Quello che c’è prima dell’arte: il caso Fontana

“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori.

Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

Questa storia, narrata da Italo Calvino nelle sue celebri Lezioni americane, mi è tornata in mente pensando a come spiegare in classe Lucio Fontana. Sì, proprio lui, quello dei tagli e dei buchi nelle tele.

Ma cosa c’entra l’antico filosofo taoista con un artista del Novecento? Sembrano due mondi lontanissimi eppure c’è un senso comune al loro operare.

Il racconto di Calvino, infatti, si sofferma sull’attesa, ben dieci anni, prima della estemporanea realizzazione.

Ma se Chuang-Tzu era così bravo perché non ha fatto subito il disegno? Evidentemente ha lavorato sull’immagine del granchio a livello mentale, se n’è appropriato, ha elaborato una sua “teoria della granchità”, l’ha sviluppata e sistematizzata. E quando ormai sentiva il granchio nella sua testa, nel suo cuore e nelle sue mani, allora era pronto.

Certo il taglio nella tela fatto da Fontana con il cutter sembra molto lontano dal perfetto granchio cinese.

Eppure dietro quel gesto, deciso, minimo, c’è un percorso intellettuale profondo: la constatazione della necessità di superare ancora una volta diecimila anni di rappresentazione pittorica.

Ciò che sta dietro una delle “attese” di Fontana è la parte più importante dell’opera. È un lavoro concettuale e filosofico straordinario.

Dopo che ad uno ad uno, con le Avanguardie artistiche, erano saltati via come birilli tutti i punti fermi della pittura di ogni epoca (dalla prospettiva all’anatomia, dalle proporzioni al chiaroscuro, dal rapporto figura-sfondo alla presenza di figure riconoscibili) era rimasto l’ultimo ostacolo: la tela.

Quella non era mai stata messa in discussione. Era sempre lì, a supporto di un mondo rappresentato: anche se solo con macchie e linee, era sempre un piano su cui agire.

Allora Fontana decide di andare oltre, di penetrare nello spazio pittorico fisicamente, lacerandolo dopo una lunga riflessione come si può osservare da questa sequenza di foto scattate da Ugo Mulas.

In quel momento è come un samurai: il suo gesto è la conclusione millimetrica ed essenziale di una meditazione profonda.

Sembra, dunque, tutto molto coerente e significativo. Eppure è uno dei gesti artistici più controversi della storia dell’arte.

Difficile, per uno dei miei studenti, trattenersi dal dire “Ma questa è arte? Potevo farlo pure io!”. Ma, come dice Bruno Munari, “quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima” .

A parte il fatto che Fontana l’ha fatto sicuramente prima del mio studente (cosa che, tuttavia, non è condizione sufficiente perché si tratti di “vera” arte: essere i primi a fare qualcosa non ci assicura che quel qualcosa non sia una boiata…), il taglio o il buco nella tela era la dimostrazione materiale di un concetto spaziale, lo Spazialismo appunto.

Allora mi rivolgo direttamente a te, caro studente: sei sicuro di essere capace di ripensare l’arte in modo così radicale? Non fermarti al taglio! Quello non è importante, in fin dei conti. È tutto quello che c’è dietro e prima il vero momento artistico!!!

Secondo Fontana l’operazione consiste nello «sfondamento del muro dell’arte, il rapporto di continuità tra le due dimensioni dello spazio, attraverso un varco fisico creato nella materia e la dilatazione del varco fino ad arrivare allo spazio-ambiente in cui lo spettatore entra nell’opera d’arte e vive con tutta l’esperienza psicosensoriale»

Incomprensibile come chi fa solo finta di essere un artista? Da questo punto di vista posso dimostrarti tranquillamente come lui fosse capace di realizzare sculture e disegni assolutamente comprensibili e magistralmente compiuti…

Dunque i tagli non sono dovuti a scarsità di talento artistico. Come hai potuto constatare, Lucio Fontana sapeva cavarsela bene con le tecniche tradizionali.

Ma non voglio convincerti che le sue opere siano dei capolavori. I tuoi dubbi sono legittimi e la tua perplessità di fronte all’incomunicabilità di uno squarcio, assolutamente comprensibile. Non sei il primo e non sarai l’ultimo a chiederti se quella di Fontana sia vera arte.

Quest’installazione, ad esempio, è un segno luminoso sospeso al soffitto della Triennale di Milano nel 1951. Che vuol dire?

Posso dirti quello che ci vedo io: è un po’ come se la scia luminosa di un gesto compiuto in aria si sia solidificata restando ad aleggiare nel vuoto delle scale. Io lo trovo eccezionale!

La novità sta proprio nell’uso di materiali-immateriali come la luce e lo spazio. Il vuoto diventa protagonista.

E a proposito dell’importanza del “vuoto” mi torna in mente un’altra perla di saggezza taoista, attribuita a Lao Tze:

« Unire trenta raggi nel mozzo di una ruota,
nel non essere sta l’uso del carro.

Plasmare l’argilla per farne un vaso,
nel non essere sta l’uso del vaso.

Cesellare porte e finestre per farne una casa,
nel non essere sta l’uso della casa.

Quindi ciò che esiste determina il vantaggio,
l’inesistente determina l’uso. »

Che ne dici, ci stai riflettendo? Ho scardinato qualche pregiudizio? Ancora niente?

Beh, a questo punto, se ti può consolare, il finale di questa memorabile scena di Luciano De Crescenzo ti da persino ragione! 😉

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39 Risposte

  1. Gianfranco ha detto:

    ….”Les demoiselles d’Avignon” … correttore automatico in Lea e una “s” in più dovuta alla stanchezza…
    Lucio Fontana: “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”
    Ciao anche da parte mia, Emanuela.

  2. Gianfranco ha detto:

    L’unico contributo di discussione che mi sento di offrire a questo post perfetto (davvero Emanuela: è come un taglio di Fontana) riguarda il titolo delle opere. Fontana per i tagli ne sceglie addirittura due, “Concetto spaziale” e “Attesa” declinati anche al plurale come fa Pazzaglia ne “Il mistero di Bellavista”. Personalmente quella seconda parola mi evoca le sospensioni di Hopper, le Piazze metafisiche di De Chirico, le atmosfere crepuscolari e misteriose di Crewdson… Qualcosa sta per accadere. Eppure Fontana va oltre. I tagli sono varchi spaziali (o spazio-temporali) da cui si può accedere ad un’altra dimensione, finalmente oltre la tela e la rappresentazione pittorica, ma anche “attese” di eventi e segnali da universi paralleli. Un’opera d’arte si compone dell’opera e del titolo che le ha dato l’autore. Spesso troviamo dei “Senza titolo” oppure delle mere numerazioni come in Rothko o delle tautologie come “Quadrato nero” che ne esaltano l’essenza. Sta di fatto che il titolo (o la sua assenza) è una scelta deliberata imprescindibile dall’opera, soprattutto nell’arte contemporanea. Sono certo che tu saresti in grado di commentarne le origini storiche, probabilmente a fronte di certo tipo di committenza. Cosa sarebbe il quadro di Courbet senza la dicitura “L’origine du monde” o un Picasso (anzi il Picasso) senza il titolo “Lea demoiselless d’Avignon” o alcuni Vedova senza la parola “Oltre” o un Fontana, appunto, senza “Concetto spaziale” o “Attese” o la “Fine di Dio”?

  3. Gianfranco ha detto:

    Accade ai cercatori d’oro.
    Siamo in pochi e a volte cerchiamo in solitudine, Emanuela.
    “I want to live,
    I want to give
    I’ve been a miner
    for a heart of gold
    It’s these expressions
    I never give
    That keep me searching
    for a heart of gold
    And I’m getting old
    Keeps me searching
    for a heart of gold
    And I’m getting old…”
    Neil Young – “Heart Of Gold ”
    Ballata che si trova facilmente su YouTube, piuttosto datata, legata a bellissimi ricordi, ma che ho capito solo trent’anni dopo. Trovare qualcuno che non si accontenta delle convenzioni, ma che si pone e pone domande è un Eldorado.
    Il resto, per citare il nostro Jep Gambardella, è solo un blaa, blaa, blaa….

  4. Gianfranco ha detto:

    Emanuela, questo è uno dei primissimi post che ho letto di Didatticarte. Fin dal primo istante l’ho adorato.
    Fontana un samurai? Fantastico.
    Ci sono di nuovo rimbalzato dal blog sull’horror vacui. E qui mi è sovvenuta la bellissima storia (vera) che riguarda una geniale gallerista, Iris Clert e che si svolge, naturalmente, in Rue des Beaux-Arts negli anni a cavallo del 1960. Il ritratto di lei fatto da Rauschemberg con una riga di telegramma… E poi la vicenda dei due amici d’infanzia Ives Klein e Fernandez Arman che esposero in due mostre intitolate rispettivamente “Le vide” e “Le plein” a distanza di due soli anni. Il vuoto e il pieno, due concetti opposti che alla fine si toccano. I fatti accaduti sono esposti molto bene nel link di Wikipedia: https://en.m.wikipedia.org/wiki/Iris_Clert_Gallery
    …Una galleria totalmente vuota (in realtà poi riempitasi di spettatori!) e la stessa galleria inaccessibile a chiunque in quanto completamente colmata di scarti e rifiuti.
    Adoro questo racconto tanto straordinario da sembrare frutto di una fervidissima fantasia…il pieno determina il vantaggio, il vuoto determina l’uso… Azzeccatissimo il Tao di Lao Tze.
    In fisica poi il vuoto assoluto non esiste, ma è un continuo brulicare di particelle che si creano e si annichiliscono, per non contraddire il Principio di Indeterminazione di Heisenberg. Le Vide et le Plein.
    In questo caso la realtà (la materia, il pieno) supera ogni più fervida fantasia (l’idea, il vuoto) in una miracolosa rincorsa senza fine…

    • Come sempre apprendo una cosa nuova. Tutta da approfondire.
      Questo post è anche uno dei miei preferiti. Ci tengo così tanto che non lo condivido sui social quasi mai, perché mi turba l’aggressività dei commenti che suscita. Valanghe di parole acide in risposta a qualcosa di tanto essenziale che non avrebbe nemmeno bisogno di parole.
      È il limite dei social. Non puoi scegliere a chi rivolgerti.
      Per fortuna qui non vengono. Perché arrivare a questo post navigando in rete accade soglo agli intenditori. No?

  5. Eveline Jonker ha detto:

    Chiarissimo…… , essenziale!

  6. Alberto ha detto:

    bellissimo! ho apprezzato molto anche il video 😀

  7. carlo giabbanelli ha detto:

    aggiungo che De Crescenzo, correttamente, fa coincidere la relatività estetica con le classi sociali, per cui Fontana, Burri, etc sono apprezzabili nell’ambito dei valori (anche economici) della classe ricca e colta mentre per la gente normale sono incomprensibili, a meno di non assumere i valori delle classi egemoni. Da qui partirebbe un discorso assai complesso sulla funzione sociale dell’opera d’arte…

  8. carlo giabbanelli ha detto:

    sulla tua posizione non avevo dubbi, ma quella di De Crescenzo è, a mio avviso, altrettanto chiara. Parte dal concetto di relativo che in estetica è fondamentale ma poi lo relativizza a sua volta con intelligente ironia grazie all’esempio del ritrovamento sotto le macerie che rappresentano appunto la decontestualizzazione e quindi la ricerca di un valore meno contingente. Il risultato chiarissimo è che quel tipo di opera d’arte fuori contesto (storico, sociale, ideologico) è diventata “nu cesso”, in mancanza di qualcosa di un po’ meno effimero della provocazione o dell’originalità esasperata.

  9. carlo giabbanelli ha detto:

    Emanuela ti leggo sempre con piacere e con interesse, ma questa volta sto con De Crescenzo. Le grandi teorizzazioni sono, per dirla alla marxista, sovrastrutture che giustificano a posteriori il mercato. Fontana, Burri ma anche Pollock cosa sarebbero stati senza critici, mercanti (per Pollock si parla addirittura della CIA) mecenati che hanno plasmato secondo i criteri che gli facevano più comodo il mercato dell’investimento artistico per gli straricchi di tutto il mondo? Nell’arte contemporanea il valore supremo è la ricerca dell’originalità a tutti i costi, il che è ottimo per caratterizzare i prodotti, gestire le esclusive e stabilire i prezzi senza troppi parametri di riferimento.

    • didatticarte ha detto:

      Sei sicuro che De Crescenzo stia dalla tua parte? 😉

      • carlo giabbanelli ha detto:

        perbacco, mi sembrava che tu stessa suggerissi ciò nelle ultime righe del tuo articolo!

      • didatticarte ha detto:

        Il punto di vista di De Crescenzo non è così banale come appare. La questione è il relativismo del giudizio estetico, dunque l’impossibilità di stabilire aprioristicamente cosa possa essere definito arte. E non credo che tutto il testo precedente possa indurre dubbi sulla mia posizione verso Fontana: mi affascina e mi sorprende.

  10. TIZIANA NIRONI ha detto:

    MI ha fatto piacere vedere anche altre opere di Fontana che ne hanno indicato le doti artistiche classiche perché io non sono una sua ammiratrice, a dire il vero non sono un’ammiratrice dell’arte moderna in generale, ma credo che sia un mio limite. Se non ci fosse stato chi ha rotto gli schemi, come ad esempio Picasso, l’arte sarebbe implosa. Spero col tempo e con qualche aiuto di saper apprezzare di più le opere moderne

  11. Filippo ha detto:

    La verità è quel segno che sta sempre sotto la realtà di un tratto. (questo “sito” ha “sintomi” taumaturgici):)

  12. ugo ha detto:

    Peccato che noi(io) non capiamo,proprio non capiamo.Pazienza chi paga si trova sempre….e l’arte fiorisce.

    • didatticarte ha detto:

      A parte il fatto che ai tempi di Fontana il mercato dell’arte non era così drogato com’è adesso, l’arte ha sempre avuto bisogno di chi paga! Senza la famiglia dei Medici non ci sarebbe mai stato il Rinascimento italiano!
      Questo testo lo chiarisce in modo esplicito e ti invito a documentarti in proposito:
      Il committente e le arti. Cosimo de’ Medici e il Rinascimento fiorentino
      Anche l’artista deve campare… l’idea dell’arte pura, autoreferenziale, con l’artista che risponde solo alla propria ispirazione, libero da vincoli è uno strascico che ci tiriamo indietro dal Romanticismo che ha creato lo stereotipo dell’artista un po’ maledetto, un po’ squattrinato ma fondamentalmente libero da condizionamenti e da committenti.
      Prima del Romanticismo (ma anche durante e dopo…) gli artisti hanno quasi sempre avuto un committente:la Chiesa, la nobiltà, la borghesia. E chi non l’aveva, come van Gogh, ha avuto una vita d’inferno cercando disperatamente di vendere qualche tela…
      Fontana può anche non piacerti come a me non piace Raffaello Sanzio, ma non mi sembra che per questo motivo tu debba criticare chi è disposto a pagare per avere una sua opera. Anzi: PER FORTUNA che c’è sempre qualcuno disposto a pagare… almeno l’arte fiorisce!!!

  13. Fio ha detto:

    Questo post mi fa venire una domanda: ma dopo il superamento di quest’ultimo punto fermo, cosa viene? Ovvero, dopo la distruzione della tela, il passo successivo quale potrà essere? Una performance di distruzione del muro cui essa andrebbe appesa?

    • didatticarte ha detto:

      Bella domanda, Fiorenza. Forse avremmo dovuto porla a Fontana dato che si trattava di una sua personale ricerca…
      Credo che con lo Spazialismo, così come il Dada, si siano toccati dei punti di non ritorno, dei limiti oltre i quali non c’è più arte (e per molti anche questi movimenti sono già non-arte).

  14. marco ha detto:

    Prediamo della vernice blu.
    Stendiamola sulla tela bianca e vergine, porgiamo attenzione a riempirne con cura gli angoli.
    Trasformiamo il bianco in blu, un blu cobalto come un cielo dopo la pioggia e il vento.
    Ed ora modifichiamo lo stato bidimensionale della tela, infliggiamo del tagli verticali, precisi e decisi.
    La monotonia della bidimensionalita si trasforma in un senso tridimensionale.
    La luce riflessa dalla tela enfatizza i chiari e scuri, l’opera prende forma.
    Altri tagli paralleli e lievemente convergenti completano l’insieme.
    La tela è stata aperta, la porta della nostra mentre è stata aperta.
    Non vediamo più con gli occhi, ma con l’anima, in un concetto spaziale emozionante.

    Questo, per me è Fontana

    Ps; non dimentichiamoci che il padre di Lucio era uno scultore, Lucio è andato oltre le singole materie…

    • didatticarte ha detto:

      Emozionante anche la tua descrizione!
      Grazie Marco

      • marco ha detto:

        Il racconto su Chuang-Tzu mi ha riportato alla mente un episodio di tanti anni fa. Durante l’inaugurazione di una personale, un visitatore rimasto molto colpito da una tela, si avvicino all’artista chiedendogli quanto costava quel quadro, glielo disse, il visitatore ci penso un po’ e poi gli fece un’altra domanda “Ma lei quanto ci mette a dipingere un quadro come questo” probabilmente cercava di comprendere se il costo poteva relazionarsi al tempo di esecuzione.
        Mio padre che aveva raggiunto l’età della saggezza gli ripose: “Tutta la vita”
        Il visitatore sorrise, si salutarono e se ne andò.

        Io rimasi molto colpito dalla sicurezza con cui il Maestro aveva risposto

      • didatticarte ha detto:

        Davvero un grande saggio tuo padre! Ha condensato in una risposta che sembra una boutade il senso più profondo del fare arte.
        Quello del tempo di esecuzione, oltre alla pittura, è la croce di qualsiasi lavoro creativo…
        “Me lo fai il “progettino” per una libreria? Dai, che ci vuole, tu puoi farlo in cinque minuti…”. Sì, posso anche farlo in cinque minuti ma per arrivarci ho studiato oltre vent’anni!

  15. Elisa ha detto:

    Dallo zen giapponese… a quello partenopeo!? Favoloso!
    un anno gli studenti di terza media dopo una lezione simile alla tua mi hanno fatto trovare sulla cattedra delle bottiglie di coca cola in vetro dipinte a modi dripping, con un biglietto che diceva “siamo tutti artisti!” … :))

  16. maria cutugno ha detto:

    Un grande modus di raccontare l’ arte. Grazie

  17. Mario ha detto:

    Didatticarte me fa uscì pazzo a me!

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