La prospettiva sul corpo umano: lo scorcio

Prova di grande virtuosismo, lo scorcio della figura umana non lascia mai indifferenti. Una mano o un braccio protesi verso di noi, che sembrano uscire dalla tela; un intero corpo disteso osservato in modo radente: cosa c’è di più difficile per un artista?

Tecnicamente sarebbe una normalissima prospettiva con la differenza che, non trattandosi di un’architettura o di solidi semplici, si tratterebbe di rappresentare forme talmente complesse da richiederne una impossibile resa in prospettiva di tutti i vertici (ma quanti ne ha una mano o un corpo?).

Ci ha provato Piero della Francesca (1415-1492) con la prospettiva di una testa ma ha dovuto “discretizzarla”, riducendone il numero di punti da trattare. In pratica ha “affettato” il capo in una serie di cilindri sovrapposti (come una TAC…): un lavoro mastodontico e improponibile se non come dimostrazione geometrica!

Dunque la rappresentazione del corpo umano di scorcio non può che essere affidata in massima parte all’occhio dell’artista. Un occhio che deve essere capace di percepire e riprodurre l’accorciamento superando ogni stereotipo.

Infatti, anche se la nostra reale visione di un arto che si protende verso di noi è un’immagine di scorcio, una serie di meccanismi legati alla conoscenza che abbiamo di quelle forme (la famosa legge dell’esperienza), tende a farcele “raddrizzare” e percepire senza deformazioni.

È esattamente quello che succede ai bambini che affrontano la prospettiva per la prima volta. È più forte di loro: faranno sicuramente le finestre rettangolari, anche se in prospettiva le vediamo trapezoidali.

Per questo motivo, fino al Rinascimento (periodo in cui si cerca di rappresentare la “vera” realtà percepita), non si erano mai viste mani aggettanti verso l’osservatore, piedi visti frontalmente o corpi allungati in profondità.

Se ne guardavano bene Egizi e Assiri! Per evitare ogni possibile scorcio di parti sporgenti (piedi, spalle, naso) preferivano “smontare” il corpo in elementi percepibili in maniera bidimensionale anche se la postura complessiva che ne veniva fuori non era esattamente un capolavoro di naturalezza…

Insomma, l’arte antica e medioevale non avrebbe mai potuto concepire un paio di piedi visti così:

Certo qualche eccezione c’è sempre: in quei periodi in cui si è inseguito il naturalismo (arte greca e romana), ha fatto la sua comparsa qualche accenno di scorcio. Guardate bene i piedi di questi personaggi dell’arte vascolare greca

… i piedi delle figure di questo mosaico pompeiano

… e la quantità di elementi di scorcio (piedi, cavalli, braccia) nel celebre mosaico romano della battaglia di Isso.

Con l’arte bizantina (IV-VI sec. d.C.) si inaugura una posizione dei piedi, divaricati e visti dall’alto, che consente di mostrare le figure frontalmente evitando accuratamente lo scorcio dei piedi stessi.

D’altra parte nei mosaici bizantini si voleva evitare proprio la tridimensionalità: tutto doveva apparire ieratico, eterno e quasi immateriale.

Solo nel Trecento, con Giotto (e non potevamo aspettarci diversamente), riappare l’intuizione dello scorcio. Gli angioletti che svolazzano in cielo nel Compianto agli Scrovegni creano una profondità spaziale senza precedenti proprio grazie alle posizioni scorciate di alcuni di loro.

C’è persino uno scorcio “nascosto”: la figura di Giovanni (l’uomo al centro della scena) ha la mano destra protesa verso lo sfondo quindi possiamo immaginare che il braccio nascosto sia sicuramente visto di scorcio…

Ed eccoci arrivati, dunque, al Rinascimento. E, al di là degli studi geometrico-prospettici di Piero, lo scorcio di piedi, mani e corpi interi si diffonde in modo quasi contagioso!

Ecco alcuni esempi di mani che si allungano in avanti creando una nuova profondità prospettica.

Ecco un po’ di scorci di piedi dipinti dal nostro buon Piero della Francesca (indovinate voi le opere!).

È chiaro che il pezzo di bravura, però, è il corpo disteso. Prima di arrivare al celeberrimo Cristo di Mantegna vediamo qualche precedente (eh sì, non l’ha inventato lui!).

Un vero mago dello scorcio è stato Paolo Uccello. Nella Battaglia di San Romano (1438), oltre ad un cavallo ripreso da dietro (ma questo l’avevano fatto anche i romani), ci mostra un soldato estremamente scorciato, disteso in primo piano a pancia in giù con i piedi rivolti verso l’osservatore.

Un altro uomo disteso, se possibile ancora più scorciato, è posto sul bordo sinistro del San Sebastiano (1476) di Antonello da Messina. Una presenza un po’ surreale che sembra messa là proprio a ribadire la stupefacente profondità prospettica creata dal pavimento.

Arriviamo così al 1480 e al Cristo morto di Andrea Mantegna, oggi conservato presso la Pinacoteca di Brera. Un’immagine di incredibile impatto drammatico per quei piedi forati in primo piano, la tavolozza quasi monocromatica, il chiaroscuro che evidenzia le forme scorciate (“scurto” era chiamato questo genere proprio dal pittore).

Non è l’unica figura di scorcio di Mantegna e ha richiesto un accurato studio preliminare, ma è senz’altro quella più forte dal punto di vista dell’innovazione compositiva.

Quest’opera, un capolavoro di tutti i tempi, è stata, ovviamente, ripresa in tutte le salse. Uno dei primi è stato Pasolini che ha citato il Cristo morto in una scena del film Mamma Roma (1962). Ma poi ci sono tableau vivant, reinterpretazioni e perfino una copertina di Dylan Dog.

Ciò che appare evidente attraverso i rifacimenti contemporanei, soprattutto tramite le versioni fotografiche, è che nell’opera di Mantegna c’è un’anomalia prospettica: se il corpo avesse la stessa convergenza del piano di marmo su cui giace, i piedi avrebbero dovuto essere più grandi e il busto e la testa via via più piccoli.

È come se per il corpo lo scorcio fosse stato applicato portando il punto di vista molto lontano, quasi all’infinito, per cui le linee parallele non convergono verso il punto di fuga della lastra.

Per qualsiasi corpo realizzato in scorcio Mantegna sembra sempre cercare di ridurne la convergenza. È come se tentasse di mantenere la proporzionalità tra le parti del corpo, a dispetto della prospettiva. La cosa divertente è che, comunque, non ce ne accorgiamo fino a quando qualcuno non ce lo fa notare!

Ecco, ad esempio, uno dei puttini della Camera degli Sposi (1465-1474) a Mantova.

Per trovare esempi simili occorre aspettare circa un secolo fino a quando Tintoretto, nella seconda metà del Cinquecento, non realizza alcune grandi tele dedicate a San Marco.

Molto più simile al Cristo di Mantegna è quello di Annibale Carracci (1583). Qui però la posizione scomposta, le ferite ancora sanguinanti e l’assenza di altri personaggi, rendono tutto più instabile, meno solenne. Forse perché stiamo già entrando nella stagione del Barocco.

E visto che parliamo di Barocco ci tocca assolutamente andare a sbirciare tra le tele di Caravaggio… Eccolo là, anche lui un maestro dello scorcio! Un caso esemplare è quel San Paolo caduto da cavallo (1601) dopo essere stato folgorato dalla luce divina.

E poi c’è il pellegrino con le braccia spalancate della coeva Cena in Emmaus.

Anche in questo secondo caso, come in Mantegna, la mano più lontana avrebbe dovuto essere più piccola di quella verso di noi. È un errore? No. Più che altro è una “licenza artistica” per cui Caravaggio non ha applicato la stessa prospettiva del tavolo.

Osservate queste due figure. Entrambe protendono un pugno verso di noi ma con due dimensioni diverse. Qual è quella corretta? Entrambe.

Se volessimo spiegare la differenza in termini fotografici, la prima immagine è fatta con un obiettivo da 50 mm e la seconda con un grandangolare. In termini di prospettiva la prima figura è lontana dal punto di vista e la seconda è vicina (e per questo subisce la cosiddetta aberrazione prospettica).

Chiaramente la figura di destra ci dà un senso di profondità maggiore… si può dire che sentiamo già il dolore del pugno in faccia!

Molti artisti contemporanei lavorano proprio su questo effetto di scorcio esagerato con effetti che avrebbero sicuramente disturbato il povero Mantegna.

Gli scorci di Duarte Vitoria, in particolare, sono davvero sconvolgenti!

Molto più verosimili sono gli scorci di alcuni grandi autori del Novecento: da Casorati a Guttuso, da Thiebaud a Freud…

Ma il vero erede dello scorcio prospettico è lui: Spiderman!

Un super-eroe che ha salvato anche un’antichissima tradizione pittorica… l’avreste mai detto?

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41 Risposte

  1. Feliciana ha detto:

    Il tema e’ affascinante, la magia di fare pittura.Che bella galleria…grazie

  2. Greta Bienati ha detto:

    Bellissimo post! Degli scorci audacissimi della figura umana si trovano nei manga giapponesi (vedo con piacere che citi i comics…): in Capitan Tsubasa, per esempio, trovi dei lavori interessantissimi. Grazie dei bellissimi spunti!

  3. marco ha detto:

    Non è facile raccogliere così tanto materiale , se non si ha una mente aperta e un vasto repertorio ben coltivato alle spalle.
    Se sono rimasto colpito, anche per la fluida narrazione.
    Che dire un lavoro meritevole di plauso.
    marco

  4. AGOSTINO ha detto:

    Giudicando ancora con un —- 8 —– questo nuovo approfondimento, chiedo se il fatto che dopo pochi giorni scompaiano dal pc i post che ho condiviso sia dovuto ad una Vostra scelta. Ne facevo una raccolta ragionata sul mio diario. Grazie.

    • didatticarte ha detto:

      Non so da cosa dipenda la sparizione delle condivisioni dei post e mi spiace per l’inconveniente. Ma non è affatto in mio potere intervenire in tal senso. Sarà qualche opzione di Facebook, chi lo sa!

      (P.S. non darmi del VOI, sono una persona sola 🙂 )

  5. Carlo Venanzio Colonna ha detto:

    Io sono entrato nel tuo modo da poco, ed è così stimolante!
    Che bella lezione sulla prospettiva: ho imparato tante nuove cose.
    Grazie.

    Carlo

  6. walter schoenenberger ha detto:

    bel lavoro di sintesi. tutta l’arte si riassume in quei problemi. c’è un bel libro di Baltrusaitis sulle anamorfosi. Da rileggere!

  7. Enrico ha detto:

    Salve,
    ho letto questo articolo molto tempo fa, credo quando è stato scritto, in pratica. L’ho trovato non per caso, ma proprio perché cercavo una guida su come effettuare uno scorcio (prima non sapevo si chiamasse così, quindi grazie! 😀 ). Il problema è che avevo intenzione di fare quello che avete chiamato uno scorcio esagerato, per il che non ho le idee completamente chiare. Mi farebbe piacere poter avere qualche consiglio o scambio di idee in privato.
    Grazie per l’attenzione,
    Enrico

  8. Assunta Maiorano ha detto:

    Positivo e completo per le richieste

  9. Ana ha detto:

    Me encantó como fué elaborado este trabajo!

  10. Valentina Falcinelli ha detto:

    Un post stupendo, grazie mille Emanuela per questo viaggio. Il tema prospettiva mi incanta e seduce molto, forse pure perché è il mio tallone d’Achille (leggi: “Non riuscirò mai a disegnare in prospettiva”).

  11. Claudio ha detto:

    Articolo davvero interessante, approfondito, chiaro ed esemplificativo.
    Complimenti!

  12. Jorge Marín ha detto:

    Muy buen artículo, el estudio en el cual obras clásicas no tuvieron en cuenta la perspectiva es muy bueno , ya que se nota como ha evolucionado la persepción de la profundidad en la figura humana, gracias

  13. Ti segnalo uno dei cadaveri ai piedi di Noè, a lato dell’arca, negli affreschi del Chiostro Verde (S. Maria Novella, Firenze), dipinti da Paolo Uccello. https://habilisrestauridotcom.files.wordpress.com/2016/08/ritaglio-diluvio.jpg

  14. Maria Chiara Torcolacci ha detto:

    Ciao! Cercavo materiale proprio su questo argomento. Ho trovato l’articolo fluido e illuminante. Grazie e davvero complimenti!

  15. Gianfranco ha detto:

    Tanti errori prospettici, però quei cavalli…
    https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/ce/Pisanello%2C_sant%27anastasia_02.jpg
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

  16. Gianfranco ha detto:

    Vedo le quattro zampe del cavallo di sinistra praticamente identiche nelle dimensioni (osservatore all’infinito) mentre quelle del secondo più scuro sembrano essere più grandi in primo piano (osservatore più vicino). Invece la testa del cavallo bianco sembra più piccola in proporzione rispetto al posteriore.
    E’ solo una mia personale impressione, ma forse Pisanello ha dipinto a intuito ed è andato involontariamente oltre. Non saprei. Mi spiazza un po’.

    • La coerenza dell’insieme non era un suo problema. A me colpisce di più l’effetto ‘icona bizantina’ del cavallo di destra: gli elementi dorati sembrano bidimensionali, mentre il corpo del cavallo appare in rilievo.

  17. Gianfranco ha detto:

    Un affresco “visionario”

  18. Gianfranco ha detto:

    “…massima libertà: fantasticheria, idealizzazione e crudo naturalismo trovano un miracoloso equilibrio.”
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/05/26/sorpreso-prima-della-battaglia-il-san-giorgio.html
    “…Osservare ogni cosa del mondo, perfezionarsi, osare. Tutto conta, nient’ altro conta. Questo significa essere un artista.”
    La coerenza prospettica dell’insieme non era un suo problema, totalmente d’accordo con te. Lui è andato oltre. Visionario.

  19. Gianfranco ha detto:

    Jaufré Rudel
    “Contessa, che è mai la vita?
    È l’ombra di un sogno fuggente.
    La favola breve è finita,
    Il vero immortale è l’amor.”
    (Giosuè Carducci)

  20. Gianfranco ha detto:

    “Lanquan li jorn son lonc e May
    M’es belhs dous chans d’auzelh de lonh,
    E quan mi suy partitz de lay
    Remembra’m d’un’amor de lonh…”
    Jaufré Rudel, principe di Blaia, (1125 – 1148)

    L’accostamento con Pisanello non è mio: l’ho trovato nella Biblioteca di Babele del terzo millennio, per caso su uno “scaffale” di Google, ma è perfetto. D’altra parte tutto già esiste nella Biblioteca.
    https://centroufologicotaranto.files.wordpress.com/2009/12/pisanello_003.jpg
    https://liminamundi.wordpress.com/2016/10/07/jaufre-rudel-e-lamor-de-lonh/
    Mi piace pensare che Pisanello l’avesse sentita cantare.

    • Bellissimi questi accostamenti. Quanto mi piacerebbe che nascessero a scuola, spontanei, geniali!
      Quanto a quello scorcio di città sì, è un incanto. Un piccolo catalogo di torri e pinnacoli in vista assonometrica. Una versione più delicata della città di Lorenzetti.

  21. Gianfranco ha detto:

    Chiosando me stesso: la città incantata sullo sfondo parrebbe essere Trebisonda, ultimo baluardo bizantino ad essere conquistato dagli Ottomani, nel 1461, quindi poco meno di trent’anni dopo la realizzazione dell’affresco.
    Mai come in questo caso si può affermare che l’opera sia talmente splendida da far perdere la Trebisonda.

  22. Gianfranco ha detto:

    Io, che vivo a Verona, mi sono sempre chiesto come apparisse l’affresco prima delle rovinose infiltrazioni che lo hanno martoriato. Gli elementi dorati che ti colpiscono così tanto sono andati in buona parte perduti. Forse esiste un sito nella Biblioteca di Babele che ricostruisce l’immagine quattrocentesca, ma io in quello “scaffale” non sono ancora arrivato.

    In alternativa potrebbe essere un bell’esercizio da fare a Scuola. Un’altra piccola battaglia contro l’Entropia, altro nome di Lachesi, seconda delle tre Moire, quella del destino. Ancora lei, la termodinamica, giusto Emanuela? I tuoi ragazzi potrebbero avvicinarsi alla Principessa e a San Giorgio facendo sosta sul Mar Nero a Trebisonda, volando dal gotico al bizantino e infine al rinascimentale. In uno dei rarissimi magici momenti in cui la tua sinusoide attraversa l’asse delle ascisse (http://www.didatticarte.it/Blog/?p=6510).
    Capirebbero infine quanto sia importante preservare oltre che creare.
    A presto

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