Perché prendersela con l’arte?

Demolire antiche architetture, fare a pezzi statue e sculture, cancellare le testimonianze del passato. Fatti tristemente attuali ma non nuovi nella storia dell’arte.

Le motivazioni, però, non sono così semplici come appare: possono essere di tipo ideologico (distruggere l’arte e l’architettura del nemico per annientare la sua storia e la sua identità), di tipo religioso (evitare lo sviluppo dell’idolatria eliminando reliquie ed effigi capaci di suscitare il fanatismo dei fedeli) o di tipo politico (abbattere statue e raffigurazioni legati ad una dittatura per liberarsi dall’eredità del passato).

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Ma ci sono anche ragioni di tipo trionfalistico (sottrarre all’avversario elementi architettonici o sculture per esibirle in segno di vittoria), di tipo utilitaristico (considerare gli edifici del passato come cava di materiale già lavorato per realizzare le proprie architetture) o di tipo pragmatico (radere al suolo un palazzo o un quartiere storico per realizzare nuovi progetti urbanistici).

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Tutto ebbe inizio con il vitello d’oro, un idolo che gli ebrei, in assenza di Mosè, avrebbero adorato al posto del loro Dio. Dopo essere sceso dal monte Sinai con le tavole della legge, il patriarca Mosè ne avrebbe, quindi, ordinato la distruzione.

Questo mito narrato nel libro dell’Esodo è legato al primo comandamento che, dopo il noto inizio, intima “[…] non ti farai idoloimmagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai“.

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Sembrerebbe esserci una contraddizione con l’abbondante produzione cristiana di immagini sacre. E in effetti fino al secondo Concilio di Nicea (787) la questione era ancora controversa (da un lato con l’arte paleocristiana si iniziò a delineare l’iconografia sacra, dall’altro si temevano ritorni di idolatria pagana) .

Ma ciò che venne stabilito, e cioè che “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” dà finalmente il via libera alle rappresentazioni delle figure sacre e ne sottintende il valore simbolico e anagogico. Con il Concilio si cercò anche di chiudere la lunga parentesi dell’Iconoclastia, la distruzione deliberata delle immagini religiose da parte degli imperatori bizantini durante l’VIII e il IX secolo.

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La raffigurazione delle immagini sacre era negata anche dal nascente Islam, sebbene nel Corano non fosse presente un divieto assoluto ma solo la condanna dell’idolatria.

Per questo motivo l’arte islamica, nonostante un’abbondante produzione figurativa soprattutto nelle miniature medievali, è tendenzialmente aniconica, cioè priva di immagini naturalistiche e basata su schemi geometrici e decori calligrafici o fitomorfi.

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Il rapporto controverso con i manufatti artistici, in ogni caso, ha sempre avuto forti valenze politiche sia quando si è trattato di distruggere icone sacre che quando è stato depredato il patrimonio altrui.

E tra i primi a praticare il saccheggio in larga scala ci sono stati i Romani che, dalle provincie che conquistavano, portavano in patria schiavi ma anche manufatti di ogni genere: dagli obelischi razziati in Egitto (ce ne sono ancora 18 a Roma!) alle statue prelevate in Grecia.

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I Romani però non hanno distrutto quegli oggetti, anzi, li hanno posizionati nelle migliori collocazioni urbane restandone profondamente affascinati e infine anche influenzati, cosa che Orazio descrisse efficacemente con la celebre frase Graecia capta ferum victorem cepit (la Grecia conquistata, conquistò il rozzo vincitore).

Un’altra lunga tradizione inaugurata dai Romani fu lo spoglio, il reimpiego, cioè, di elementi prelevati in edifici più antichi come materiale da costruzione semilavorato. Comodo avere colonne, statue e rilievi già pronti invece che doverli fare da zero! È così che è fatto l’arco di Costantino: un assemblaggio di pezzi del passato prelevati da monumenti di cui non c’è più traccia.

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Nella successiva epoca paleocristiana (IV-VI sec.) i manufatti di età romana subirono sorti opposte: i templi pagani furono spesso riconvertiti in chiese; le statue bronzee degli imperatori, invece, vennero fuse in una lunga catena di episodi di distruzione.

E se oggi possiamo ancora ammirare uno splendido Marco Aurelio a cavallo è solo perché i Cristiani lo scambiarono per Costantino, primo imperatore convertito al cristianesimo, e lo risparmiarono.

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Con il Medioevo l’antica usanza romana della damnatio memoriae (la cancellazione di ogni ricordo della persona scomparsa che subiva tale condanna) cominciò ad essere applicata in larga scala cercando di eliminare fisicamente ogni traccia delle civiltà precedenti.

Vennero cancellati così Teodorico e il suo seguito (re ostrogoto vicino all’Arianesimo) dai mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna (ma si vedono ancora alcune mani sulle colonne del palazzo e delle ombre chiare dietro le tende apposte in un secondo momento).

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Ben più pesante fu quello che avvenne nella Palermo musulmana dell’XI secolo (gli Arabi avevano conquistato la Sicilia fin dall’827) con l’arrivo dei conquistatori normanni. Re Ruggero d’Altavilla, per ottenere l’appoggio della Chiesa, rase al suolo tutte le moschee secondo gli accordi presi con il papato. Si narra di ben 300 moschee distrutte in una sola notte, nel 1072.

Per la verità il regno normanno in Sicilia è ricordato per la tolleranza religiosa e per la mirabile contaminazione artistica tra la cultura nord-europea, quella bizantina e quella islamica (chiese come la Cappella Palatina sono tra i più alti esempi di questo sincretismo). Tuttavia delle splendide moschee palermitane (e di tutte le altre sparse per la Sicilia) è stata fatta tabula rasa. Restano pochi frammenti nei musei e una colonna posta, quasi a sberleffo, proprio nel portico d’ingresso della cattedrale normanna di Palermo.

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Nel 1204 i Crociati cristiani devastano Costantinopoli distruggendo statue bronzee risalenti a mille anni prima. I commentatori dell’epoca narrano scene strazianti di ferocia inaudita contro le antiche vestigia romane nonché la distruzione totale dell’antica Biblioteca bizantina (una perdita gravissima dopo quella della Biblioteca d’Alessandria distrutta nell’alto Medioevo).

Si salvarono solo quattro cavalli bronzei dell’ippodromo perché vennero portati a Venezia come trofeo di guerra (sono quelli che adornano ancora la Basilica di San Marco).

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Sono gli stessi secoli in cui le chiese di ogni parte d’Italia vengono realizzate smontando pezzi dai templi classici. Basta entrare in un qualsiasi basilica medievale per accorgersi che spesso le colonne di spoglio hanno fusti o capitelli tutti diversi!

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Nel XVI secolo saranno i Protestanti – in particolare i Calvinisti – a riprendere la tradizione iconoclasta in base ad una lettura molto rigida del primo comandamento e contro ogni forma di lusso e di idolatria della Chiesa.

Nel 1566 distrussero, così, dipinti, miniature, arredi sacri, sculture e persino interi edifici di culto.

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Meno di cento anni dopo ci penserà la cattolicissima Chiesa romana a dare un bel colpo di grazia all’arte classica. Papa Urbano VIII Barberini fece asportare tutte le decorazioni bronzee del Pantheon per la realizzazione del baldacchino di San Pietro e fece smontare quasi metà del perimetro esterno del Colosseo per realizzare il palazzo di famiglia.

“Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, si disse in quei tempi a Roma: ciò che non avevano fatto i barbari l’avevano fatto i Barberini…

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È vero: sia il baldacchino di Bernini che palazzo Barberini sono due gioielli dell’arte seicentesca ma il loro prezzo è stato davvero alto! Forse è nel corso delle cose che il nuovo debba fagocitare il vecchio…

Eppure non dobbiamo immaginare i papi e i principi delle epoche passate come rozzi e ignoranti. Il fatto è che non esisteva ancora il concetto di bene culturale, di patrimonio, di testimonianza artistica da tutelare.

Ed è con questa nonchalance che a fine Settecento la cattedrale di Palermo (rieccola!) subisce, quasi per contrappasso, la distruzione di tutto ciò che rimaneva dell’interno originario (che doveva essere simile a quello del coevo Duomo di Monreale) dopo l’asportazione dei mosaici avvenuta due secoli prima e la realizzazione di una cupola del tutto estranea all’architettura normanna.

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Negli stessi anni, intanto, il pensiero illuminista stava preparando le basi per una concezione diversa dell’arte. Si cominciò a guardare ai monumenti e ai manufatti artistici come ad oggetti capaci di elevare il popolo e di costituirne la base identitaria e culturale. È così che nel Settecento, a Parigi, nacque il Louvre, uno dei primi musei pensati proprio per educare al bello e diffondere l’arte anche tra i ceti più bassi.

Eppure, proprio quando si inaugurava il Louvre, alla fine del XVIII sec., i rivoluzionari francesi si macchiarono di uno dei più drammatici delitti nel campo dell’arte. Resi ciechi dalla furia anticlericale e vittime di un tragico malinteso distrussero chiese gotiche, apparati scultorei (inclusi quelli di Notre-Dame di Parigi) e interi monasteri.

Tra le altre si perse per sempre l’antichissima abbazia di Cluny, gioiello medievale di immenso valore storico-artistico di cui oggi resta solo una solitaria porzione dell’ala destra del transetto.

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Nell’Ottocento, a parte gli interventi “fantasiosi” su edifici storici di cui ho già parlato, le città europee subiscono grandi cambiamenti.

Parigi, secondo il piano urbanistico del Barone Haussmann (che si autodefinì “artiste démolisseur”), viene letteralmente sventrata per creare i grandi boulevard. Vengono demoliti antichi quartieri medievali (che in gran parte, tuttavia, erano in condizioni fatiscenti e malsane) modificando per sempre il volto della città.

È stato un bene? È stato un male? Non so rispondere.

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Negli anni del Fascismo Roma subì una sorta simile: Mussolini col suo piccone fece radere al suolo antichi quartieri incluso il Borgo Nuovo, un’area interposta tra San Pietro e il Tevere. Al suo posto venne aperta nel 1937 la via della Conciliazione, un solenne stradone che ha rovinato per sempre la teatralità barocca della piazza di Bernini svelandola già a distanza invece di lasciarla scoprire solo dopo aver percorso un dedalo di vicoli.

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Esattamente nello stesso anno Hitler inaugurava a Monaco di Baviera  la mostra dell’ “Arte degenerata“: una raccolta di 650 capolavori delle Avanguardie (soprattutto opere espressioniste) esposti con intento denigratorio. E in mezzo c’erano tutti: da Chagall a Dix, da Itten a Kandinsky, da Klee a Mondrian e persino Van Gogh.

Due anni dopo a Berlino vennero messi al rogo quasi 5.000 tra dipinti, disegni e acquerelli. Lo scopo, però, non era realmente ideologico: si trattava, infatti, di una sorta di ricatto verso i musei stranieri per far lievitare il prezzo delle opere. In effetti i Nazisti, al di là della retorica di regime, conoscevano bene il valore dell’arte “degenerata”, tant’è vero che due anni fa sono state ritrovate oltre 1500 tele accuratamente nascoste dal Reich proprio per essere vendute.

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E poi si arriva ai nostri giorni, ai gesti mediatici fatti più per provocare e suscitare l’indignazione internazionale che per motivi puramente religiosi: parlo della distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani, e delle recenti devastazioni di manufatti dell’arte mesopotamica in Iraq da parte dei terroristi dell’ISIS.

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Paradossalmente questi individui sembrano aver compreso il senso dell’arte più di tanti occidentali, il suo ruolo educativo, il suo senso simbolico, il suo essere espressione di libertà.

E hanno mirato a colpo sicuro su qualcosa che è considerato, oggi, prezioso e insostituibile. Perché le stragi nel tempo si dimenticano, ma distruggere il patrimonio di un popolo (anche se alcune statue erano delle copie) significa privarlo per sempre della cultura in cui affonda le sue radici e la sua identità.

Accanto a questi gesti eclatanti, però, ci sono quelli più quotidiani (ma non per questo meno gravi) come la trasformazione di una fontana barocca in pattumiera o l’incisione di nomi e frasi sui monumenti. Gesti che dimostrano disprezzo verso l’arte, atteggiamento che nasce fondamentalmente dall’ignoranza. E qui torna prepotentemente il tema dello studio della storia dell’arte… ma ne abbiamo già parlato.

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A volte la colpa è di squilibrati come il famoso László Tóth, il tizio che nel 1972 prese a martellate la Pietà di Michelangelo al grido “Cristo è risorto! Io sono il Cristo!”.

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E infine ci si mettono pure gli artisti che, per protestare contro l’abbandono o la mercificazione dell’arte, la danneggiano o la distruggono volontariamente.

Il caso più eclatante è quello di un vaso della dinastia Han che il cinese Ai Wei Wei ha lasciato cadere a terra o la decorazione a colori vivaci fatta dallo stesso artista su vasi risalenti a 2000 anni fa. Gesti che mi lasciano davvero perplessa…

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Naturalmente non penso che un atteggiamento reverenziale e feticistico verso l’arte sia la soluzione giusta. Perché non aiuta a comprenderne appieno la sostanza e perché tende a creare dei modelli irrinunciabili che non permettono di apprezzare forme espressive diverse e nuove.

Comprendere e tutelare il patrimonio, invece, deve diventare un comportamento diffuso, collettivo e quotidiano. L’attenzione verso l’arte non deve scattare solo davanti ad un video eclatante o alla cronaca di atti di vandalismo.

Perché come diceva Peppino Impastato nel film I cento passi: “e allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte ‘ste fesserie … bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla. Capisci?”.

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41 Risposte

  1. Chiara ha detto:

    Molto bello questo articolo! Trovo il tuo blog interessante, ricco di informazioni utili e incredibilmente coinvolgente!

  2. Tommaso ha detto:

    Tra i più belli che ho avuto il piacere di leggere. E la citazione in calce è magnifica.
    Grazie

  3. Elena ha detto:

    Meraviglioso, come sempre.

  4. Gabriella Speranza ha detto:

    Articolo molto interessante , con parecchie immagini che non conoscevo, bravi!

  5. Laura Cottini ha detto:

    Articolo molto interessante, come sempre grazie a didatticarte !

  6. Luca ha detto:

    complimenti per questo articolo, per tanti altri, e per il sito intero, risorsa preziosa ed irrinunciabile anche per me, che di arte, sono un precario non abilitato 🙂

  7. Salvatore Bonincontro ha detto:

    Perché prendersela con noi? (noi siamo i tuoi lettori)
    In poche righe ti sei divertita a distruggere tutto ciò che credevamo di custodire ed hai operato con nonchalance la nostra damnatio memoriae (di ciò che credevamo giusto ricordare). Con due semplici picconate mi hai rovinato l’Illuminismo, che insegno essere l’atteggiamento razionalista e composto su cui fondiamo la nostra evoluta civiltà: ed ora dovrò ricordare ai miei alunni che sono stati loro a fare dell’arte lo strumento che educa i popoli e sempre loro, che predicavano il progresso dell’umana razza, a scagliarsi furiosi come orde di barbari contro le testimonianze più nobili della civiltà.
    Perché voi prof amate rompere e distruggere le poche certezze che uno c’ha?
    Ora, in mezzo a queste macerie, dovrò fare i conti con i Romani falsari e riciclatori, con un Ottocento romantico e poetico che progetta boulevard razionalisti sulle rovine del tanto amato medioevo, un Hitler benefattore dell’umanità, custode e salvatore di migliaia di opere d’arte ri-generate, una Palermo arabo-normanna senza arabo (come la pizza margherita senza mozzarella) e via distruggendo. E, visto che mi ci trovo in mezzo, mi costringi pure a doverle ripetere ai miei alunni queste cose.
    Sono gesti i tuoi di quotidiano disprezzo dell’ignoranza, un atteggiamento ignoroclasta!
    E allora, anziché scrivere tutte ste’ fesserie, come dice quel tuo amico, bisognerebbe che ti ricordassi di noi che siamo gente e prof comuni, con una nostra bellezza anch’essa a suo modo da difendere. Ma, a pensarci bene, non è un caso che tu, come molti altri prof, lavori per una delle tante cellule ISIS che il Ministero della Distruzione ha sparso per il nostro territorio; ora ho capito: sei una di quelle che è stata addestrata e finanziata per fare blog, questo moderno terrorismo invasato e ciecamente convinto che la bellezza istruirà il mondo.

  8. Salvatore Bonincontro ha detto:

    Il tuo è un gioco sporco, da vera terrorista. Tu entri in aula per insegnare la bellezza, io sto li a ricordare l’amarezza (dell’essere che è, e null’altro può essere e dell’umanità che non c’è, e mai riesce ad essere).

  9. Salvatore Bonincontro ha detto:

    Stasera ancora picconate al cuore. Di nuovo la ferocia dell’uomo contro le “creature” dell’uomo. Irredimibile barbarie ora vive nella medesima culla dove nacque la civiltà… L’umanità dell’uomo è forse tutta qui: la condanna a permanere in una culla, in un eterno stadio infantile, crudele e geniale insieme proprio perché mai consapevole di sé.

  10. rita frattolillo ha detto:

    non capisco tanta acrimonia in questo Salvatore: l’autrice non ha fatto altro che mettere in fila, cronologicamente, il percorso del patrimonio artistico e monumentale così come è stato considerato, utilizzato – e ahinoi rovinato e distrutto – nelle varie epoche, fino ad arrivare agli ultimi misfatti del’Is. Tutti dovremmo inorridire davanti ai misfatti perpetrati dall’ignoranza operante e distruttrice!

  11. Diego Totis ha detto:

    Magnifico articolo e, caso raro per internet, è un piacere leggere i commenti fatti da persone intelligenti e sensibili.
    Complimenti.

  12. maurizio gades ha detto:

    Ma quando si parla di distruggere intere città oppure nel sopracitato articolo abbattere 300 moschee in una notte quando non esistevano ancora i cannoni cosa si intende? come facevano a distruggere pietre? a martellate? non capisco

    • didatticarte ha detto:

      Si parla di eserciti interi che ci danno giù con mazze e spranghe sugli edifici (precedenti all’invenzione del cemento armato).
      Le pietre non vengono distrutte ma i muri sì.

  13. Rosa María Martins ha detto:

    Desde este lejano Montevideo, Uruguay, Sud América, recibe mi ¡GRACIAS! por tan maravillosos artículos que me hacen ver en profundidad obras de arte que he tenido la posibilidad de admirar. También he podido compartir pensamientos y sentimientos en cuanto a lo que, en las distintas épocas de la historia, el hombre ha realizado con respecto a quienes los han precedido, a quienes no comparten sus mismas ideas filosóficas, políticas o religiosas, en fin la falta de comprensión y amistad entre las gentes que si existieran evitarían tantas guerras y sufrimientos. Perdón por expresarme en español, si bien leo el italiano no lo escribo ni lo hablo correctamente.

  14. Alberto ha detto:

    Leggendo questo articolo, mi è venuto in mente un libro di Paul Zanker che ho letto qualche anno fa: Augusto e il potere delle immagini. In cui si parla di come Ottaviano Augusto abbia usato la scultura, l’architettura e altre forme d’arte per la sua propaganda politica. Ma immagino che il potere abbia usato l’arte spesso per corrompere le menti del popolo. Allora più che adesso si trattava di menti semplici, poco edotte riguardo le trame di chi governava. Al punto di credere re e imperatori direttamente imparentati con gli dei. Ma questi potenti avevano capito quanto l’arte è capace di muovere gli animi, di lavorare dal di dentro, in modo spesso inconscio. Penso anche all’episodio biblico, credo che la Chiesa abbia frainteso (non so quanto volutamente) il concetto di “non farsi immagine di Dio”, finchè non ha deciso di usare le immagini dei santi per la propria propaganda. In realtà l’arcano riguardo alle immagini sacre viene svelato nel libro della Sapienza al capitolo 13. Non lo metto tutto ma solo una frase, vale comunque la pena leggerlo tutto. “Infelici sono coloro le cui speranze sono in cose morte e che chiamarono dei i lavori di mani d’uomo “ Questo passaggio richiama al vitello d’oro di Mosè, e fa capire in maniera più efficace il perchè inizialmente le religioni erano restie al culto dell’immagine. Oggi per noi è più normale pensare che un oggetto inanimato non può farci la grazia di vincere al superenalotto…anche se in alcune regioni del Sud c’è chi ancora ci crede…:-D

    • didatticarte ha detto:

      Grazie per questo approfondimento così calzante 🙂
      Essendo del profondo sud ma avendo anche viaggiato molto posso affermare tranquillamente che certi atteggiamenti superstiziosi legati al potere di talismani o di immagini sacre non hanno appartenenza geografica (vedi le reliquie sparse per il mondo o i tanti santuari dove cercare guarigioni miracolose).

      • Alberto ha detto:

        Certo, credo che una buona dose di “mistero” persista ancora perchè la scienza non ci ha fornito le risposte a tutto. E forse è anche un bene… le persone che hanno le risposte ad ogni domanda di solito risultano un pochettino antipatiche 😀

  15. antonella chiaromonte ha detto:

    complimenti per il tuo splendido sito…a volte mi domando quando trovi il tempo di creare tutto ciò …ti ammiro per questo!

  16. angela botta ha detto:

    Sono incantata dalle tue splendide lezioni d’arte e umanamente arricchita…anche grazie ai commenti di menti e cuori intelligenti. Grazie grazie grazie ! Angela ps. Che grande fortuna averti scoperta

  17. Mirella Ventrone ha detto:

    e pensare che per la legge italiana (o dovrei dire dei ministri italiani) l’arte è una materia inutile da studiare nelle scuole

  18. maurizia onofri ha detto:

    Sembrava impossibile, ma ci sei riuscita: ti sei superata… 🙂

  19. Camillo Nardini ha detto:

    Emanuela. Non la conoscevo (sarà grave?). Nunc novi. In latino, per legare passato a presente, come solo sa fare questo verbo. Da sempre. Da ora in poi la seguirò con interesse. Molto. Un caro saluto. Camillo Nardini

  20. Patrizia Chioccon ha detto:

    I cavalli che adornano la basilica di San Marco a Venezia sono copie, gli originali da anni sono custoditi dentro perché avevano cominciato a deteriorarsi

  1. 1 aprile 2015

    […] Demolire antiche architetture, fare a pezzi statue e sculture, cancellare le testimonianze del passato. Fatti tristemente attuali ma non nuovi nella storia dell’arte. http://www.didatticarte.it/Blog/?p=5368 […]

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