opposto (ne ho parlato in un apposito post) perché di ogni cosa non abbiamo mai una definizione assoluta, ma relativa ad un confronto con ciò che è contrario. Insomma: se diciamo che una persona è alta è perché conosciamo persone basse…

Se dico che un volto è espressivo potrebbe non essere chiaro cosa intendo fin quando non lo confronto con uno del tutto inespressivo…

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Una volta compresi i singoli concetti restano da spianare altre pieghe: quelle dello spazio e del tempo. Sì perché l’arte è un prodotto strettamente connesso con le coordinate geografiche e storiche in cui nasce. E fin quando non agganciamo i fenomeni artistici al loro contesto restano eventi inspiegabili e misteriosi.

Ecco, allora, che la spiegazione della situazione spazio-temporale in cui nasce l’opera serve a darle un senso molto più profondo. È un po’ quello che ho fatto nell’analisi dei Coniugi Arnolfini.

Senza questo passaggio le opere vengono percepite in maniera molto parziale, quasi esclusivamente visuale, si trasformano in feticci idolatrati oltre misura quando bisognerebbe “relativizzarli” un po’.

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Collocare nello spazio e nel tempo significa anche riuscire a passare dal particolare al generale e viceversa. Questo può consentire agli studenti, non solo di spianare un bel po’ di pieghe, ma anche di cucire tra di loro tessuti diversi… collegare, dunque, la storia dell’arte alla filosofia, alla letteratura, al pensiero scientifico e all’evoluzione tecnologica etc. etc.

Per comprendere meglio le opere di Caspar David Friedrich, ad esempio, si può allargare il discorso allo spirito del Romanticismo e al senso della natura attraverso la lettura dell’Infinito di Giacomo Leopardi (scritto nel 1819, lo stesso anno del “Viandante sul mare di nebbia“!) o di Frankenstein di Mary Shelley.

E da Frankenstein si può passare agli esperimenti sul galvanismo, alle ricerche sull’energia e alla prima Rivoluzione Industriale… insomma non si spiana un solo tessuto ma si monta un intero patchwork di stoffe diverse strettamente cucite insieme!

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La spiegazione ideale dovrebbe cercare confronti con la contemporaneità, dovrebbe ricondurre ad esperienze artistiche attuali per ritrovare un soggetto, un tema, un significato che si è mantenuto nel tempo pur assumendo connotazioni diverse in ogni epoca.

Questo passaggio, oltre a mostrare l’attualità (almeno a livello metaforico) di tante opere del passato, resta molto più impresso nella memoria visiva dello studente. Si tratta, infatti, di immagini più familiari come linguaggio e come tecnica, dunque più comprensibili ed efficaci.

Per questo, nei percorsi iconografici che propongo agli studenti, finisco sempre con i linguaggi più recenti (fumetti, collage, pubblicità etc.). L’ho fatto, ad esempio, parlando di Marat, di Icaro, di Medusa, della Torre di Babele, dell’Albero della vita e delle Tre Grazie.

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Ma la spiegazione non è solo quella che faccio io agli studenti. Se hanno capito i punti salienti (e se hanno studiato almeno un po’…) dovrebbero essere a loro volta in grado di s-piegare.

E come si fa a capirlo? “Spiegalo a nonna!” è il mio suggerimento. Se l’hai capito davvero, devi essere in grado di spiegarlo a chi non sa nulla di quell’argomento (magari nonna invece lo sa ma, come ogni nonna che si rispetti, ha la pazienza di ascoltarti…).

E se proprio non ci si riesce a spiegare, poco male! Ci sono artisti che con le pieghe riescono a fare veri capolavori.

 

Riuscire a spiegare, però, è un’esperienza doppiamente appagante. Perché togliere le pieghe è bello, ma è ancora più bello s-piegare le vele al vento e viaggiare verso nuovi orizzonti!

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23 Risposte

  1. france ha detto:

    meraviglia!!!! Grazie

  2. Rosanna ha detto:

    Molto interessante e “stuzzicante”…

  3. marco ha detto:

    Un dono, una vocazione, quello di questa s-piegatrice di percorsi complessi e articolati, che ci regala ogni volta.
    Rimangono tuttavia, delle pieghe che non possono essere dis-piegate, risiedono nella parte più intima e profonda dell’anima dell’artista.
    Alla prossima

  4. Emma ha detto:

    Molto bella l’idea dello s-piegare e anche tutte le immagini e il video che hai inserito. Constato con piacere che per vie diverse chi ama insegnare arriva alle stesse grandi linee di impostazione: io la chiamo collocazione spazio-temporale, ma è la stessa fola ed anche io mi fermo a spiegare le parole e a ricercarne l’etimologia. Alle parole e anche ai caratteri associo sempre immagini poichè dentro le parole ci stanno infinite immagini. Evidenzio il contesto tecnologico e suggerisco legami ed interdipendenze così come per il contesto storico, politico, etc. Aggiungo anche che degli strumenti a disposizione amo fare un uso armonico senza prevaricazioni, anzi sì, ho un debole per la vecchia lavagna con gessetti, però uso spesso, anche insieme, la lavagna multimediale. Quando posso aggiungo suoni e mi muovo tanto nello spazio dando luogo ogni volta a eventi diversi. Mi piace molto improvvisare e mi baso su tutto ciò che accade. E’ teatro! Sono sempre entusiasta quando spiego e non faccio niente per nasconderlo anzi spesso invio baci per manifestare il mio amore verso un artista o un’opera. Non capisco perchè dovrei fare la “seria” e dovrei vergognarmi di amare e dunque me ne frego. Con i ragazzi mi sento finalmente libera. Riguardo alla tua indicazione nonnesca sei veramente geniale. Questa è una citazione di Einstein a cui ricorro con una certa frequenza e senti un pò cosa dice: “Non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna.”
    Baci cari.

  5. Salvatore Bonincontro ha detto:

    Il tuo post non fa una piega! Ancora una volta dimostri che sei un vero stiratore scelto.
    È vero, il nostro mestiere dovrebbe consistere nello s-piegare ciò che sta ripiegato, tra le cose o tra le pagine, ciò che è involuto, nascosto, nel mondo naturale e in quello da noi artefatto. Ma come fare quando i nostri ragazzi non vedono più che il mondo è così stropicciato e quando, anche ad accorgersene, non sentono il fastidio delle pieghe?
    Così, sempre più spesso ci troviamo costretti per poter s-piegare a dover prima spiegazzare ciò che ai nostri alunni sembra perfettamente liscio (siamo un po’ Totò: vitto, alloggio e… stiratura; senza le prime non si riesce a fornire la stiratura!).
    Per questo mi sento un po’ come l’artista del video; durante le lezioni mi invento quadri di pieghe, stropiccio le cose, le parole, i concetti, perché i miei studenti possano intravvedere qualcosa degno d’esser guardato, attenzionato, per poi fargli vedere com’è fatto o come, spostando qualche piega, si possa cogliere un’altra immagine. Ma poi, proprio perché non riusciamo ad essere artisti, capisco che quel doppio gesto (piegare per poi spianare, appallottolare per poter stendere, com-plicare per riuscire ad ex-plicare) agli occhi dei ragazzi assume la tipica forma della nevrosi, quella della casalinga che si ostina a veder dappertutto disordine per avere occasione di ordinare compulsivamente.
    Il bello poi è che quando proviamo a capire cosa siamo riusciti a fare, i nostri alunni ci dimostrano di aver capito che s-piegare qualcosa consista nello stiracchiare quattro contenuti, quasi fossero le punte di un lenzuolo che tiri appena, quanto basta per poterci dormire su (o sotto), se non te l’hanno già dimostrato prima della verifica, quando durante la tua bella spiegazione li hai visti stiracchiarsi e senza fare una piega!
    Per fortuna, però, e qui lo stiratore scelto che è in te colpisce ancora nel segno, per fortuna che ad ogni avvio d’anno prima di tuffarci nella routine delle nostre spiegazioni troviamo la forza di spiegare le vele per riprendere la nostra (solitaria?) navigazione, sapendo che nel mare alto ci sarà sempre la voce amica d’una collega che dalla sua imbarcazione ci spiega la rotta che dobbiamo tenere.
    Grazie Emanuela.

  6. Marco Minella ha detto:

    Congratulazioni per il lavoro e per il post.
    Ho inserito il link nel sito del comitato genitori della nostra scuola e mi sono permesso di allegare un ritaglio del suo header per suscitare più interesse per il post. Se non le è gradito, lo tolgo.

  7. Marta Saluzzi ha detto:

    Ti ringrazio le spiegazione,una pagina molto interesante per noi chi amiammo l’arte

  8. Giampiero ha detto:

    Bellissimo. S-piegare come dipanare, appianare, sciogliere….. trovo analogie nella cross-examination giudiziaria e nella teoria della discussione.
    Ma l’idea di s-piegare applicata all’arte ha un fascino speciale……

  9. ADRIANA TROISIO ha detto:

    Bellissimo! l’ho b e v u t o 2 volte per appagare per un po’ la mia sete d’arte…purtroppo non ho avuto la fortuna di poterla studiare ma a 64 anni, in pensione e nonna sto cercando di colmare queste lacune grazie a Facebook, a Lei e a tutte le persone che collaborano. GRAZIE A TUTTI!!!!!

  10. Giulia ha detto:

    L’arte di illuminare la mente altrui, quando vi regna il buio dell’incomprensione, è un dono, soltanto i migliori insegnanti ci riescono, sono certa i suoi studenti siano molto felici di averla come guida. Sono una studentessa (universitaria oramai) di storia dell’arte anch’io, e l’obbiettivo fondamentale che mi muove, sollecitato da una infinita passione, è quello della condivisione e della trasmissione, due principi urgenti in questo ambito.
    L’essere umano vive nell’arte, molto più di quanto oggi molti, purtroppo, siano in grado di comprendere, ma fortunatamente esistono blog come questi, ed insegnanti come lei, per me un modello, un ideale a cui aspirare.
    Complimenti per gli articoli e tutto il resto!

  11. Elisa ha detto:

    Di solito ai miei studenti dico “spiegatelo ad un bambino piccolo!”…in effetti la nonna potrebbe aver più pazienza!? Grazie, i tuoi articoli mi danno sempre nuovi spunti di riflessione e di azione!

  1. 22 giugno 2016

    […] noi le usiamo. E lo facciamo perché, in fin dei conti, sono utili. Ci aiutano ad “inquadrare” un sentire artistico proprio di un periodo. Ci servono a distinguerlo da ciò che lo ha […]

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