Il problem solving nella didattica dell’arte

Ha senso applicare un metodo dal taglio “scientifico” come quello del problem solving all’insegnamento della storia dell’arte? Non ho mai provato ma credo che la risposta sia affermativa. Avevo già accennato a questo metodo come struttura del webquest, ma oggi vorrei capire se si può utilizzare tout court, senza integrarlo ad altri approcci didattici.

Naturalmente occorre prima aver chiaro cosa sia il problem solving: il solito parolone inglese per indicare la ricerca di una soluzione creativa in risposta ad una situazione mai affrontata in precedenza. Non si tratta della semplice risoluzione di un problema come quelli più elementari di matematica; in quel caso bisogna solo capire quale, tra le procedure conosciute, sia quella che può portare alla soluzione (parlo dei classici problemi scolastici). Nel caso del problem solving occorre “inventare” una procedura.

Dunque c’è una fase deduttiva iniziale, quella nella quale, posta la situazione in questione, vengono enucleati i dati utili al passo successivo e una fase induttiva nella quale lo studente deve dare un contributo originale, deve trovare nessi, tracciare un percorso, collegare indizi, in una parola, creare la soluzione.

Ma quali possono essere i “problemi” da affrontare all’interno di una disciplina come la storia dell’arte? Devo ammettere che spesso sono gli alunni stessi, inconsapevolmente, a porre le questioni più delicate e complesse… Perché Van Gogh non fu apprezzato nella sua epoca? Perché uno scarabocchio di Picasso è arte? Perché la Gioconda è così famosa? Perché ci sono persone che sfregiano preziose sculture? Perché una testa di Modigliani vale 43 milioni euro? Perché la torre di Pisa non cade? Come hanno fatto a costruire le cattedrali gotiche? Perché costruire in Egitto proprio delle piramidi e non dei parallelepipedi o dei cilindri?

Ecco, invece di avere la risposta dal docente è molto più istruttivo e coinvolgente per gli studenti trovarla da soli! Ciò non significa che i ragazzi vadano abbandonati a se stessi alla ricerca di una risposta… Ovviamente vanno guidati per far sì che il loro percorso logico possa svolgersi coerentemente portando ad un risultato plausibile.

Facciamo un esempio. Una delle domande più frequenti che fanno gli studenti a proposito delle grandi architetture del passato riguarda la durata della fase di costruzione. Sono sempre curiosi di sapere quanto tempo abbiano impiegato per realizzare una ziqqurat babilonese, una strada romana, un mosaico bizantino…

In genere neanche io so dare una risposta precisa! Allora si potrebbe pensare di lavorarci sopra con il metodo del problem solving. Torniamo al caso della ziqqurat: per capire quanto tempo si impieghi per realizzarla occorre conoscerne bene dimensioni, distribuzione in pianta e in alzato, tecniche costruttive, materiali utilizzati, manodopera disponibile e mettere insieme questi dati.

Ci si può aiutare anche con modellini in scala fatti di qualsiasi materiale, si può far riferimento a tecniche di cantiere coeve (per esempio quelle degli Egizi), si può cercare di capire se gli archeologi usano questo tipo di procedura analitica o si basano su testimonianze scritte o su datazioni chimiche dei materiali. Insomma bisogna incrociare tutte le variabili per cominciare a formulare delle ipotesi: considerando la disponibilità di mattoni, immaginando trecento operai al lavoro, supponendo dodici ore di lavoro al giorno, quanto si sarebbe impiegato? E se gli operai fossero stati mille? E se avessero adoperato animali da tiro?

Insomma, da una domanda innocente, fatta solo per momentanea curiosità, può venir fuori un lavoro molto approfondito e interdisciplinare che mette insieme tanti obiettivi didattici: saper leggere i disegni tecnici in scala, saper cogliere analogie tra culture contemporanee, saper ricercare dati specifici sui libri e in rete, saper fare collegamenti, saper lavorare in squadra etc. etc.

Se, alla domanda fatta dallo studente avessi dato subito una risposta questa sarebbe sicuramente svanita tra le mille informazioni in cui è immerso quotidianamente. Non avrebbe mai saputo il perché di quella quantità di anni e cosa era successo esattamente durante quelle fasi. Avrebbe incassato il dato, arrivederci e grazie!

Ma se a quel dato è arrivato da solo, cercando, confrontando, supponendo, verificando, di sicuro non lo scorderà più e, cosa ancora più importante, la prossima volta che avrà un dubbio, una domanda, saprà che lavorando in modo scientifico ma anche creativo, potrà trovare una risposta da solo. Avrà imparato ad applicare il problem solving a qualunque questione si trovi ad affrontare!

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21 Risposte

  1. miriam paternoster ha detto:

    Grazie per i preziosi stimoli che dai in ogni tuo post: la curiosità si fa strada, le idee si moltiplicano, la bellezza spadroneggia… Sei una fonte di meraviglie!

  2. Luca ha detto:

    Mi sono avvicinato da poco al tuo sito … che trovo veramente intelligente. Non so se sia un aggettivo adeguato, ma mi sembra indicato … per quanto riguarda l’utilizzo dei problem solving ti segnalo che esite una pratica avviata in tal senso che parte dal Metodo Feuerstein (un programma di potenziamento cognitivo) che si chiama SMAART, che utilizza la metacognizione come strumento di avvicinamento e di conoscenza dell’arte.
    Grazie.

    • didatticarte ha detto:

      Grazie Luca, non conoscevo questa sperimentazione!
      Approfondirò l’argomento, mi appassiona molto 🙂

    • Dino Palumbo ha detto:

      Un buon obiettivo se è SMART= Specifico, Misurabile, Raggiungibile, Rilevante, Temporizzato.
      Mi piacciono gli acronimi. Un altro acronimo è FARE= Focus (fase osservativa), Analisi( Fase creativa), Risolvere ( Fase critico-realistica), Esecutiva (Fase esecutiva e di verifica). Buona giornata
      Dino Palumbo

  3. elisa ha detto:

    E’ vero! Ogni volta che preparo lezioni di storia dell’arte immagino quali saranno le domande degli studenti, mi stupisco sempre quando la loro curiosità crea spunti per lavori e lezioni nuove!

    • didatticarte ha detto:

      I miei hanno generalmente due fissazioni: quanto impiegavano per costruirle riguardo le architetture e quanto valgono economicamente riguardo pitture e sculture… Forse quando sono più grandicelli diventano meno originali pure nelle domande! 😉

  4. Alessandra ha detto:

    Il sistema è molto interessante, ma (voglio essere cattiva) è mai successo che a seguito di un lavoro come questo, i ragazzi per un po’ non facciano più domande?

    😉 Daicchescherzo!

    • didatticarte ha detto:

      Forse ti è sfuggito che tutto l’articolo è un’ipotesi di lavoro… non è la cronaca di un esperimento fatto in classe. Non ho ancora provato a fare un’attività del genere 😉
      Tuttavia cerco sempre di fare in modo che alle domande degli studenti (sempre che siano pertinenti, il che è raro…) si inneschi un “dibattito” e che le risposte provino a darsele tra loro.
      Anche quando faccio delle verifiche orali spesso faccio in modo che due studenti si “interroghino” tra loro e poi do una valutazione sia a chi ha fatto le domande sia a chi ha risposto… Sembrerà strano ma spesso è molto più difficile fare una buona domanda che dare una buon risposta!

  5. Vieri ha detto:

    È una settimana che ho scoperto questo sito, è un piacere per i neuroni leggerlo. Sei veramente originale e facile da capire , fornendo spunti nuovi di riflessione! Complimenti!

  6. maria teresa ha detto:

    discovery learning ! come applicazione del problem solving lo trovo molto più in tema di tante proposte “scientifiche” spesso preconfezionate . Bravissima come sempre !

  7. Giuseppe ha detto:

    Complimenti! Come sempre acuta, brava, etc. Un piacere leggerti.

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