L’arte dell’illustrazione, quando le immagini comunicano

Avete presente le istruzioni per il montaggio di un mobile Ikea? Quelle che vi permettono di montare anche una casa intera o la Torre Eiffel con una sola brugola?

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Scherzi a parte, la cosa interessante è che sono istruzioni puramente grafiche. Non c’è una sola riga di testo.

E non è semplice riuscire a spiegare le varie fasi di assemblaggio solo con le figure! Non prendetemi per matta ma certe volte resto davvero incantata davanti alle istruzioni per l’uso. Piccoli capolavori di comunicazione visiva.

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Provate ad immaginare di dover spiegare per iscritto il montaggio del classico scaffale Billy senza usare una sola figura! È dura, eh?

Ovviamente non vale per qualsiasi forma di comunicazione. Se il messaggio si fa più complesso l’equilibrio si ribalta. Un romanzo, ad esempio, potrebbe perdere tante sfumature verbali in una trasposizione figurativa. Oppure no?

In effetti ci sono molti “libri senza parole” che dimostrano il contrario. E non parlo dei libri per bambini come i fantastici Prelibri di Bruno Munari…

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… parlo di veri e propri testi “per adulti”. Testi visivi come “The arrival” di Shaun Tan: un silenzioso viaggio verso l’ignoto raccontato per vignette.

Non servono parole; come un abile regista l’illustratore ci guida in un film muto, dove i primi piani si alternano agli scorci di città e gli sguardi dicono già tutto.

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Un racconto che sembra uno storyboard cinematografico.

Qualcosa del genere, come meno pretese artistiche, l’ho fatto fare anni fa ai miei studenti attraverso la trasposizione visiva di un romanzo di Leonardo Sciascia.

Per un anno abbiamo letto ogni settimana un capitolo de Il giorno della civetta cercando di raffigurarne le persone, gli atteggiamenti, i luoghi. Alla fine abbiamo selezionato i disegni più adatti a raccontare, in forma di sequenza grafica, l’intero romanzo.

illustrazione-storyboard

Sembra quasi il pannello di un moderno cantastorie, come quell’altro esperimento fatto con i bambini della primaria sulla favola di Colapesce.

Gli stessi disegni montati in successione e sottotitolati (perché per usare solo le immagini bisogna essere molto bravi!) sono diventati un breve video con relativa colonna sonora.

 

Esistono anche strumenti digitali per creare più rapidamente gli storyboard ma quelli disegnati a mano sono sempre un’altra cosa!

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Qualcosa di più vicino alla letteratura è la graphic novel, praticamente un “fumetto per grandi” molto curato dal punto di vista artistico.

In questi romanzi l’aspetto visivo è fondamentale. E il fatto di vedere luoghi e personaggi e non doverli immaginare non toglie nulla al piacere della lettura, anzi forse la rende ancora più coinvolgente.

D’altra parte non è necessario rappresentare tutto, basta evocare le scene come fa Baudoin per I quattro fiumi, uno dei gialli di Fred Vargas della serie del commissario Adamsberg.

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Una via di mezzo tra la graphic novel e il romanzo tradizionale è il mondo dell’illustrazione, un pianeta vastissimo spesso trattato come roba per l’infanzia. Eppure l’illustrazione è una tradizione nobilissima e di grande livello artistico non necessariamente legata al mondo delle fiabe.

Basti pensare alle stupefacenti incisioni di Gustave Doré (1832-1883) per la Divina Commedia… dopo che hai visto quelle non risucirai più ad immaginare diversamente un girone infernale o l’Empireo!

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Solo uno spirito visionario come quello di William Blake (1757-1827) poteva concepire immagini altrettanto forti. Nel suo famoso girone dei Lussuriosi un turbine di corpi traduce in forme e colori i versi danteschi:

E come li stor­nei ne por­tan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spi­riti mali

di qua, di là, di giù, di su li mena;
nulla spe­ranza li con­forta mai,
non che di posa, ma di mi­nor pena.

illustrazione-blake

La versione illustrata da Salvador Dalì (1904-1989), più onirica e raffinata, pur non avendo la stessa potenza visiva dei suoi predecessori non manca di suggestione.

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Purtroppo nelle versioni per la scuola le immagini non ci sono mai, così come nei I promessi sposi l’altro classicone studiato a scuola in versione rigidamente testuale.

E dire che la prima cosa che fa uno studente (io almeno lo facevo) è sfogliare un libro per guardare le figure! Un gesto solo apparentemente infantile. Perché le immagini ci introducono nell’atmosfera di un testo in modo molto più immediato rispetto al linguaggio verbale.

Sarà per questo che Manzoni stesso aveva dato precise indicazioni a Francesco Gonin per le illustrare le avventure di Renzo e Lucia?

illustrazione-gonin

Poi ci sono i casi degli scrittori-illustratori, artisti a tutto tondo che intrecciano in modo indissolubile parole ed immagini. Uno dei casi meno conosciuti è Dino Buzzati (quello del Deserto dei Tartari) che del suo lavoro diceva:

“dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie”.

E spesso le sue storie cominciavano prima dalle immagini e solo dopo si trasformavano in racconti. Perché le immagini producono parole (e, specularmente, le parole producono immagini).

Ricorda l’esercizio di narrazione a partire da un dipinto di cui ho già parlato tempo fa.

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Faceva qualcosa del genere anche Federico Fellini. Le prime idee per un nuovo film cominciavano a condensarsi sempre attorno ai suoi rapidissimi schizzi. Così spiegava questo approccio:

“Perché disegno i personaggi dei miei film? Perché prendo appunti grafici delle loro facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette, del modo di accavallare le gambe, delle persone che vengono a trovarmi in ufficio? Forse l’ho già detto che è un modo per cominciare a guardare il film in faccia, per vedere che tipo è, il tentativo di fissare qualcosa, sia pure minuscolo, al limite dell’insignificanza, ma che mi sembra abbia comunque a che fare col film, e velatamente mi parla di lui”.

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Peccato che sulle immagini ci siano tanti equivoci! A volte sento dire con tono preoccupato che “la nostra è la civiltà dell’immagine“… e nella mia testa dico “magari!”.

Credo che non ci sia mai stata nella storia una civiltà, come la nostra, del tutto incapace di leggere o produrre immagini significative. E non sono io a dirlo ma un grande esperto in materia come il regista Peter Greenaway. Il suo allarme contro l’analfabetismo visuale è netto:

“Non è colpa vostra, ma dell’educazione che vi hanno impartito. Nel periodo più fertile dell’apprendimento, 9, 10, 11 anni, vi hanno dato in mano solo testi, testi e ancora testi. Il cinema potrebbe migliorare questa lacuna, ma la maggior parte dei film è basata su testi, fatta di dialoghi e le immagini non riescono a sprigionare la loro forza creativa“.

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Quello che so è che la prima cosa che ha fatto l’uomo primitivo è stata illustrare, raccontare per immagini eventi accaduti o auspicati. L’oralità è arrivata dopo e la scrittura ancora più tardi.

Narrare attraverso la raffigurazione del reale fa parte, dunque, del nostro stesso DNA.

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Eppure forse abbiamo perso questo istinto o lo perdiamo rapidamente, nei primi anni di vita, perché è un’abilità che va affinata, coltivata. Proprio come la scrittura.

E se è vero che tutti possiamo imparare a scrivere senza dover essere per forza Pirandello, è vero anche che tutti possiamo imparare a disegnare senza avere la pretesa di farlo come Michelangelo!

Ma questa è un’altra storia…

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33 Risposte

  1. sabrina ha detto:

    a proposito dei silent books….. quello che citi in italiano si intitola “L approdo”. bellissimo e molto poetico!

  2. Raimonda Morani ha detto:

    veramente bellissimo, poetico e anche “didattico”.

  3. Giuseppe ha detto:

    E’ sempre un piacere leggere ciò che scrivi. A presto!

  4. Antonietta ha detto:

    Come sempre un articolo interessantissimo

  5. Elisabetta ha detto:

    Veramente interessante: complimenti!

  6. Ornella ha detto:

    Scopro oggi questo sito/blog veramente interessante! Spiegazioni chiare e comprensibili, esempi perfetti, grazie per il grande lavoro di condivisione del tuo sapere!

  7. Josa ha detto:

    Fort intéressant, merci !

  8. Tobina ha detto:

    Lo conosci ‘La straordinaria invenzione di Hugo Cabret’ di Brian Selznick? Meraviglioso, ha permesso a mio figlio dislessico di LEGGERE un librone spesso 10 centimetri… 😉
    http://www.minimondi.com/la-straordinaria-invenzione-di-hugo-cabret/

  9. Francesca ha detto:

    Molto interessante con tanti spunti di riflessione.
    Personalmente ho scoperto recentemente che il signor Ikea si è inventato le istruzioni senza parole perché è fortemente dislessico. La semplificazione formale delle immagini aiuta la comprensione, il messaggio arriva a tutti, le parole non servono….come hanno sostenuto moltissimi artisti moderni e contemporanei. Evviva le immagini! (Non …quelle di ikea….o almeno non solo….)

  10. Daniela ha detto:

    Penso che la nuova sfida di comunicare e anche dialogare attraverso le immagini sia legata alla diffusione degli strumenti fotografici (a partire dai selfie dei telefonini fino alle foto realizzate con strumenti professionali)

  11. Eschilo ha detto:

    C’è un equivoco sul termine “graphic novel”: trattasi solo di un etichetta commerciale non di una variante del linguaggio fumetto, o “fumetto per grandi”. Fu l’autore Will Eysner a coniarlo per distinguere le sue opere, i suoi racconti disegnati dai fumetti seriali con personaggi fissi… o forse per snobismo ? 🙂 E’ un po’ come differenziare un corto, un lungometraggio, un film tv ecc. il linguaggio, la tecnica non cambia.
    Saluti

  12. Gianfranco ha detto:

    https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/originals/36/53/49/36534977122c6537f8a725e580cd5abb.jpg
    “Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua.”

  13. Gianfranco ha detto:

    “Il mio disegno numero uno. Era così:
    http://libricalzelunghe.it/wp-content/uploads/2016/02/piccolo-principe-1.jpg
    Mostrai il mio primo capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: “Spaventare? Perche’ mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?” Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero esattamente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava così:”
    http://libricalzelunghe.it/wp-content/uploads/2016/02/piccolo-principe-2.jpg
    …150 milioni di copie, 300 lingue e 2 dialetti: parole e immagini indissolubilmente legate: per quanto il testo sia pregnante e preponderante, senza i dieci disegni e acquerelli dell’autore il Piccolo Principe cessa semplicemente di esistere.
    Eppure Antoine de Saint-Exupéry non può aver letto questo post!

  14. Gianfranco ha detto:

    In effetti io lo trovo stucchevole ora. E come sempre condivido la sintesi.
    Non lo trovai stucchevole quando il mio professore di italiano (un illuminato e purtroppo non più a questo mondo) ci chiese il nome del più grande capolavoro della letteratura del novecento, proponendoci l’indovinello del boa e dell’elefante. Evidentemente da bambina eri molto più avanti di me adolescente. Ma forse allora provavo entusiasmo per ogni nuova scoperta con una visione diversa: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.
    …Questa frase me la sono ritrovata per caso alla fine di questo bellissimo post: http://www.didatticarte.it/Blog/?p=3345

    • Ma ho tolto la parte del cuore. “L’essenziale è invisibile agli occhi” avrebbe potuto dirlo anche Platone…
      Sai cosa non mi ha convinto da piccola? Per restare all’esempio del cappello e dell’elefante: raccontava di un mondo di bambini fantasiosi e di adulti spenti. Ma la cosa non mi tornava. Forse perché conoscevo tanti adulti creativi che ammiravo incondizionatamente (da grande avrei voluto assolutamente disegnare bene come mia zia, ma lei continua ad essere più brava di me).

  15. Gianfranco ha detto:

    Fortunata, anche se anch’io ho una zia così. E anch’io ho disegnato ogni tanto. Tuttavia ho più vissuto in un mondo di matematici e ingegneri. Il Fantasma della Libertà di Buñuel, Andrej Rublëv di Tarkovski, Le mille e una notte, Bob Dylan e Il Piccolo Principe, Neil Young, la lettura dei quotidiani e l’ascolto della Musica nascono tutti dal mio professore di quarta ginnasio. Lui fece in Letteratura quello che tu stai cercando di fare in Arte (ma qual è la differenza poi?). Gliene sarò grato per tutta la vita.

    • Io sono cresciuta in un ambiente molto vario (papà ingegnere nucleare e mamma biologa ma poi zia disegnatrice, altra zia pianista, zio ambientalista…). E mi viene spontaneo mischiare tutto quanto. Insegnare così non è stata una decisione maturata a tavolino ma un modo istintivo di trattare qualsiasi cosa. Altrimenti mi annoierei da morire!

  16. Gianfranco ha detto:

    La noia uccide. Evitarla comporta scelte a volte difficili. A volte dolorose e non esenti da rinunce o errori.
    Talvolta mi chiedo cosa sarebbe accaduto in un altro sentiero…
    …”Precisamente» disse Albert. «Il giardino dei sentieri che si biforcano è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo: è questa causa recondita a vietare la menzione del suo nome. Omettere sempre una parola, ricorrere a metafore inette e a perifrasi evidenti, è forse il modo più enfatico per indicarla. È il modo tortuoso che preferì, in ciascun meandro del suo infaticabile romanzo, l’obliquo Ts’ui Pên. Ho confrontato migliaia di manoscritti, ho corretto gli errori introdotto dalla negligenza dei copisti, ho congetturato il piano di questo caos, ho ristabilito, ho creduto di ristabilire, l’ordine primitivo, ho tradotto l’opera intera: non vi ho incontrato una sola volta la parola tempo. La spiegazione è ovvia: Il giardino dei sentieri che si biforcano è una immagine incompleta, ma non falsa, dell’universo quale lo concepiva Ts’ui Pên. A differenza di Newton o di Schopenhauer, il suo antenato non credeva in un tempo uniforme, assoluto. Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità. Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; in altri io e non lei; in altri, entrambi. In questo, che è un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia; in un altro, traversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere; in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma.”
    Da “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, Jorge Luis Borges.
    In questo sentiero “hic et nunc” io sto colloquiando con te e la cosa mi fa piacere.

    • Evitare la noia è stato il criterio che ho scelto davanti ad ogni biforcazione. Ho lasciato lavori, città e persone per questo. Anche se spesso il contraltare alla noia si è tradotto in fatiche disumane.
      Ma questo sentiero non lo cambierei. Neanche se avessi certezza di ogni altro percorso.

  17. Gianfranco ha detto:

    Sì Emanuela. Aggiungerei i rischi enormi. Conosco.

  1. 14 maggio 2015

    […] El arte de la ilustración, cuando las imágenes se comunican. Usted sabe que el instrucciones de instalación un mueble de Ikea? […]

  2. 23 febbraio 2017

    […] L’arte dell’illustrazione, quando le immagini comunicano Il post completo è disponibile online su DidatticareBlog […]

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