Paesaggi siciliani nelle parole di Sciascia

Ho iniziato a leggere Sciascia esattamente trent’anni fa. Avevo quindici anni e mio padre portò in casa un po’ di Adelphi dei suoi romanzi. Lui, Leonardo Sciascia, era morto da pochi giorni ma io non sapevo chi fosse.
E così mi sono immersa nella lettura. Il consiglio d’Egitto, Il cavaliere e la morte, Todo Modo, Morte dell’inquisitore… li ho divorati uno dopo l’altro.

copertine Sciascia Adelphi

E ho scoperto una scrittura affascinante, poetica e asciutta, con un ritmo che ho subito imparato a conoscere e apprezzare.
Poi Sciascia è tornato sulla mia strada vent’anni fa, quando mi sono occupata del progetto del Parco Letterario Regalpetra. Una bella opportunità di sviluppo per il centro Sicilia, puntualmente svanita come i sogni troppo grandi.

parco Regalpetra

E però in quell’occasione sono tornata a leggere Sciascia da un punto di vista diverso, cercando tra le sue parole ogni riferimento ai luoghi che lo hanno ispirato. Paesaggi del centro Sicilia, naturalmente. Lo stesso territorio dove abito da circa quindici anni.

statua di Sciascia a Racalmuto

Tra tutto quello che ho letto c’è una poesia, dell’unica raccolta poetica sciasciana, che riassume nitidamente il senso dei luoghi di Leonardo, l’arsura che qui è dei campi e delle anime. “La Sicilia, il suo cuore“, 1952.

Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi
che s’incidono come filigrane.
Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.
Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

zolle

Sciascia non racconta mai luoghi specifici e anche quando lo fa li trasfigura attraverso la lente della sicilitudine, una solitudine tutta sicula, ma anche, per dirla con le sue parole “categoria metafisica, condizione esistenziale, o stato antropologico dell’essere siciliani”. È così che nel racconto di un ricordo la Sicilia diventa metafora, come in “Ad un paese lasciato“.

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,
delle tue vecchie case che strozzano strade,
della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.
Tra questi uomini ho appreso grevi leggende
di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene.
È l’acetilene della luna nelle notti calme,
nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;
e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade
coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.
Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento
a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;
in ogni luogo la pena di una festa disfatta.
E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;
il giorno che appassiva come un rosso geranio
nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.
Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,
pietà ed amore trovavano antiche parole.

tetti siciliani

I luoghi lo hanno plasmato, lo hanno intriso di quei contrasti che continuamente affiorano nelle sue righe. Tutto oscilla tra la vita e la morte. Anche nelle descrizioni spaziali.
Scrive in Una storia semplice: “Un fiumiciattolo, che scorreva ai piedi della collina, era ormai soltanto un alveo pietroso, di pietre bianche come ossame; ma la collina, in cime quella masseria in rovina, verdeggiava“.

ruderi

Il contrasto affiora nel paesaggio delle miniere, nella vita di zolfatari e salinari: “Dalla finestra si vede il cimitero, la campagna tutta verde, una strada che si perde in fondo alla valle. È la strada che porta alle saline, gli autocarri vi si muovono lenti come blatte“.

finestra

E poi le stagioni. E la natura che porta il caldo estremo e il freddo più umido: “A Racalmuto le estati erano caldissime e gli inverni freddissimi, nebbiosi. Da un lato, un paesaggio nudo e desertico, il regno delle zolfare, dall’altro vigne, uliveti, mandorleti, disordinati e belli. Contro il freddo, un unico rimedio: i bracieri di rame, in cui bruciava la carbonella. Contro il caldo, la neve di Cammarata“.

campi aridi

Sciascia è pienamente consapevole dell’influenza che su di lui e sulla sua scrittura hanno avuto i luoghi, i paesi, le vicende vissute in prima persona, tanto da dichiarare: “Tutto che nella vita accade – anche quel che sembra per forma di circostanze esterne, imprevedibilmente e casualmente – si può dire che è accaduto nei primi dieci anni: nel senso che già nei primi dieci anni della nostra vita se ne può trovare il presentimento, la premonizione, la prefigurazione, il seme. Noi siamo, nel nostro essere e nel nostro modo di essere, quel che i luoghi, le persone, gli avvenimenti e gli oggetti hanno suscitato, disegnato e fissato in quei primi dieci anni dentro di noi“.

banco di Sciascia

Ed è nei primi dieci anni che Sciascia entra in contatto con il mondo arcano e terribile delle miniere, un mondo che lo ha sempre circondato in modo diretto – il padre era amministratore di miniere – e indiretto, ascoltando i mille racconti sulla vita indicibile dei carusi e degli zolfatari.
E della rivoluzione mineraria racconta la ricchezza che ha portato ma anche il pericolo incombente, la vita appesa a una fiammella di acetilene che può far esplodere il grisou da un momento all’altro.
Racconta ne L’antimonio: “Dopo aver fatto colazione, quasi tutti mangiavamo pane con sarde salate e cipolla cruda, riprendemmo il lavoro. Mio zio ancora raccomandò – basse le acetilene – e un minuto dopo dal fondo della galleria venne un ruggito di fuoco, come avevo visto al cinematografo l’acqua precipitare dalle chiuse aperte, così il fuoco venne verso di noi urlando; ma questo sto pensando ora, non sono sicuro fosse proprio così, mi vedevo il fuoco sopra e non capivo niente, mio zio che gridava – l’antimonio – e mi trascinava, e io già correvo come in un sogno. Corsi anche dopo che uscii dalla bocca della zolfara, scalzo e nudo corsi per la campagna finché non sentii il cuore che mi schiattava, mi buttai a terra piangendo forte come un bambino e tremando. […]

L’indomani mi sentii vecchio di cento anni, decisi che mai più sarei tornato alla zolfara“.

ragnatela

L’altro mondo di Sciascia è quello dei contadini, delle campagne. Ne Le parrocchie di Regalpetra racconta: “Ora viene l’estate; la mietitura la raccolta delle mandorle la vendemmia… Dura dieci, quindici giorni la mietitura. Tra le stoppie i ragazzi cercheranno le spighe lasciate. Poi verrà la raccolta delle mandorle, e andranno per solame; lasceranno gli occhi nell’intrico dei rami, a scoprire la nuda mandorla che i raccoglitori non scorsero, batteranno tra i rami con le lunghe canne“.

campo arato

Il contrasto nasce con i giardini dei nobili. Freschi e verdeggianti come quelli de Il Quarantotto: “Il barone lo chiamava giardino perchè c’erano anche delle magnolie e degli alberi d’India dai tronchi che parevano ammassi di corde, e rami che come corde scendevano a radicarsi nella terra; e c’era anche, nel breve semicerchio intorno alla casa, un bordo di rosai che nel mese di maggio s’accendeva di grandi rose che subito spampanavano“.

magnolia palermo

E poi narra di feste di paese, della settimana santa, dei funerali e di tutto quello che può sembrare folklore ma che contiene tutte le contraddizioni e quell’eterno e indissolubile groviglio di vita e di morte. Così scrive ne “I morti“.

 I morti vanno, dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

circolo

Tutti i luoghi e tutte le memorie si intrecciano, infine, nella dimensione del viaggio, che Sciascia affronta in modo molto personale. Così scrive ne La Sicilia come metafora: “… è stato durante una gita ad Agrigento che ho avuto la rivelazione di quella che sarebbe stata la grande passione della mia vita, vale a dire il treno. Il mio sbalordimento fu tale che desiderai di colpo fare il ferroviere, poi però l’idea mi è passata; ma da allora non ho più che viaggiato in treno.[…] amo questo piacere del sentire il viaggio, il tempo e lo spazio del viaggio“.

treno storico

Ed è in un viaggio in treno che Sciascia ambienta la sua dichiarazione d’amore per i paesaggi interni della sua isola. Quando ne Il mare colore del vino, chiacchierando nel vagone, vicino alla costa, l’ingegnere del nord chiede al professore se le sua città fosse sul mare. “Eh no! – disse con malinconia il professore – Sicilia interna, Sicilia arida… Ma, intendiamoci, ha una sua bellezza: non come questa, che toglie il respiro; una bellezza che ti prende lentamente, o più quando se ne è lontani, nel ricordo… Qui ci vuole poco a dire che è bello, anche un cretino se ne abbaglia subito; ma a Nisima ci vuole tempo, ci vuole intelligenza… È un’altra cosa, insomma“.

sentiero

Leggere Sciascia può diventare, per un Siciliano, la riscoperta di un immaginario che ci appartiene senza mai esserne stati consapevoli. A questo proposito scrive in Occhio di capra: “Mi pare cioè di sapere del paese molto di più di quel che la mia memoria ha registrato e di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso: un che di trasognato, di visionario, di cui non soltanto affiora – in sprazzi, in frammenti – quella che nel luogo fu vita vissuta per quel breve ramo genealogico della mia famiglia che mi è dato conoscere […] ma anche tutta la storia del paese, dagli arabi in poi“.

Non è facile tornare alla propria quotidianità dopo essere stati trascinati nei paesaggi ancestrali del nostro passato. Queste descrizioni mi hanno fatto scoprire l’altro Sciascia, non lo scrittore “dell’antimafia” e delle mille etichette che gli hanno attribuito, ma quello cinematografico delle zolle e degli odori, dei sussurri e del sudore.
E poi mi hanno fatto scoprire di appartenere anche a luoghi lontani da quelli della mia infanzia. Venivo da città sul mare e la Sicilia interna era solo quella che passava dal mio finestrino in autostrada, andando avanti e indietro tra Acireale e Palermo. Solo colline. Verdi d’inverno, gialle d’estate.
E invece è un mondo. 

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta“, ha scritto Sciascia per il suo epitaffio. Sì, ce ne ricorderemo perché nei suoi romanzi ne ha conservato per sempre la memoria.

 

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17 Risposte

  1. Gianfranco ha detto:

    Manu carissima,
    foto straordinarie, raccontano molto anche di chi le ha scattate…
    Gianfranco

  2. Pablo ha detto:

    Fantastico, un mito per la nostra Letteratura. Ho quasi tutti i suoi romanzi 🙂

  3. Isabel Wolter ha detto:

    L’articolo mi porta indietro agli anni Ottanta: Appena superato la maturità in Germania partivo per il mio soggiorno all’estero. Spontaneamente mia famiglia ospitante di Roma decise di mandarmi per due settimane con le due bambine (1+3 anni) ai nonni siciliani. Fornita di poche competenze d’italiano le sensazioni visuali, gli odori, l’athmosphera dei posti e le strane abitudini (per una ragazza tedesca) dominavano la percezione intellettuale. Due anni più tardi frequentó la lettura del libro “il giorno della civetta” all’università (tedesca) e l’immagine si completava di parole. Capivo sempre che l’argomento dell’antimafia era una aspetto di questa lettura, ma non tutto. Devo rileggere Sciascia. Grazie per il viaggio mentale a Sicilia.

  4. Anna Maria Casadei ha detto:

    Leggere di Sciascia e le sue poesie è scoprire un poeta spesso dimenticato. Aggiungere al testo anche delle magnifiche fotografie rendono ancora più vicino il messaggio poetico di Sciascia. Grazie per la modalità rappresentativa così intensa. Anna Maria Casadei – docentedi storia dell’arte in pensione.

  5. Giuseppe ha detto:

    Bellissimo e molto originale il ricordo di Sciascia. Quasi inedite le sue citazioni. E magnifiche le foto della Sicilia assolata, che riconosco in tanti suoi aspetti nascosti nella memoria. Grazie Emanuela.

  6. Angela Mirto ha detto:

    Grazie Emanuela. Grazie per le foto, bellissime e espressive, capaci di raccontare a lungo pezzi di mondo, e grazie per l’excursus “sciasciano” che, hai ragione, fa giustizia dell’altro scrittore meno celebrato.

  7. Giovanni Caprotti ha detto:

    Caspita che splendide foto e con una luce sempre pazzesca! Bravissima Emanuela, dovresti fare una tua personale con gli scatti dei tuoi viaggi e delle passeggiate nella natura

  8. Giovanna Lauricella ha detto:

    Grazie, Emanuela, per questo ricordo! È la Racalmuto della mia infanzia, con le sue gelide nebbie invernali (quel freddo bagnato è rimasto per me la pietra di paragone di ogni freddo); con i racconti tremendi dei disastri nelle “pirrere”, ancora vivi nel ricordo e che ancora si rinnovavano nelle tragedie delle saline; con la polvere dello “stradone” in estate e il fango in inverno; con l’amico Nanà, che si affacciava alla celebrità e con le visite alle sue zie/mamme, nella casa accanto al “Monte”…
    E tutte le (tante!) emozioni che le tue immagini e i commenti e le parole del grande Leonardo hanno stamattina risvegliato dentro di me.

  9. Elisa ha detto:

    Che foto! Complimenti e grazie per le tue finestre culturali!!

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