Monotonia che cattura: la texture

Le celle di un alveare, le tegole di un tetto, le squame di un pesce, la ghiaia di un sentiero… l’elenco delle texture che ci circondano ogni giorno potrebbe essere infinito!

E, nonostante si tratti di trame visive create semplicemente dalla fitta ripetizione dello stesso elemento, sono talmente affascinanti che – almeno a me – viene voglia di collezionarle tutte.

La cosa che mi piace particolarmente è che, a differenza delle tassellature (cioè superfici ricoperte da un elemento modulare che si incastra perfettamente con quelli circostanti), le texture non sono necessariamente composte da elementi identici né presentano la conseguente regolarità.

Quando, allora, siamo in presenza di una texture? È questione di scala: se si percepisce una “tessitura“, una grana della superficie, allora si può parlare di texture.

Ma se ci si allontana dalla superficie osservata, allora la texture tende ad apparire come una tinta uniforme (come avviene per la pelle), mentre se ci si avvicina eccessivamente allora si perde la trama complessiva perché il campo visivo è occupato dal singolo elemento (anche se spesso questo presenta al suo interno un’ulteriore texture).

Un’altra caratteristica della texture è che spesso la sua “trama” corrisponde ad una rugosità, una irregolarità della superficie apprezzabile anche attraverso la percezione aptica, cioè utilizzando il tatto.

Molte texture artificiali sono studiate appositamente per le qualità tattili che devono offrire. Guardatevi intorno: com’è la superficie dei vostri dispositivi elettronici, delle vostre sedie o del piano di lavoro in cucina?

Probabilmente alcuni di questi oggetti presenteranno un pattern in rilievo, una struttura lavorata in modo più o meno regolare.

Bene, fin qui tutto chiaro. Ma, a questo punto, la domanda sorge spontanea: che c’entrano le texture con l’arte? Sembrerebbero legate a fenomeni spontanei o comunque non legati al “fare” artistico e creativo…

E invece resterete sorpresi nello scoprire come le texture siano presenti in tutte le espressioni dell’arte di ogni tempo. Qualsiasi struttura muraria architettonica, ad esempio, presenta una texture tipica che rende riconoscibile anche il periodo di realizzazione e lo stile di appartenenza.

Ecco le texture di alcune opere murarie di età romana. C’è l’opus quadratum, l’opus reticulatum e l’opus testaceum.

Ma la texture più bella ch’io conosca è senza dubbio la splendida parete con bugnato a punta di diamante del Palazzo dei Diamanti (un nome a caso…), a Ferrara: una cortina di 8.500 piramidi marmoree che giocano con luce ed ombra. Strepitoso!

Ed è proprio la direzione della luce ciò valorizza una texture. Avendo, infatti, delle asperità superficiali, la texture sarà tanto più evidente quanto più radente e netta sarà l’illuminazione.

Ecco un esempio su un bugnato di ceramica che ho fotografato a Caltagirone. Se la luce è molto laterale le punte sembrano diventare più acuminate!

Tuttavia anche le più modeste pareti in pietra o mattoni a vista possono sorprenderci. Quante ne avete viste andando per centri storici?

Osservatele, non viene voglia di sfiorarle con le dita? A me sì… ma forse sono io che ho delle manie strane 😉

Anche gli architetti contemporanei lavorano molto sulle texture e le progettano a tavolino. Non mi attirano come quelle delle pareti un po’ datate ma sono comunque interessanti come esempi di texture completamente artificiali.

Certo, la natura sa creare quelle più affascinanti: tappeti di foglie, licheni sulle rocce, sabbie del deserto e cortecce d’albero sono pattern meravigliosi e difficilmente ripetibili.

Ma torniamo all’arte. Nel caso della scultura, settore che sembrerebbe essere quello più affine al mondo delle texture, in realtà gli esempi sono piuttosto scarsi. D’altra parte l’obiettivo dello scultore di ogni epoca è di evitare come la peste qualsiasi granulosità superficiale lisciando ogni parte in modo impeccabile.

Non mi vengono in mente molti esempi se non alcune capigliature classiche o qualche dettaglio barocco

Il vero momento di gloria della texture nell’arte è il Novecento. Nuove forme di espressione astratta, a cavallo tra pittura e scultura, si sono servite esclusivamente di effetti materici superficiali con risultati molto interessanti.

Non sono forse lavori sulle texture i cretti di Alberto Burri degli anni Settanta? Somigliano a pianure d’argilla seccata al sole e, in effetti, l’artista li realizzava con impasti collosi sottoposti ad essiccatura.

Più geometriche e minimali sono le tele estro-introflesse che Enrico Castellani cominciò a realizzare dal 1959.

Opere come queste, del tutto monocromatiche e con incavi e rilievi appena accennati, necessitano più che mai della luce ambientale per essere percepite. Sono la forma più concettuale della texture.

In questi stessi anni Piero Manzoni (amico di Castellani con il quale fondò la rivista Azimuth) realizzava i suoi Achrome, tele sulle quali si rapprendevano tessuti ed altri oggetti a formare delle texture particolarmente increspate e rigorosamente bianche.

Stanchi di tutto questo bianco? Allora godiamoci tutt’altro genere di texture: quelle realizzate da Jackson Pollock con spruzzi casuali di vernice (tecnica chiamata dripping). Vere esplosioni di macchie e linee, sembrano ricreare i disegni di alcuni materiali lapidei. Non ci credete?

Ecco il dipinto n. 31 del 1950.

Ed ecco alcuni campioni di granito

Molto interessanti e originali sono anche i quadri astratti di Lee Krasner, la moglie di Pollock. Le texture, in questo caso, oscillano tra la casualità delle macchie e la ricerca di un ordine regolare.

Molto più “ordinato” è il lavoro di un’altra donna, l’artista Hadieh Shafie che realizza pannelli texturizzati con la tecnica del quilling, cioè l’uso di sottili strisce di carta colorata arrotolata a formare cilindri di vario diametro.

Rodger Schultz, invece, i cerchietti li crea facendo espandere il colore, con un risultato più simile a qualcosa di organico (l’immagine qui sotto a destra, infatti, è la visione al microscopio dei globuli rossi; si somigliano, no?).

È evidente, dunque, come l’arte astratta si presti molto bene alla creazione di texture. Ma esistono anche altri modi per realizzarne.

Uno dei più semplici ma anche dei più efficaci dal punto di vista didattico è quello del frottage. Il nome forse vi suonerà astruso ma sono sicura che da piccoli anche voi avrete strofinato la matita sul foglio rivelando la trama di una moneta o un altro oggetto sottostante. Bene, avete fatto il frottage senza neanche saperlo!

Con questa tecnica si possono catturare le texture che ci circondano in modo rapido ma preciso allenando la capacità di osservazione e la manualità.

Poi, naturalmente, c’è la fotografia. E le texture, in questo caso, possono diventare davvero straordinarie.

Un vero maestro del genere è Yann Arthus-Bertrand. Davanti al suo obiettivo distese di tappeti, assembramenti di barche e persino cimiteri di carcasse d’auto, diventano trame magnifiche. Vera poesia.

Questi scatti sembrano la dimostrazione dell’idea di Klee che «L’arte non deve rappresentare il visibile, ma rendere visibile l’invisibile». Dunque, trovare delle texture laddove non ce ne dovrebbero essere.

Complice il punto di osservazione inusuale e il diverso rapporto di scala, si scopre che ciò che è disomogeneo e frammentario, se guardato dalla giusta angolazione, crea un’immagine di armonia.

Sarò banale, sarò ripetitiva, ma mi sembra che alla fine la conclusione sia sempre la stessa perché, anche in questo caso, è tutta questione di punti di vista!

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12 Risposte

  1. Marco ha detto:

    Sulle texture tipo diamante segnalo la facciata dell’inceneritore di Giubiasco. È simile, ma molto in grande. Si può definire comunque texture?
    Qualche immagine spunta da Google:
    https://www.google.ch/search?q=inceneritore+giubiasco&safe=off&es_sm=91&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ei=rWOVVJaePI_iaKXagKgO&ved=0CAkQ_AUoAg&biw=1252&bih=622

    Lontana da me l’idea di accostarmi ad artisti, ma il fascino della superficie l’ho subito e documentato qui: https://www.flickr.com/photos/_marco_/sets/72157625585158898/
    e qui: https://www.flickr.com/photos/_marco_/sets/72157620342611602/

    • didatticarte ha detto:

      Si vede che sei un vero appassionato di superfici e texture… le tue foto lasciano intuire una curiosità e uno spirito d’osservazione notevoli!
      Dici bene: quella di Giubiasco è proprio una texture, la rivisitazione del bugnato storico in chiave moderna. Anche se gli elementi sono più grandi, la loro visione avviene ad una certa distanza per cui vengono percepiti come texture.

  2. BRUNO ha detto:

    Bellissime, chiare, ricche, intuitive le sue lezioni. Grazie di cuore. Attendo con impaziente la prossima mail. Colgo l’occasione per Augurarle un Natale carico di sapori di casa e dei migliori affetti, per un anno nuovo ricco di amore e serenità!
    Bruno Matano.

  3. Roberto Baldazzi ha detto:

    Nessun commento, perché queste straordinarie “pillole” arte e didattica si commentano da sole. Colgo invece l’occasione per augurare il più sereno Natale ed un 2015 ricco di Arte, Scienza, Comunicazione visiva, Disegno e Percezione!
    Roberto Baldazzi

  4. francesca ha detto:

    Buonasera, ho segnalato questo (grandioso) sito a mio padre, che insegna storia dell’arte come volontario in un centro anziani. Sono certa che lo troverà fonte di grande ispirazione, spero che non le dispiaccia. Cordialitá e complimenti Francesca Mozzoni

  5. laura moretti ha detto:

    Ho trovato per caso il vostro Blog: che bell’incontro!!!! Sono da sempre appassionata dell’arte in senso lato e questo sito è una vera e propria miniera di stimoli e approfondimenti. Bravi!

  1. 18 aprile 2015

    […] Monotonia che cattura: la texture. La lettura dell’opera d’arte. Vi racconto il Pantheon. […]

  2. 25 gennaio 2017

    […] La trama (o texture) – http://www.didatticarte.it/Blog/?p=1610 […]

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