Quanta scienza c’è in un quadro?

Nelle sterminate praterie dei social network mi capita spesso di imbattermi in ragazzi/e che si lamentano del fatto di dover studiare la storia dell’arte in un liceo scientifico. Non hanno remore a scriverlo pubblicamente, a volte in modo colorito.

E pensare che noi ci stracciamo le vesti per reintrodurla in quelle scuole dove non si studia più…

Naturalmente un simile rifiuto mi risulta del tutto incomprensibile perché io sono arte-dipendente. Però mi rendo conto che se la storia dell’arte non viene presentata in tutta la sua complessa trasversalità è abbastanza facile che possano emergere questi atteggiamenti.

Forse non è neanche colpa loro: sono vittime, come diversi colleghi insegnanti, di un equivoco che ormai ha quasi un secolo e che vede la netta separazione (quando non la contrapposizione) tra cultura scientifica e cultura umanistica. Se li sentisse Leonardo!!!

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In realtà la cultura è una sola e proprio l’arte, come ho avuto più volte modo di ribadire, è una delle forme di conoscenza più interdisciplinare ch’io conosca. E, soprattutto, c’è dentro davvero tanta ma tanta scienza! Non ci credete?

Vediamo, ad esempio, la chimica nella pittura. Ogni pigmento ha una sua precisa composizione molecolare la cui conoscenza è spesso fondamentale per proteggere il dipinto dalle alterazioni dovute agli agenti esterni, soprattutto alla luce.

Uno degli esempi più eclatanti è il caso dei Girasoli di Van Gogh (1889) conservati al museo di Amsterdam: ebbene, il giallo cromo utilizzato dal pittore sta virando verso il marrone ma non è ben chiaro se ciò sia dovuto alla luce o all’interazione con bario e zolfo presenti nelle vernici attigue alle aree gialle. Confrontando il quadro con la versione del 1888 conservata al National Museum di Londra, l’alterazione cromatica è evidente.

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Attraverso la diagnostica (approccio scientifico basato su una serie di indagini fisiche e chimiche) è possibile anche accertare la paternità di un’opera (o, al contrario svelare un falso).

Un caso eclatante fu quello di Han Van Meegeren (1889-1947), abilissimo falsario che nel primo Novecento creò sei dipinti nello stile di Vermeer adoperando tavole lignee seicentesche dalle quali aveva raschiato le opere originali, pigmenti dell’epoca, pennelli antichi e tecniche di invecchiamento precoce della patina pittorica. La sua Cena in Emmaus venne subito attribuita a Vermeer con grande entusiasmo da parte dei massimi critici dell’epoca…

Le analisi chimiche, però, rivelarono la presenza di resina a base di fenolformaldeide, sostanza sconosciuta nel XVII secolo e di blu cobalto (anche questo ignoto fino al XIX secolo); le radiografie, inoltre, fecero emergere le tracce dei dipinti sottostanti non perfettamente raschiati.

Oggi per l’autenticazione di un’opera si lavora contemporaneamente su tre fronti: quello storico-stilistico, quello sulla datazione dei materiali e quello basato su indagini strumentali. Quest’ultimo campo è quello che si avvale maggiormente dell’approccio scientifico.

Naturalmente il punto di vista scientifico non è legato solo alla salvaguardia o alla datazione dei dipinti. La scienza è stata sempre presente nelle opere pittoriche. Le pitture pompeiane, ad esempio, mostrano conoscenze di botanica molto approfondite: dopo duemila anni è possibile riconoscere  e classificare esattamente tutte le specie vegetali raffigurate nei dipinti murali.

Nel famoso affresco del triclinium della Villa di Livia Drusilla è stata individuata una quercia, alcuni cipressi, l’acanto, la rosa, il melograno, il mirtillo, l’oleandro e tante altre specie perfettamente riprodotte.

Anche il disegno di specie animali o di alcuni particolari anatomici è stato affrontato spesso con approccio molto scientifico, a cavallo tra arte e illustrazione naturalistica.

L’osservazione della natura comprende anche lo studio dei fenomeni atmosferici. Ed è proprio grazie alla perfetta simbiosi tra sensibilità artistica e metodo scientifico che Leonardo ha trasformato in espressione pittorica l’assorbimento prodotto dall’atmosfera delle lunghezze d’onda corrispondenti ai colori caldi.

In pratica, più un oggetto è lontano, più appare sbiadito, chiaro e azzurrognolo: è quella che viene definita prospettiva aerea o atmosferica.

I fenomeni meteorologici e atmosferici, d’altra parte, hanno affascinato da sempre gli artisti. Nell’Ottocento, in particolare, con la nascita del Romanticismo e della pittura del sublime e del pittoresco, il paesaggio è stato indagato a fondo in tutte le sue manifestazioni.

Abbiamo già visto, ad esempio, come le nuvole siano state spesso rappresentate con tale precisione da permettere persino di condurre degli studi climatologici relativi ai territori rappresentati.

Anche i cieli stellati hanno suscitato molto interesse. Famoso è il caso delle opere di Van Gogh per le quali, addirittura, è stato possibile identificare le costellazioni rappresentate.

Oltre all’osservazione attenta del vero, ci sono altri approcci di tipo scientifico presenti in pittura.

L’uso della prospettiva lineare, ad esempio, si basa su regole geometriche molto rigide. Lo spazio tridimensionale può essere rappresentato su due dimensioni solo attraverso l’ideazione di una nuova concezione dello spazio che è al contempo matematica e filosofica.

È scientifico anche l’uso della sezione aurea, una proporzione matematico-geometrica da sempre associata alla ricerca di armonia ed equilibrio.

Sempre restando nel campo della geometria, abbiamo visto nei relativi post che alcune figure piane, nello specifico il triangolo, il quadrato e il cerchio, sono utilizzate spesso nel campo della pittura sia per organizzare l’immagine che come soggetto stesso dell’opera.

Passando dalle figure piane ai solidi non posso non citare opere come il ritratto di Luca Pacioli o i disegni che il solito Leonardo realizzò per il suo trattato De divina proportione. In questi ultimi sono raffigurati, tra i tanti, anche i solidi platonici, cinque poliedri dalle proprietà geometriche uniche.

Un altro aspetto della geometria spesso presente nell’arte è la simmetria, un settore che vede innumerevoli espressioni in campo pittorico. La simmetria radiale, in particolare, è quella che ha dato gli esiti più sorprendenti.

Come abbiamo visto in tanti altri post, attraverso un dipinto è possibile anche fare studi di colorimetria e osservare, dunque, il comportamento delle onde elettromagnetiche relative alle varie tinte.

Si potrà scoprire che molti artisti del Novecento hanno scelto di utilizzare coppie di colori complementari perché più “vibranti” ed accesi rispetto a qualsiasi altro abbinamento o che i “tasselli” di un quadro puntinista si fondono in colori non presenti sulla tela se osservati ad una certa distanza.

Nel Novecento le connessioni con la scienza diventano ancora più complesse. È emerso, addirittura, un parallelismo molto interessante tra la teoria della relatività di Einstein e la simultaneità spazio-tempo espressa nel Cubismo di Picasso.

Sostanzialmente i due, sebbene in campi diversi e probabilmente senza contatti diretti, sono arrivati alle stesse conclusioni concettuali, uno nella fisica e l’altro nell’arte!

Spazio e tempo trovano una nuova interpretazione nel Futurismo con la rappresentazione del movimento e della velocità attraverso la riproduzione pittorica del fenomeno detto “persistenza retinica“. Si tratta di una sorta di inerzia dei fotorecettori presenti sulla nostra retina che comporta, appunto, una persistenza dell’immagine nell’occhio per 1/12 di secondo, anche se l’oggetto osservato ha già cambiato posizione.

Questo comporta che l’osservazione del moto crea un effetto “scia”. Ed è proprio questa scia ciò che nei dipinti futuristi riuscirà ad esprimere il dinamismo di automobili, treni in corsa ma anche delle mani di un veemente violinista.

Il connubio tra arte e scienza, dunque, non solo è sempre stato molto forte ma, con lo sviluppo di nuove tecnologie, si intensifica sempre più.

Ecco, ad esempio, le meraviglie create dall’artista-scienziato Fabian Oefner mettendo insieme colore, movimento e macchina fotografica.

 

A questo punto credo di aver portato argomenti abbastanza convincenti e di poter confermare ciò che Jan Cocteau ha espresso in una frase lapidaria: “L’arte è la scienza resa chiara”.

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27 Risposte

  1. Alessandro scrive:

    Studio Ingegneria meccanica ma l’arte è sempre stata la mia passione. Diciamo più che altro che invidio chi lavora per l’arte e la cultura. E’ una posizione privilegiata.
    Detto ciò, sarebbe interessante aggiungere anche come gli studi sull’ottica abbiano avuto grandi influssi su molti artisti. Non solo,spesso dietro una scultura c’è un processo scientifico come quello della microfusione (celebre è il Perseo del Cellini). Tirando le fila,ci sono infiniti punti di contatto tra le due arti.

    Grazie per il lavoro che ci regali quotidianamente! Buona serata.

    • didatticarte scrive:

      Grazie per l’apprezzamento! In effetti i punti di contatto e di compenetrazione sono infiniti. Sull’ottica avevo già scritto a proposito degli specchi convessi, magari lo aggiungo. Riguardo la scultura, invece, l’ho volutamente tenuta fuori perché il post sarebbe diventato interminabile (e ho tenuto fuori anche l’architettura che coinvolge statica e altre mille discipline tecniche e scientifiche).
      Buona serata anche a te 🙂

  2. Antonietta scrive:

    Straordinario….anche senza l’architettura!

  3. Leandro Janni scrive:

    Cara Emanuela,
    o questi ragazzi hanno degli insegnanti idioti e ignoranti, o lo sono loro, idioti e ignoranti. Un saluto molto cordiale e complimenti per le belle lezioni.

    • didatticarte scrive:

      Grazie per l’apprezzamento Leandro! Mi colpisce molto quando vado su Twitter per cercare novità sulla nostra materia al liceo scientifico e mi escono fuori queste perle. Io direi che entrambe le ipotesi che hai fatto siano compresenti: questi ragazzi non hanno capito proprio niente di cosa sia la scuola e la cultura, e probabilmente avranno anche degli insegnanti che confermano la loro idea di inutilità dello studio.
      A presto!

  4. Post molto interessante e istruttivo, a partire dai tweet iniziali dei ragazzi. Io sono un medico e posso dire che chi è interessato alla Medicina è bene che sappia che questa professione è un punto di incontro tra le due culture, umanistica e scientifica. Ciascuna di esse è indispensabile alla professione medica perché tale è la natura della Medicina contemporanea. Ma sono convinto che l’incontro tra le due culture sia necessario per chiunque, anche per il professore di Filosofia o l’ingegnere elettronico. Nessuno dovrebbe potersi permettere di ignorare, tanto per fare degli esempi, la Seconda legge della termodinamica, la Teoria della relatività, la Divina Commedia, le opere di Shakespeare, o i passaggi fondamentali della Storia dell’arte.

    • didatticarte scrive:

      Grazie Danilo, la tua testimonianza è proprio la conferma di quanto affermo da sempre.
      La cultura non è solo un archivio di nozioni ma una struttura reticolare che consente di interpretare la realtà che ci circonda. E a partire dalle declinazioni del latino (altra materia giudicata inutile dagli studenti) fino ad integrali e derivate, c’è un filo conduttore unico che lega tutto il sapere.

  5. enrica scrive:

    Grazie!
    Come al solito le tue riflessioni sono imperdibili, ricche di stimoli e creative,
    complimenti! Io ti seguo sempre, anche su Pinterest!

  6. Clokoll scrive:

    Insegno matematica e scienze in una scuola secondaria di 1° grado, adoro l’arte e invidio le mie colleghe che la insegnano. Nelle mie lezioni propongo spesso dipinti di pittori famosi come immagini evocative al fine di provocare “quella tempesta cerebrale” nei miei allievi, in grado di portarli al nodo centrale della lezione. Allora mi sorprendo a commentare i dipinti con la mia collega di sostegno diplomata alle Belle Arti davanti ai nostri allievi. Poi esco dall’aula soddisfatta “che bello fare lezione così…”

  7. Novella scrive:

    Il legame tra arte e scienza è talmente forte che esiste un corso di laurea che se ne occupa!! Si chiama Scienze per i Beni Culturali.

    Dove il mondo cessa di essere ribalta per speranze e desideri personali, dove noi, come esseri liberi, lo osserviamo meravigliati, per indagarlo e contemplarlo, là entriamo nel dominio dell’arte e della scienza.
    Se esponiamo ciò che abbiamo visto e sperimentato attraverso il linguaggio della logica, stiamo facendo scienza, se lo rappresentiamo in forme le cui interrelazioni non sono accessibili al nostro pensiero cosciente, ma sono riconosciute come significative intuitivamente, stiamo facendo arte.
    Comune ad entrambe è la devozione per qualcosa che va oltre il personale, lontano dall’arbitrario.

    Albert Einstein

  8. Mauro Boccuni scrive:

    La realtà della nostra condizione umana è olistica. La musica ovvero l’artefatto che genera comunicazione si sviluppa nel tempo all’interno di uno spazio dato e adotta tutte le specifiche fisico/matematiche più congeniali alla materia di cui è fatta per manifestarsi, per rendersi epifania che si rinnova ad ogni incontro.
    I ragazzi sono figli della cultura sociale che li “pasce”. Una visione dicotomica, vecchiotta assai (non diciamo di quanti secoli) alimentata dal provincialismo italiano, dall’integralismo autarchico di stampo fascista (ricorderai il min.cul.pop., no?) che ancora resiste. E che pretende una società “sorridente verso il sol dell’avvenire” frequentare le discipline delle Certezze. Opposte a quelle corruttrici del Dubbio. Sono stato sbrigativo, lo so 🙂 ma viviamo immersi in questa mentalità dove troppi genitori tra un buon risultato nelle materie umanistico/letterarie e uno meno brillante in quelle matematico/scientifiche si fanno prendere dai pazzi per far sì che il proprio pargolo non sfiguri in società.
    Quando poi il ragazzo chiede di andare a fare Danza (aaargh!) mammà va subito in Chiesa ad accnedere un cero!
    Come sembra brava e piacevolissima 🙂

  9. Che dire… grazie per questo post! La cultura è una sola e proprio l’arte è una delle forme di conoscenza più interdisciplinare. Per questo anche io nel mio blog cerco di presentare opere, artisti, movimenti, con la trasversalità di cui parli. Hai dato voce a un pensiero che credo sia il nodo fondamentale per capire l’importanza della storia dell’arte e del suo insegnamento! brava brava brava! 🙂

  10. Attilio Grilletto scrive:

    L’articolo è molto interessante ma dal mio punto di vista non era necessario trovare tutte queste relazioni tra arte e scienza per confutare quella che in realtà è una delle affermazioni più rappresentative di una superficialità ed una “ignoranza” purtroppo sempre più diffusa. Come se la scuola o la cultura fossero fatti di compartimenti stagni per cui guai se in un liceo scientifico ci si permette di studiare qualcosa che non sia strettamente scientifico così come un ragioniere deve solo capirne di contabilità o un geometra deve studiare solamente quello che è connesso con il mondo delle costruzioni. È la curiosità, l’amore per la conoscenza che dovrebbe essere insegnata a scuola e questo a prescindere dalla materia che si sta studiando che a mio parere è sempre il “mezzo” e non “il fine”. Altrimenti si finirà per essere di quelli che sanno tutto … e nient’altro!
    P.S. Complimenti per il blog

    • didatticarte scrive:

      Quello dei commenti degli studenti naturalmente è uno spunto per parlare di un problema ben più grave e cioè della separazione tra due universi culturali che dovrebbero essere uno. Quando poi anche un docente di lettere si vanta di non capire nulla di matematica sta facendo un danno enorme ai suoi alunni e ti assicuro che la scuola ne è piena e la questione scottante!
      Le affermazioni fatte su Twitter sono solo la punta dell’iceberg…
      Inoltre per me la storia dell’arte è contemporaneamente mezzo e fine: è strumento per raggiungere conoscenze più ampie, di tipo filosofico, scientifico, umanistico e competenze di comprensione del linguaggio visivo, ma anche fine, obiettivo in sé.
      Purtroppo oggi ci vogliono far credere che le nozioni “fine a se stesse” siano obsolete quando non dannose. Il risultato? Rischiare di crescere generazioni di ignoranti, perché per avere competenze (quelle che si raggiungono considerando le discipline dei mezzi) bisogna avere delle conoscenze (quelle che si ottengono se la materia è considerata oggetto di apprendimento).
      Poter sapere tutto? Quella è la mia massima aspirazione 😉

  11. viola verde scrive:

    Quando ancora insegnavo, uno degli esercizi che proponevo era quello di creare il disegno o un collage di un animale mai esistito, e poi invitavo gli alunni a completare l’opera con una scheda tecnica comprensiva di tutte le voci che di solito catalogano il bestiame. Dovevano inventarsi la classificazione di genere, famiglia, habitat, durata di vita, riproduzione, nutrimento, ecc . . . e non potevano esimersi perché coinvolgevo la collega di scienze. Comunque un successo perché si divertivano un sacco ad inventarsi credibili e incredibili caratteristiche, spesso molto spiritose.
    Anche l’insegnante di scienze collaborava contenta perché, per eseguire il mio compito, gli alunni dovevano approfondire con lei quella particolare branca di studio che non sempre amavano.

  12. Elisa scrive:

    Fusione tra arte e scienza..sono sempre stata dell’opinione che si alimentano a vicenda.
    Grazie per la condivisione di questo costruttivo modo di pensare.

    • didatticarte scrive:

      Ancora grazie a te Elisa! Vedo che stai apprezzando tanti articoli 😀

      • Elisa scrive:

        Oh si..gliel’ho detto che non riesco a smettere! Mi chiedevo se tenesse seminari o lezioni aperte al pubblico. Mi piacerebbe tanto sentirla parlare di tutto questo

      • didatticarte scrive:

        Sì, mi capita di tenere incontri e partecipare a seminari. Nella colonna sinistra del blog metto sempre la locandina del prossimo intervento. Sarò a Torino il 29 ottobre a parlare della conservazione dei beni culturali e il 30 ottobre a Pordenone a tenere un laboratorio di didattica dell’arte 🙂

  13. rossella scrive:

    Articolo interessantissimo, come al solito. Grazie! Credo di interpretare quello che dicono i ragazzi, perché a me capitava di pensare lo stesso a proposito della matematica: che la insegnano a fare al liceo classico? Se mi fosse piaciuta sarei andata allo scientifico… ecc. ecc. Io credo che sia un problema di “forma mentis”: ho faticato tanto a studiare matematica, grazie a degli ottimi insegnanti riuscivo a prendere anche voti alti, ma niente da fare, non mi interessa proprio per niente, e a parte far di conto, tabelline e proporzioni non mi è servito a niente risolvere centinaia di espressioni ed equazioni, che trattavo alla stregua di giochini da affrontare meccanicamente impiegando magari ore per arrivare alla giusta soluzione, quando una versione di greco la “demolivo” in pochi minuti. Penso che la sensibilità per l’arte e il conseguente interesse per la sua storia siano cose innate, o ce le hai o non ce le hai. Tutte le interessantissime cose che hai trattato nell’articolo, tutti gli spunti, il legame fra scienza e arte e via dicendo, l’aspetto “pratico” per così dire, quello potranno forse coglierlo alla fine. Ma l’interesse puro, il piacere della nozione fine a sé stessa, quello neanche il migliore professore riuscirà mai a inculcarlo. Sarò pessimista, o solo realista, ma il gap fra cultura classica e cultura scientifica o meglio fra “mentalità” umanistica e raziocinio matematico, sono a mio parere incolmabili!

    • didatticarte scrive:

      Il problema è che della matematica bisognerebbe insegnare l’aspetto filosofico, non solo quello puramente calcolistico.
      Non c’è distanza perché quelle due culture che indichi sono una sola. Se le percepisci separate è perché te le hanno insegnate così.

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