Tre obiettivi per raccontare bene l’arte

Comprensibile, utile e interessante. Così dev’essere ciò che comunichiamo quando raccontiamo la storia dell’arte.
La prima caratteristica può sembrare ovvia: l’arte va raccontata in modo comprensibile. E invece non è così scontato. Come ho scritto a proposito dell’arte di spiegare l’arte e delle parole dell’arte spesso si tende a scrivere in modo autoreferenziale, con un visibile compiacimento nelle contorsioni linguistiche, giusto per far capire che “tu non puoi capire…”.
E invece l’arte si può e si deve capire.

Lettrice di Birney

Facciamo un esempio tratto da un classico. Si parla di Donatello: “Scava profondamente la pietra perché il contrasto violento dell’ombra costringa la luce a condensarsi nella massa, diventi pieno contrapposto a vuoto; dà un peso fisico alle pieghe dei manti, perché la gravità delle loro masse faccia sentire il movimento celato del corpo; libera dalle masse addensate pochi tratti rapidi e volitivi, perchè sia chiaro che il moto non è il moto del cosmo o della luce o del vento, ma l’atto di una volontà umana; computa attentamente l’equilibrio delle linee e dei piani, perché vuole che quel moto volitivo si concentri e non divaghi, non si dissipi in uno spazio vago e fluttuante“. Non so voi ma io mi sono persa…
Giulio Carlo, gioia mia, ma che volevi dire?

Lezione di Hunt

Qui il problema non sta neanche nell’uso del lessico disciplinare: le singole parole sono tutte di uso comune. Tutto sta nel fatto che per dire che i panneggi di Donatello sono pesanti, scavati in profondità, ma allo stesso tempo lasciano intravedere il corpo, il nostro si è lanciato in acrobazie verbali che stenderebbero immediatamente anche il più volenteroso dei lettori.

Dunque la regola numero uno, che vale per qualsiasi argomento, è: essere chiari. E per essere chiari bisogna essere semplici, diretti. Che non vuol dire banalizzare l’argomento, ma permettere a chi legge o ascolta di recepire esattamente quello che volevamo dirgli.

Amisani lettrice

Questo significa anche non dare nulla per scontato. Inutile individuare in un’opera d’arte il “linearismo gotico di ascendenza francese” se non siamo più che certi che il nostro interlocutore abbia in mente quel filone dell’arte trecentesca.

E qui entriamo nel secondo obiettivo della narrazione: dobbiamo dare informazioni utili, cioè utilizzabili. Anche se si tratta di termini e concetti comprensibili possono non aggiungere nulla alla conoscenza generale del fenomeno. Diventano solo orpelli narrativi, dati ridondanti. Questo è in genere il tipico difetto delle guide improvvisate, siano esse persone fisiche o brochure.
Visitare una chiesa e conoscere autore e data di ogni cappella o di ogni tela, specie se si tratta di artisti sconosciuti, non è utile per niente. Non aggiunge nulla alla comprensione generale dello stile, del periodo, delle influenze, del linguaggio utilizzato. Personalmente mi annoio da morire!

lettrice di Menta

Tuttavia l’utilità dipende anche dal contesto. Se scrivo che il committente dei Musici di Caravaggio è il cardinale Francesco Maria Del Monte potrebbe trattarsi di un’informazione inessenziale se per le altre opere non ne parlo e se non spiego in quale importante giro di conoscenze si è trovato a lavorare Michelangelo Merisi.
Dunque regola numero due: scrivere cose realmente importanti in relazione ai contenuti che vogliamo trasmettere.

Ma perché un testo di storia dell’arte funzioni, non basta aver scritto parole chiare, complete, con tutte le informazioni giuste e utili. Potrebbe uscirne una descrizione asettica e priva di vita. E invece deve diventare narrazione, deve coinvolgere.
Deve emozionare, o quanto meno interessare.

Lettrice di Homer

In che modo? Riportando in vita ciò di cui raccontiamo attraverso testimonianze dell’epoca, particolarità costruttive, elementi inconsueti, vicissitudini, aneddoti.
E siamo alla regola numero tre: la storia dell’arte deve affabulare.

Ad esempio, di Donatello e del suo Banchetto di Erode si può leggere: “La nuova arte della prospettiva accresceva ancor più l’illusione della realtà. Donatello ha dovuto certo cominciare col domandarsi: “Come sarà stata la scena quando la testa del santo venne portata nella sala?”. E fece del suo meglio per rappresentare un palazzo classico quale poteva essere quello in cui si svolgeva l’avvenimento scegliendo per figure di sfondo tipi romani“. Ma questo è Gombrich.

lettrice di Holsoe

Certo, a volte il rischio è che il racconto, la suggestione siano talmente affascinanti da far dimenticare le “cose fondamentali.” Ma se si riescono a dosare bene i tre ingredienti di una buona narrazione il pericolo è davvero minimo.
E il risultato garantito!

 

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18 Risposte

  1. Luciana Perri ha detto:

    Al Liceo Artistico di Cuneo 35 anni fa avevamo l’Argan, lo ricordo come un incubo, non si capiva nulla, avevo bisogno di nozioni e informazioni, non tutti quei giri di parole incomprensibili.. poi l’ultimo anno abbiamo integrato con un altro testo e ho iniziato ad apprezzare la Storia dell’Arte.

  2. maria ha detto:

    ho studiato dal testo di ARGAN ALL’ISTITUTO D’ARTE e solo la mia grande prof ne ha reso possibile la comprensione, all’università sono scappata dal corso del prof Mormone perchè era soporiforo, oggi insegno uso moltissimo le tue slide e i miei ragazzi ne sono entusiasti- ogni giorno cerco di fare quello che tu ha scritto ma mi avvilisco quando i ragazzi imparano frasi del testo a memoria. ciao e grazie del tuo enorme lavoro sei per me un riferimento
    importante.

  3. Mario Di Simone ha detto:

    Ciao Emanuela, forse potremmo a volte perdonare Argan a confronto di altri critici come Cesare Brandi ove il proposito di rendere l’arte elitariamente ad appannaggio di pochi iniziati e’ molto evidente. Leggere “Arcadio o della Scultura Eliante o dell’Architettura” di quest’ultimo e’ emicrania assicurata almeno per me. Per fortuna questa era una tendenza molto marcata fino a qualche decennio fa. L’attivita’ per certi versi”rivoluzionaria” di personaggi come Federico Zeri (forse per questo motivo era inviso ai piu’) ha contribuito a rendere piu’ comprensibile l’arte alla gente comune, partendo dall’assunto che la stessa appartiene tutti. Grazie per l’articolo, ti seguo sempre.

  4. Ina ha detto:

    Ciao e, intanto, grazie! A me l’Argan l’hanno fatto studiare all’istituto d’arte, quindi ero davvero piccola. Già mi ritenevo particolarmente incapace di mio, non so spiegare come mi sono sentita quando ho iniziato a dover studiare storia dell’arte: leggevo e rileggevo perdendomi, alla fine il pensiero era “non capisco, sono un’idiota”. Poi ho avuto la fortuna che ci cambiarono la prof. Con lei ho scoperto che l’arte parte prima dagli occhi, non dalle parole. Il suo modo di spiegare era coinvolgente, affascinante. Mi perdevo nei “racconti” e prendevo forsennatamente appunti per non perdermi alcun concetto è le conseguenti emozioni. Se l’arte viene resa incomprensibile da acrobazie ed esibizionismi linguistici rischia il fallimento del suo scopo. Un caro saluto

  5. Luisa ha detto:

    Ciao Emanuela. Devo confessarti che leggere questo testo di Argan mi ha fatto fare un tuffo nel passato da brivido….e in quel manuale (che comunque è lì che mi fa l’occhiolino nello scaffale della mia libreria) trovo delle descrizioni che fatico a capire ancora oggi. Ci ha fatto vedere i sorci verdi il prof, ma “gioia mia” me lo ha reso più umano. Grazie. Sei grande.
    A presto.

  6. Paolo ha detto:

    Brava!

  7. Mario ha detto:

    Solo tu potevi dire “gioia mia” a Giulio Carlo Argan…

  8. silvia ha detto:

    ho intenzione di adottare il tuo testo per la scuola media.

  9. Mariella Roli ha detto:

    Scusa grandissima Emanuela, come hai fatto a trovare tutte queste splendide immagini di figure che leggono? Dimmi per favore dove vai a cercare. Grazie per il tempo che mi dedicherai.

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